Tuesday, August 11, 2009


Per quanto ancora

Per quanto ancora dovremo ascoltare queste canzoni di morte?
Per quanto ancora dovremo vedere questi festival cimiteriali?
Per quanto ancora dovremo sentire l’odore di sangue nell’aria?

Per quanto ancora i cieli stuprati da aerei e la terra solcata da bombe?
Per quanto ancora maratoneti al tritolo correranno contro il loro destino
A compiere la loro triste marcia segnata da urla e pianti?
Per quanto ancora l’ala protettrice della democrazia oscurerà i nostri cieli
Difendendoci da fantomatici cavalieri armati di scimitarre?

Per quanto ancora pastori d’anime e pantagruelici capi tribù
Indiranno ordalie in nome di un Diritto Innaturale
Inciso nelle coscienze, motori a consuetudine?
Per quanto ancora dovremo resistere prima che questa nostra
Vecchia Sfera di Cristallo, logorata dall’abuso, si frantumi nella sua discesa?

Io non so quanto ancora manchi al termine di questo nostro impietoso ultimo atto,
ma di una cosa mi preoccupo: che fuori da questo immenso teatro fatiscente
io non veda fila per il secondo spettacolo.


Settembre 2005

Monday, June 29, 2009



Sembri finta
millenaria,

che stai fissa all'orizzonte,
di nebbia cinta come una candida matrona.

I tuoi rilievi aspri
suggeriscono una potenza inarrivabile,

le tue cime scale verso iperurani assorti:
bastioni che non posso espugnare.

Thursday, March 05, 2009



Ben ritrovati a tutti voi. Vi propongo un racconto ispirato da un fatto, a detta di chi me lo ha esposto, realmente accaduto.
Buona lettura

La lapide


Lasciato il piccolo paese alle spalle, le due bambine corsero lungo la strada che scendeva il basso colle, aveva fatto caldo anche quella pigra mattina di fine aprile; ora una leggera brezza piacevole, muovendo i rami degli sparuti pini, sembrava accompagnare il gioco del primo pomeriggio.

Lontano all’orizzonte, delle nuvole scure presagivano forse un temporale, ma erano così distanti che sembravano non essere nemmeno vere.

Era l’ora in cui tutto si ferma, l’ora del giorno in cui la gente, dopo pranzo, andava a riposare dalle fatiche per qualche ora, quel periodo di tempo che il paese e la campagna tutta scivola in un silenzio digestivo, e solo gli uccelli ciarlano senza sosta.

Le bambine si fermarono.

Guardando attorno nella campagna, i colori cominciavano ad essere più vivi, dai campi al cielo, dagli alberi alle nuvole, ricreando ancora una volta la fervida atmosfera primaverile.

C’era, di fronte a loro, la strada a sterro che dritta proseguiva fino al paese più vicino, da lì era possibile distinguerne i contorni, tremolanti nella forte luce del primo pomeriggio.

Le bambine si sentivano padrone della loro vita e del loro destino, in quell’arco di tempo nessuno poteva comandarle, nessuno a dirle cosa e quando fare qualcosa, erano libere da tutto, e sarebbero rimaste così per sempre.

«Che facciamo?» chiese la prima bambina.

«Possiamo andare lì!» indicò col braccio il paese.

«Ma sei scema?» trasalì la prima. «Non possiamo allontanarci tanto. Tua mamma ha detto che dobbiamo restare vicine a casa.»

«Ma chi se ne frega? E poi mamma non è qui a vedere quello che stiamo facendo, no?» corse in avanti trotterellando velocemente.

«Dai, aspettami Angela!».

Una serie di alti cespugli spinosi, accompagnavano su ambo i lati la strada sterrata.

«Guarda quante more, Lucia!» esclamò Angela esultante. «Vieni, raccogliamone un po’.»

«E se poi ci fanno male? Come sai che non sono velenose?» rispose l’altra mettendosi alle spalle con le braccia conserte ed un broncio privo di convinzione.

«Come fanno ad essere velenose? E poi le ho mangiate tante volte, sono le stesse che ci sono in campagna da mio padre.»

La bambina restò ancora qualche attimo titubante, mordendosi l’interno della guancia, poi si lasciò convincere.

Affiancò Angela e cominciò a raccogliere le more anche lei.

«Stai attenta, ci sono le spine, ed è facile pungersi…»

«Ahia!»

«Appunto!… Cretina…» rise.

Man mano che venivano raccolte, quelle che non venivano mangiate, finivano nell’incavo della gonna di entrambe. Trascorsero una ventina di minuti abbondanti, e il loro bottino ammontava a circa una trentina di piccole more, alcune rosso scuro altre nere, morbide e profumate.

Stanche della raccolta, continuarono ad avanzare lungo la strada, che poco più avanti curvava verso destra, i cespugli ne nascondevano la fine, ed era come se quel posto non appartenesse a quella zona.

Tenendo con entrambe le mani i lembi della gonna che già si macchiava di un rosso cupo, come piccole gocce di sangue, le bambine camminavano una accanto a l’altra.

«Ma tu c’eri mai venuta qui?» chiese Angela.

«No.» rispose Lucia.

Sopra le loro teste le nuvole, quelle più basse, correvano velocemente, alcune nascosero il sole per qualche attimo, lasciando la campagna in una sospesa luminosità più scura della precedente.

Giunsero oltre la curva, seguendo sempre la strada:

«La vuoi vedere una cosa?» chiese Angela.

«Cosa?»

«Vedi quella pietra che si trova lì?» indicò una lastra grigia a qualche metro da loro.

«Che cos’è?» chiese immediatamente Lucia.

«Vai a vedere…» rispose maliziosamente la bambina.

«Perché?»

«Vai a vedere!» ripeté nello stesso tono Angela.

La bambina distanziò l’amichetta accelerando il passo, quando si trovò proprio di fronte alla lastra sgranò gli occhi sbalordita: «E’ una tomba!» esclamò rivolgendosi verso Angela, sul cui volto si era dipinta un espressione di soddisfazione.

La bambina annuì, come chi la sa lunga.

«Di chi è? Non si riesce a leggere il nome.»

«Però c’è una foto!» rispose mettendosi accanto a lei.

La sottile e bassa lastra di pietra grigia, eretta sul bordo della strada, aveva un aspetto sbiadito ed eroso, come se fosse stata posta lì da chissà quanto, esposta al tempo e ai suoi naturali capricci.

Una foto laccata e screpolata avvisava che commemorava un sacerdote, magro, occhialuto e dalle orecchie vagamente larghe, nel complesso non un bell’uomo, ma sicuramente un uomo buono: lo sguardo sereno e pacato di un prete di campagna.

«E’ un prete!» disse Lucia. «Lo conosci?»

Angela fece cenno di no col capo: «Mamma mi ha detto che era il nostro prete e dell’altro paese tanti anni fa. Che faceva avanti e indietro mattina e sera per dire messa. Un giorno sembra sia morto proprio qui, ma non mi ha detto perché.»

Lucia tornò a guardare la foto, ma non ebbe coraggio di dire nulla.

«Fa paura…» disse in un bisbiglio qualche attimo dopo.

«Scema!» la canzonò Angela. «E’ solo una foto. Non c’è niente lì sotto. Anche se fosse, come dice sempre mamma: “E’ dei vivi che devi avere paura, non dei morti!”»

Lucia deglutì.

Aveva ragione, ma non poteva evitare di provare una strana sensazione di disagio che la infastidiva.

Fu la prima a percepire uno strano e pungete odore, dolciastro e nauseante.

Si voltò mentre Angela si era sporta dietro la lapide a raccogliere un fiore di campagna da deporre alla sua base.

Si bloccò immediatamente, dando una leggera gomitata alla sua amica.

«Cosa c’è?» chiese Angela, guardandola.

Lucia fissando davanti fece cenno col capo diritto di fronte a loro.

Ad una distanza di qualche metro, sul ciglio opposto della strada, un grosso cane nero, sbucò lento e silenzioso dal folto cespuglio di more.

L’animale, dal pelo corto e scuro, aveva lunghe zampe muscolose piantate per terra ed un corpo lucido, il muso pareva schiacciato, corte orecchie e due occhi che rilucevano malignamente e che fissavano attentamente le due bambine; il lato destro del muso era leggermente sollevato, lasciando scoperto una fila di denti aguzzi, mentre un filo di bava trasparente e densa come melassa gli scendeva lungo la parte inferiore del muso.

Non aveva collare e non sembrava fosse lì per mettersi a giocare con le bambine.

Terrorizzate, Angela e Lucia, fecero qualche passo indietro, lasciando cadere le more dalle gonne, mentre il molosso ne fece uno avanti, ringhiando sommessamente.

Non faceva rumore calpestando il terreno, ogni suo passo sembrava soffice e irreale.

«Che…che facciamo?» chiese Lucia terrorizzata come mai prima d’ora.

«Non muoverti veloce. Dammi la mano!»

Lucia strinse la propria in quella di Angela.

«Ora ci muoviamo di lato, ma piano, va bene?»

Lucia annuì, e già qualche lacrima faceva capolino dai suoi occhi.

Si mossero.

Prima un piede.

Poi un altro.

Lo stesso fece il cane, tenendole ancora sotto gli occhi.

C’erano delle mosche che gli ronzavano attorno, ma l’animale non sembrava interessarsene, troppo preso dalle due bambine davanti.

Mentre camminavano lentamente di lato, qualcosa di piccolo e leggero colpì la spalla di Angela, cadendo poi per terra ai suoi piedi.

La bambina d’istinto chinò la testa, un piccolo pietrisco si trovava proprio accanto a lei nella strada di terra battuta.

Un secondo pietrisco, andò a colpirla sulla testa.

E subito dopo un terzo.

Lentamente roteò la testa nella direzione: dietro la lapide, una figura umana alta e magra, vestita di una lunga veste nera.

Il volto magro e severo era incorniciato da un paio di occhiali, le labbra sottili, ferme come marmo.

Anche il cane parve accorgersi della figura.

Ringhiò forte, digrignando le zanne irrealmente lunghe.

Fu sufficiente per Angela.

Con uno strattone deciso, stringendo la mano di Lucia scartò di lato e corse a perdifiato nella direzione da cui erano venute.

Nell’attimo prima di voltarsi del tutto, con la coda dell’occhio, Angela vide il grosso cane nero balzare veloce, ferocemente contro la figura, con un ringhio agghiacciante, che sembrava quasi non appartenere a questo mondo.

Poi Lucia che urlava e che le diceva di continuare a correre la costrinsero a tenere gli occhi sulla strada.

Solo dopo che ebbero girato la curva, Angela si fermò di botto, e guardando nella direzione della lapide, curiosa di capire che cosa fosse accaduto.

Era lì.

Tutto era scomparso e non c’era traccia alcuna del cane o della figura in nero.

Tra il respiro affannato e la saliva da buttare giù, la bambina spaventata si rivolse verso l’amica:

«Andiamo via!» disse in un tono duro che sembrava non ammettere repliche…



Sunday, February 01, 2009


Sono passati due mesi, ed è cominciato un nuovo anno. Ne sono accadute di cose: la prima, forse la più importante è che ho cambiato casa. Dopo 6 lunghi anni, nella dostoevskiana casa di via dei Termini al numero 13, che molti conoscono, mi sono trasferito in una abitazione più piccola, ma luminosa, nuova, pulita e sopratutto distante dal chiassoso centro...
La seconda cosa accaduta è lo sfascio del mio pc, è dall'ultimo post che non funziona, sto infatti scrivendo da quello del mio nuovo coinquilino, in attesa che il mio computer ritorni dal coma cui è scivolato.
In attesa che ciò avvenga, ho deciso di pubblicare un breve componimento satirico, (carico di odio in realtà) verso la mia vecchia padrona di casa, una donna che quanti conoscono, non amano di sicuro...la dedico proprio a te cara "Signora" che continui a tartassarmi di telefonate, non ti auguro male o bene, ma solo tanta indifferenza...buona lettura...

La mia ex Padrona di Casa


Pelle cadente odor Disgusto
a ricoprire un sessantenne busto.


Labbra serrate a trattenere la bile
che macera da sempre nel corpo senile.


Sangue nelle vene più non ha,
solo soldi, cattiveria e tanta avidità.


Ha mille case e un conto in banca sconsiderato,
ma piange miseria col suo costoso avvocato.


Tiene abbracanata alla vita la vecchia madre,
per poterle affibbiare le tasse da versare alle Entrate.


Si crede forte, astuta come una faina,
ma è solo una vecchia e volgare gallina.


Con lo stemma nel soggiorno del Vaticano,
a dimostrare il suo spirito, puro e cristiano.


Povera creatura senza alcun spessore,
che soffirà nel suo dorato torpore,

deperendo, marcendo con grande soddisfazione,
di tutti i locatari della sua vecchia abitazione.


Wednesday, November 12, 2008


Mi sono svegliato con questi versi in testa, anche se stilisticamente non è una poesia...

Scivolai nella melassa della notte,

Pensando già al risveglio dell’indomani,
quando avrei avuto il saporaccio di prima-mattina in bocca,
che avrei lavato con caffè e nicotina.
E invece venni catapultato davanti la Porta,
che silente e megalitica mi osservava di fronte.

E come ogni sogno, troppo strano per essere vero,
mi adeguai alla nuova realtà;
come marionetta avanzavo al suo cospetto,
mentre un uomo ed una donna, ai lati di essa,
mi aspettavano frementi.

Per me non si spalancarono quelle gloriose ante,
giacché troppo indugiai nei piaceri dell’egoismo.
Seppi che ero morto, così come avevo vissuto:

indifferente alla vita.

Ora che come gli altri non ho pace lontano dal Sole,
avvinghiato ad un buio troppo freddo, arranco nel rancore
di quello che non ho potuto, di che quello ce non ho voluto.

Monday, October 27, 2008



Ben ritrovati!
Vi sottopongo un esperimento partito da una parola che da il titolo al componimento.
E' il primo ed ultimo compito che ho svolto per un fantomatico "corso di scrittura creativa" a cui avevo deciso di partecipare ma che è stato terribile: avete presente quelle esperienze felliniane dove tutti sono convinti di essere artisti e di poter fare arte e si vantano, adorando e glorificando il proprio ego?
Bene io dopo la seconda lezione sono fuggito a gambe levate, un misto di new-age, esercizi di respirazione (sic!) e presentazione di vecchie che avevano scritto i loro capitoli. Un mia carissima amica ha dato una definizione calzante: "Corso per impiegati di banca frustrati con velleità da scrittori!"
Questo scritto non è stato degnato nemmeno di considerazione, ma chi sene frega?
Buona lettura!

Torchlusspanic

Ich bin! Questo continuo a ripetermi incessantemente, e questo continuano a ripetermi quelli che mi incontrano, non per monito, nè per precauzione, ma solo per un semplice istinto di auto consapevolezza, forse l’ultimo che rimane a quelli come loro... In realtà non esisto realmente, sono solo parte di tutti coloro che ad un certo punto del loro cammino si accorgono in maniera inevitabile di non poter tornare indietro, e nella loro nuova condizione si lasciano a facili isterismi di coscienza...allora arrivo io!


Heidelberg. Una sera di fine estate, sul balcone di una vecchia villa; un uomo siede su una sedia a legno con un libro tra le mani, un piede è poggiato su una panca, sembra gonfio e arrossato da una malattia; i suoi occhi appesantiti vanno di là verso il sole che all’orizzonte infiamma i contorni della Foresta Nera. Una figura identica a quella sulla sedia si avvicina.


Hegel: «Chi sei?»

Torchlusspanic
: «Te stesso!»


Hegel
: «Io sono me stesso!»

Torchlusspanic
: «Guardami, sono quello che chiamate Doppleganger...»


Hegel
: «Ho freddo.»


Torchlusspanic
: «Lo so.»


Hegel
: «Le mie mani tremano, non ho la forza per...»


Torchlusspanic
: «Lo so.»


Hegel
: «Siedi pure, c’è posto qui accanto a me.»


Torchlusspanic
: «Grazie.»


Hegel
: «Sei vero?»


Torchlusspanic
: «Tu cosa dici?»


Hegel
: «Parli, ti muovi...direi proprio di sì.»


Torchlusspanic
: «Allora sono vero!»


Hegel
: « E’ tempo di morire, immagino, che caduta di stile!»


Torchlusspanic
: «Morire? No, io non sono la Morte, sono una forma concreta delle tue paure!»


Hegel
: «Interessante, davvero! E’ per questo che mi assomigli? Ma se sei la mia sintesi, allora, perchè non hai l’aspetto di cavalli neri? O Serpi minacciose? Sono quelle le mie paure!»


Torchlusspanic
: «No. Quelle non sono le tue paure! Le tue vere paure sono quando ti guardi allo specchio, o quando ne rifuggi, con qualche scusa costruita sul momento e presentata al tuo pensare; le tu paure hanno la forma di solchi sulle tue mani, di rughe intorno agli occhi. Di ossa scricchiolanti che ti risuonano nella mente come moniti più antichi di qualunque legge...»


Hegel
: «Sei uno Spirito? Cosa sei? Perchè continui a martoriarmi in questa maniera?»


Torchlusspanic
: «Io non voglio farti del male, non ne ho mai fatto a nessuno, sono solo venuto per ricordarti cosa sei, e cosa non sei più!»


Hegel
: «E cosa non sarei più?»


Torchlusspanic
: «Un Junggeist! Uno spirito giovane. Ti ostini a guardare ai tuoi più cari ricordi legandoli a te proprio come i fazzoletti alle giostre dei cavalieri! Ricordi la furia dei tuoi pensieri e il rumore delle tue memorie come rievochi le guerre a te sacre e care; sei patetico...ti trascini lento e triste come una figura del folclore popolare...»


Hegel
: «Dici di essere me stesso...allora dovresti conoscere il dolore che si prova a guardare fuori dalla finestra e vedere strade che hai percorso sentendole tue, e ora invece sono così distanti e lunghe da sembrarti sconosciute. Sentire il tempo dilatato e scorrere al ritmo lento di una testuggine, eppure ti accorgi di quanto sia tanto il tempo dietro di te e quanto poco quello davanti. Sai cosa si prova a vedere le tue mani tremare e non avere più la forza di spingere un carretto? No, non lo sai, sei solo una semplice essenza e non puoi conoscere quello che proviamo noi. Và via!»


Torchlusspanic
: «Me ne andrò, non temere. Ho provato ad aiutarti, ma non ti interessa, ti giova di più ripassare tutto quello che hai perduto ieri di quello che potrai trovare ora. Addio, se non vuoi accettarmi accettandoti allora sarà un triste vivere per te.»


Hegel
: «Và via Spirito nefasto! La mia è già una triste condizione ed un triste sopravvivere per sopportare di averti accanto.»


Torchlusspanic
: «Vado via, ma sappi che sarò pronto a tornare se solo ti convincerai di te stesso. Addio ancora!»


La figura esce. L’uomo rimane seduto sulla sedia fissando l’orizzonte che ora è divenuto notte. Una smorfia di dolore di dipinge nei suoi grandi occhi chiari, ma muto e silenzioso continua a guardare verso il buio della Foresta Nera.






Tuesday, October 21, 2008


Dopo il momento entropico torno a voi dinamico! Prima di lasciarvi ad un mio vecchio scritto che ho dedicato alla entropia che mi ha intrappolato proprio in questo periodo, una menzione al sito del mio paese (trovate il link accanto) che sta diventando fucina creativa di una rinascita fermente...con un augurio che questo sia solo l'inizio di una splendida avventura, saluto lo staff del sito (in particolare l'Amministratore) e tutti gli iscritti!


Supplica

Megalitiche luci profetiche
Di Rivelazioni mai scritte,
che circoscrivendo il mondo
lo abbracciate e soffocate.

Ordinato Caos non-primordiale
Di leggi elettroniche
E realtà senza materia,
di sodomia la vostra essenza.

Pianeti senza storia,
mondi senza tradizioni,
vi invoco adesso
e attendo la vostra caduta.

Monday, September 01, 2008

Uno dei migliori film dell'ultima stagione, ed una delle scene più belle, un plauso a Toni Servillo per la sua interpretazione e a Sorrentino per la sua bravura a livello registico. Con la speranza che non si tratti di una meteora nel panorama cinematografico nostrano...buona visione.

Tuesday, August 26, 2008



Dio quanto tempo è passato! Ma tra lavoro e studio (ebbene sì ho ripreso a studiare, dato che non ne potevo fare a meno) non ho avuto tempo e forse anche voglia.
Beccatevi questo racconto...

Dudael

“...E si unirono con loro ed esse rimasero incinte

e generarono giganti, la cui statura, per ognuno,

era di tremila cubiti.”

(Libro di Enoc II vii,2)

“E il Signore disse a Raffaele: «Lega Azazel mani e piedi

e ponilo nella tenebra, e stia colà in eterno, che non veda la luce.”

(Libro di Enoc II x, 2)

I quattro pilastri avevano forma circolare con la punta aguzza rivolta verso il cielo, circondati da una porzione di terreno che era sprofondata a causa delle frequenti scosse sismiche che percorrevano quasi tutta la crosta terrestre, come se l’intero pianeta cercasse di scrollarsi di dosso i germi che l’avevano fatto ammalare.
Muhammed si guardò intorno con desolazione: della splendida Damasco erano rimaste un cumulo di macerie e il grande minareto ovest della vecchia moschea, a testimone, dicevano, che Allah è davvero grande e non aveva abbandonato il suo popolo.
La solitaria torre era a poche centinaia di metri dalla fossa coi pilastri, ormai unico baluardo della memoria del prima; il minareto degli Omyyadi anche se eroso dal tempo e dai venti atomici che ancora soffiavano decisi, era riuscito a resistere e, nonostante fosse consunto, spuntava fiero dai resti della gloriosa città:
«Allah proteggici!» mormorò lui tra i denti fissando il minareto.
La tuta di piombo pressurizzata rendeva i loro movimenti goffi, ma era necessaria, dato che le radiazioni ancora non si erano dissipate del tutto; scintillanti come guerrieri santi avanzarono verso la fossa.
C’erano delle strutture in ferro, simili a impalcature e più in là un rifugio, tutto era stato montato da un gruppo di lavoro alcune settimane prima, gli stessi che erano stati portati via a causa della forte irradiazione, “Imbecilli!” pensò Muhammed “Esporsi così al vento!” .
«Fratello Kelith!» chiamò lui: «Ci accamperemo nel rifugio, occupatene tu! Voi due, seguitemi!» disse rivolto ad altri due membri della spedizione, la sua voce era ovattata e resa metallica dalla tuta.
Avvertì lo sguardo quasi omicida dei confratelli, ma non disse nulla: voleva avvicinarsi alla fossa e vedere da vicino i pilastri, dopo averne sentito parlare per così tanto tempo: erano lì a pochi passi, con la loro luce quasi innaturale che li circondava; studiarli per mesi interi, osservare attentamente le foto scattate, avevano scatenato in lui tutta una serie di sentimenti che oscillavano dal timore reverenziale all’interesse semi scientifico...ed ora erano di fronte a lui, mute e immobili alla stregua di denti scuri innalzati chissà da chi.

Dopo essersi fatto una doccia di vapore, si sentì decisamente meglio, nonostante l’opprimente sensazione che alcuni granelli di sabbia fossero riusciti ad entrare in contatto col suo corpo, ma non era vero.
Nudo con addosso solo un asciugamano in vita, si sdraiò sul letto incassato alla parete nella sua stanza, gocce di acqua condensata erano ancora sulla fronte e sui lunghi riccioli neri, chiuse gli occhi e pensò a casa, e alla guerra che si combatteva di là del mare Mediterraneo: gli eserciti papali di Pietro II che erano effettivamente diventati soldati di Cristo e gli eserciti mussulmani rinuiti sotto l’unico nome di Emirati della Mezza Luna, guidati da Jail al-Tawarikh.
Guardò verso l’oblò alla sinistra: fuori solo una distesa di sabbia rossa, il vento che la schiaffeggiava ne increspava la superficie e a Muhammed diede l’impressione di un enorme serpente che si muoveva veloce sotto di essa. Tra le piccole trombe d’aria sollevate distinse alcune sagome scure: resti umiliati della città, dissolta in un lasso di tempo poco più grande di un respiro, tutto ormai giaceva imobile e morto, i suq non avrebbero più colorato le labirintiche strade, di tutti gli odori rimaneva solo quello della cenere e della desolazione, un odore ferroso, pungente...di morte.
Cercò di non pensarci, mancavano venti minuti alle sette; alla sua destra c’era la quibla, una scritta in plastica nera nella direzione della Mecca, si inginocchiò e si mise a pregare concentrando tutta la sua mente e tutto il suo corpo in uno sforzo estatico verso Dio.

...

«Fratello Muhammed, abbiamo inoltrato i messaggi alla base e ora attendiamo risposta. Qui dentro gli apparecchi sono ancora tutti perfettamente funzionanti, il livello radioattivo è pressocchè nullo, nonostante questo, suggerisco di usare comunque prudenza.» il ragazzo era poco più che diciottenne, come altri anche lui si era votato alla causa, imbracciando le armi della fede e quelle da combattimento.
«Benissimo fratello Rashyd. Hai fatto un buon lavoro, ma ora andiamo a cenare, penseremo al lavoro più tardi o magari domattina, siamo tutti molto stanchi e abbiamo bisogno di riposo prima di metterci al lavoro!»
Il ragazzo annuì ed insieme raggiunsero gli altri cinque membri della spedizione in una stanza oblunga che era il refettorio.
Un tavolo in plastica e acciaio di un banale grigiore si trovava al centro, alto poco più di trenta centimetri, attorno otto sedie circolari prive di schienale su cui già gli altri erano seduti.
Salutarono Muhmammed appenà entrò che ricambiò con un ampio sorriso mentre si accomodava anche lui.
«Fuori comincia a fare buio, ma le colonne sono abbastanza luminose da permettere di vedere intorno.» disse Kelith con una voce nasale che suonava stranamente melodiosa: «Vogliamo fare un giro questa sera prima di cominciare domani mattina?»
Un fremito impercettibile percorse tutti i membri della spedizione, avevano tutti paura.
«Non c’è ne sarà bisogno, fratello Kelith. Questa sera riposeremo tranquilli, dobbiamo recuperare le forze. Come hai già detto tu, fuori è buio e nonostante la luce delle colonne sarebbe complicato trovare qualcosa o procedere a delle ispezioni. Quindi fratelli vi auguro buon appetito!»

“Hanno paura. Hanno tutti una paura incredibile, ed io con loro. Non posso biasimarli, i pilastri hanno qualcosa di strano, e questo posto lugubre non aiuta di certo...Allah dammi la forza, non devo farmi vedere spaventato o potrei perderli...”
«Ho trovato dei dischi nella sala ricreativa, funzionano tutti vi spiace se ne metto su qualcuno, fratello Muhammed?»
«Non siamo qui per ascoltare della musica, fratello Rashyd e tu lo sai!» esclamò freddo Kelith.
«Per me non ci sono problemi Rashyd. Fratello Kelith non credo che della musica possa nuocerci in qualche modo!»
«Un po’ di musica non può farci altro che bene, questo rifugio è un mortorio!» incalzò Gebel, un uomo dai capelli corti scuri e dinoccolato nei movimenti; gli altri annuirono.
Una musica ovattata cominciò a spandersi nell’aria, era un vecchio pezzo famoso circa venti anni fa, tutti per la durata della canzone ritornarono indietro con la mente, con tristezza, rabbia e rimrso,
«Come hai intenzione di procedere fratello Muhammed?» chiese Kelith sul vago mentre giocherellava con un cucchiaio in plastica nella crema verde dal vago sapore di rape selvatiche.
I profondi occhi scuri di Muhamed fissarono a fondo quelli di Kelith: «Abbiamo dei documenti da visionare: si trattano di dati sulla composizione dei pilastri, voglio cominciare da lì; ci sono dei frammenti in vitro delle colonne, se ne occuperà Rashyd. Gebel, tu e Jail invece vi occuperete delle trivelle, assicuratevi che siano ancora funzionanti poi attivatele e continuate con la perforazione del terreno circostante. Fratello Dumann voglio che tu rimanga dentro il rifugio, rendilo vivibile e naturalmente darai un’occhiata a messaggi che ci manderà la base.»
«E io?»
«Dato che hai tanta voglia di fare qualcosa puoi, cominciare con il levare di torno gli avanzi. Poi verrai nella mia stanza, ho alcune cose da dirti. Avete tutti la serata libera, fratelli, riposatevi pure!» detto questo si alzò dal tavolo con gli occhi carichi di odio di Kelith che gli pugnalavano la nuca.

“Dannato Kelith! Perchè rendere le cose più difficili?” ma lui lo sapeva.
Selassie Kelith aveva sino all’ultimo sperato nel posto di capo della spedizione, e fino all’ultimo era stato più che convinto che avrebbero scelto lui: tre anni di leva obbligatoria più cinque passati come capo nella guerriglia nelle cellule lungo lo stretto di Gibilterra; e invece gli ordini erano stati differenti, avevano scelto Muhammed Abu Khaled; lui che a differenza degli altri aveva solo fatto il servizio di leva obbligatoria e poi aveva abbandonato le armi per studiare Filosofia Comparata a Gerusalemme sino a quando le Nazioni Unite Europee non avevano raso al suolo l’intera città, compresi civili mussulmani, cristiani e ebrei, facendo della città santa la città morta!
Ma Kelith poteva risultare un elemento di forte disturbo per la riuscita della spedizione, il suo comportamento, un misto di boria e arroganza accondiscendente, poteva compromettere la missione e in primo luogo l’umore dell’intero gruppo.
Eppure era innegabile che fosse una persona competente, con otto anni più di lui, Kelith era abituato a muoversi in luoghi inospitali come la piana di Damasco, esperto nella sopravvivenza e all’uso di determinati congegni... “Ma allora perchè non mettere lui?”
Nella sua stanza, seduto al tavolino cercò di studiare i documenti, ma era troppo stanco e faceva fatica a concentrarsi.
Bussarono alla porta.
Kelith, senza attendere risposta entrò nella camera chiudendosi la porta alle spalle.
«Volevi vedermi fratello Muhammed?» chiese accigliato.
«Siediti fratello Kelith, voglio parlarti.» cercò di essere gentile.
«Preferisco rimanere in piedi. Ho delle cose da sbrigare e non ho molto tempo!» rispose brusco.
Muhammed tirò un sospiro e scosse leggermente il capo: «Innanzitutto volevo scusarmi per prima. Sono stato uno stupido lo ammetto, chiederti di rassettare la tavola non è stato gentile da parte mia e...»
«Scuse accettate!» tagliò corto Kelith: «Cosa vuoi fratello Muhammed?»
«So perchè ti comporti così, è per via del posto come capo della spedizione. Posso dirti che mi dispiace, non so perchè hanno scelto me, le mie competenze in campo militare sono scarse, mentre le tue be...»
«Questo dovrebbe farmi sentire meglio?»
«Se cercassi di venirmi incontro magari lavoreremmo decisamente meglio, non credi?» rispose calmo evitando la provocazione: «Da solo non credo di potercela fare, per questo ti chiedo di assistermi, farmi da vice; abbiamo già abbastanza problemi che rimanere qui a farci i dispetti non può farci altro che male, a noi e alla spedizione.
«La base operativa non mi ha dato nessuna indicazione sul ruolo militare di ognuno di voi, presumo quindi di avere carta bianca; perciò te lo chiedo ancora una volta...»
Qualcunò bussò alla porta in maniera frettolosa, la testa di Rashyd fece capolino da uno spiraglio:
«Fratello Muhammed! Scusa l’intrusione, devi venire in laboratorio: ho qualcosa da mostrarti!»
Come la maggior parte delle stanze del rifugio, anche il laboratorio era circolare, su una parte della parete in una nicchia erano state messe delle luci che simulassero la luce del sole, evidentemente per piante o erbe, ma non vi era traccia di vegetali; sulla parete di fronte un lungo tavolo che seguiva il perimetro del muro ospitava una quantità di provette, alambicchi, la maggior parte tutti vuoti.
L’odore di ammoniaca si mischiava a quello della polvere aleggiando su ogni cosa.
Rashyd portò Muhammed di fronte al microscopio, lasciando Kelith sulla porta; sul vitro era stato messo un minuscolo frammento di una delle colonne, con la voce eccitata il ragazzo disse:
«Non capisco fratello Muhammed, insomma ho analizzato per tre volte i frammenti ed è strano, insomma io...io...»
«Cosa vuol dire è strano?» chiese Kelith avvicinandosi.
«Date un’occhiata voi stessi!»
Muhammed poggiò l’occhio sinistro sull’oculare, girò la manopola per focalizzare la vista e vide piccoli corpuscoli grigi dalla forma circolare che tremolavano velocemente e a tratti si muovevano come se fossero vivi.
«Rashyd cosa significa?» chiese sollevando lo sguardo verso il ragazzo.
«Ho controllato anche i frammenti delle altre tre colonne ed è la stessa cosa, non vorrei dirlo ma sembra che si tratti di materia organica!»
«Cioè viva?» chiese Kelith mentre guardava nella lente.
«Più o meno. All’inizio ho pensato fosse un problema mio dato dalla stanchezza, poi ho temuto che fossi stato contagiato dalle radiazioni e che erano quelle a darmi delle allucinazioni, ma non è cosi...insomma di qualunque cosa siano fatte quelle colonne è un qualcosa di organico; gli strumenti che abbiamo qui non sono sufficienti per compiere delle anailsi approfondite, questo microscopio non è nemmeno elettronico, qui tutto è in decadenza: scommetto che se povassi a prendere una delle provette in mano si frantumerebbe come fosse sabbia!»
«Rashyd hai fatto un buon lavoro, ora dobbiamo capire solo il materiale con cui...»
«Nessuno!» interruppe il ragazzo.
«Cosa vuoi dire?»
«Quegli organisimi, perchè sono organisimi, non hanno nulla in comune o di simile con quanto conosco: la loro composizione, il loro movimento, tutto insomma è sconosciuto...fratello Muhammed quei pilastri non sono normali!»

Verso le undici un forte stridore proveniente dalla fossa si propagò nel rifugio: le trivelle avevano ripreso a funzionare.
Muhammed daccordo con Rashyd e Kelith aveva deciso di non mettere al corrente gli altri delle analisi condotte sui frammenti, per evitare qualunque tipo di reazione; la base operativa aveva mandato un semplice messaggio col quale avvisava la spedizione di aver ricevuto la loro nota sull’arrivo al rifugio, ma di più non aveva detto.
Il rombo possente e cadenzato delle trivelle, come i battiti di un enorme cuore facevano vibrare il rifugio, dando la sensazione spaventosa che tutto potesse collassare su sè stesso da un momento all’altro.
Gebel, un uomo basso e corpulento dai capelli corti rientrò nel rifugio e si avviò verso la stanza di Muhammed ripulendosi le mani dal grasso:
«Fratello Muhammed le trivelle sono in funzione, non hanno nessun problema erano solo state disattivate manualmente. Vuoi lasciarle accese tutta la notte?»
«No, fratello Gebel. Le accenderemo domattina all’alba, mi interessava sapere solo in che stato erano...»
«A parte la sabbia che è ormai dappertutto, sono a posto. È incredibile come riesca a ficcarsi in ogni angolo, tra un po’ me la sentirò anche dentro il culo!»
Muhammed sorrise: «Bè speriamo proprio di no! Bene, è quasi la mezzanotte e domattina ci aspetta una giornata piena di lavoro, avvisa gli altri che possono anche andare a dormire se vogliono.»
«Allora buona notte fratello, a domani!»
«A domani!»
Rimase seduto al tavolo ritornando a controllare i documenti che gli avevano dato alla base, sperando magari di riuscire a concentrarsi: si trattava di foto satellitari e rapporti circa la struttura dei pilastri: alti una ventina di metri e con un diametro di circa sei, non avevano nulla di particolare se non la loro età che sembrava risalire a circa un milione di anni fa, la loro forma perfetta, tutte erano praticamente identiche tra loro, aveva acceso la fantasia degli scienziati che avevano sostenuto come esse fossero la prova dell’esistenza dei giganti. Ma oltre a questo, Muhammed si chiedeva come potevano risultare utili nella guerra contro gli infedeli, e sopratutto che cosa avrebbe potuto fare lui!
Quando i dati e le cifre cominciarono a danzare davanti agli occhi quasi in fiamme, decise che era meglio mettersi a letto.
Lasciò i fogli sul tavolo e si coricò, mentre fuori il vento ancora ululava come un enorme lupo famelico impazzito.

...

Vide le mura di una città antica quanto il mondo, la vide come se si trovasse dall’alto e lui fosse una vista a trecentosessanta gradi, riconobbe la cupola di una moschea e un enorme minareto ma non sapeva dire a quale luogo appartenessero; il sole luccicava sulla distesa di sabbia fuori dalla città facendola rilucere come se si trovasse su un gigantesco specchio di acqua calda. Sugli spalti vi erano figure appollaiate, figure umane, ma erano così lontane da non riuscire a distinguerne i tratti.
E vide le porte spalancarsi, e dalle porte uscire una capra, appena l’animale fu fuori, le porte si
richiusero e subito le figure umane cominciare a lanciare sassi contro di essa. La capra allora per evitare di essere colpita cominciò a correre verso l’infinità del deserto e tutta la gente che assisteva, esultare festosamente.
La capra si fermò esattamente sotto la sua vista, guardandosi spaesata, cercò di brulicare, ma trovò solo sabbia.
Allora cominciò a belare, e il suo belato era come un vagito di bimbo, disperato e altisonante e contnuo, fino quasi a perdere fiato.
Lui ascoltò il verso della bestia che si faceva più forte, sempre più forte, fino ad entrare dentro le sue invisibili orecchie e si accorse, capì che il verso diceva una cosa, sempre la stessa cosa:
«Elbis! Elbis! Elbis!»

...

Non fu tanto lo strano sogno a svegliarlo, quanto il continuo battere che proveniva da fuori sovrastando il soffiare del vento: “La trivella!” pensò subito dopo essersi conto di dove si trovava, l’orologio meccanico al suo polso segnava la mezzanotte, e si rese conto solo ora di non averlo caricato.
Nel rivestirsi maledì con forza le Nazioni Unite Alleate che avevano bombardato con la nucleare, impedendo con le radiazioni l’utilizzo di qualsiasi oggetto elettronico.
Uscì nel corridoio dove trovò gli altri più o meno nelle sue condizioni:
«Fratello Muhammed, cosa succede? La trivella si è messa in funzione!» disse Gebel, poi aggiunse: «Ma l’avevamo spenta!»
«Prendete le armi e seguitemi!»
Indossarono le tute e si avviarono verso l’uscita: “Dov’è Kelith?” si guardò intorno, ma forse sapeva dove si trovava.
«Jail vai a svegliare Kelith e raggiungeteci alla fossa!»
Fuori la notte era nera come l’inferno, il vento radioattivo aveva il rumore di mille lamenti, ma le trivelle quasi lo sovrastavano, le luci alle impalcature erano accese, così come quelle montate attorno alla fossa dei pilastri.
«Fratello Muhammed!» Jail gli venne incontro trafelato: «Kelith non è nella sua camera!»

“Sapevo che saremmo arrivati a questo punto! Allah aiutaci!”
«Andiamo fratelli, e che Allah sia con noi!»
E lì proprio al centro, la figura di un uomo in tuta armeggiava tra i pulsanti dei macchinari.
«Kelith!» urlò Muhammed cercando di farsi sentire: «Kelith cosa stai facendo, in nome di Allah!»
Ma Kelith non sentiva, era troppo preso a controllare che tutto andasse perfettamente.
Muhammed fece cenno agli altri di seguirlo. Una scala era stata scavata attorno alla fossa, ricavata direttamente dalla roccia intorno; in fila scesero uno dopo l’altro.
«Fermi dove siete!» urlò Kelith con un fucile a granate puntato contro di loro: «Non avvicinatevi o vi faccio saltare in aria!»
Si bloccarono.
«Cosa credi di fare?» domandò Muhammed.
«Quello che tu non hai voluto fare! Sotto i pilastri c’è una cupola e va aperta! La guerra con gli infedeli è a nostro svantaggio e tu vuoi aspettare fino a domani?»
Il boato delle trivelle da dove si trovavano era più forte, quasi a spaccare i timpani...

DOOM! DOOM! DOOM!

«Kelith sei pazzo! Una notte in meno non cambierà le sorti della battaglia!»
«Cosa ne sa di strategia militare un filosofo?» chiese lui con tono beffardo: «Qui sotto si trova l’arma che ci farà vincere la nostra guerra santa! E ora allontanatevi, la cupola è quasi aperta!»
Come enormi zanne metalliche le trivelle procedevano nella loro discesa, le luci fredde e gialle illuminavano una porzione di terreno ai piedi delle colonne, la roccia era stata spaccata e si intravedeva qualcosa dello stesso colore dei pilastri: “Kelith aveva ragione! Perchè non ero stato avvisato di questo!” si chiese.

DOOM! DOOM! DOOM!

«Kelith allontanati da lì, è un ordine!» tuonò Muhammed.
Rashyd si sporse in avanti puntando la pistola.
«No!» urlò Muhammed, cercando di deviare il colpo, lo sparo risultò quasi silenzioso tra il vento e le trivelle, il proiettile colpì un angolo delle impalcature con un debole suono di metallo contro metallo.
Kelith sparò.
La granta uscì dalla canna con un flop che aveva dell’irreale, avanzò nella sua traiettoria, gli occhi di tutti erano punati su di lei.
Non urlò nessuno, forse la paura, forse l’incomprensione del momento.
Muhammed abbassò l’arma, nell’ultimo istante ricordò il suo professore di teologia che discuteva di Averroè e del suo “Distruzione della Distruzione”, ma a parte il titolo, così indicativo della situazione, non ricordò nulla di più; chiuse gli occhi, quasi con rassegnazione: “Allah accoglici nelle tue file!”
L’esplosione si propagò con un suono cupo e tremolante, lo spostamento d’aria mandò per terra Kelith ad alcuni metri di distanza.
Pezzi di roccia, polvere e carni cominciarono a spandersi nell’aria ricadendo in vari frammenti.

DOOM! DOOM! DOOM!

Il vento e le trivelle, e nientaltro.
Le scale erano frantumate in vari punti, dei membri della spedizione non c’era più nessuna traccia.
Kelith si sollevò da terra, un frammento lo aveva colpito alla gamba, ma la tuta aveva attutito il colpo, sporco di polvere e detriti si sollevò da terra, trionfante.
Udì il suono della roccia scura che si frantumava, un rumore più forte delle trivelle e del vento stesso.
«Ci siamo! Allah sia lodato!»
Spense le macchine.
Il foro era largo quasi un metro, c’era ancora della polvere che cominciava a dileguarsi, portata via dal vento; Kelith col respiro reso affannoso dall’eccitazione, prese una torcia che si trovava sulla consolle di attivazione delle trivelle e fece alcuni passi verso il buco, che nero giaceva lì, a poco da lui.
La base operativa gli aveva detto bene: esisteva uno strato di roccia scura che ricopriva come una sfera qualcosa alla base dei pilastri, e ora quella sfera era stata aperta e lui era lì a vedere che cosa custodiva.
Illuminò dentro la spaccatura, quasi perfetta nella sua circolarità, la luce si perdeva dentro di essa, illuminando la sagoma di qualcosa che sembrava giacere lì dentro, qualcosa di enorme.
A Kelith sembrò udire come dei sussurri intorno a lui, come se il vento avesse smesso di soffiare immediatamente, illuminò intorno ma non c’era nulla, ritornò a guardare la sagoma dentro il buco, riconobbe come delle dita, delle enormi dita legate a qualcosa simili a catene, poi quelle dita parvero muoversi, ma Kelith non ne era sicuro, i sussurri attorno lo distraevano, si facevano più forti e cominciavano quasi ad avvicinarsi...

Sunday, May 18, 2008


Ego Ego Ego Ego....

Sunday, March 16, 2008


"Sia la strada al tuo fianco, il vento sempre alle tue spalle, che il sole splenda caldo sul tuo viso, e la pioggia cada dolce nei campi attorno e, finché non ci incontreremo di nuovo, possa Dio proteggerti nel palmo della sua mano."

A Toast to St. Patrcik

St. Patrick was a gentlman who through strategy and stealth drove all the snakes from Ireland. Here's toasting to his health. But not too many toastings lest you lose yourself and then forget the good St. Patrick and see all those snakes again.

A tutti coloro che hanno l'Irlanda nel cuore e la birra nelle vene Buon San Patrizio!!!

Tuesday, January 29, 2008



L'ultimo post è datato ancora 2007, è tempo di ricominciare.
Tante le cose accadute, troppe forse; e tante ancora ne succederanno.
Per il momento sento il dovere di restare torvo di fronte allo splendido balletto che i nostri Tutori Politici continuano a compiere, altro che Barysnikov (a cui tra l'altro faccio gli auguri per i suoi 60 anni.) che piroette, che slanci artistici!
Una sola parola: continuate così ragazzi, state mandando a troie questo paese!!!
Credo sia giunto il momento di fare la nostra parte, anche nel piccolo: è la nostra terra, la nostra realtà e non possono distruggerla sotto i nostri occhi!
Vi prego, non restate inermi davanti a tutto questo scempio, aprite gli occhi, perché stiamo davvero affondando sempre di più, forse ci meritiamo di andare a picco per capire effettivamente la nostra deprimente situazione, ma credo dobbiamo evitarlo in tutti i modi.
Vi abbandono con le parole di una splendida canzone di Franco Battiato...

Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos'è il pudore,
si credono potenti e gli va bene quello che fanno;
e tutto gli appartiene.
Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!
Questo paese è devastato dal dolore...
ma non vi danno un po' di dispiacere
quei corpi in terra senza più calore?
Non cambierà, non cambierà
no cambierà, forse cambierà.
Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali.
Me ne vergogno un poco, e mi fa male
vedere un uomo come un animale.
Non cambierà, non cambierà
si che cambierà, vedrai che cambierà.
Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali
che possa contemplare il cielo e i fiori,
che non si parli più di dittature
se avremo ancora un po' da vivere...
La primavera intanto tarda ad arrivare.





Sunday, December 30, 2007


Un pensiero al Pakistan, paese martoriato che negli ultimi giorni ha ricevuto un ulteriore pugnalata: l'uccisione di Benazir Bhutto la candidata alle elezioni dell'8 gennaio uccisa durante un suo comizio per le strade di Rawalpindi il 27 dicembre. Ora si gioca a passarsi la responsabilità dell'attentato come nel gioco della patata bollente e non si conoscerà la verità per chissà quanto tempo.
La Bhutto, grande donna, dopo aver trascorso anni di esilio volontario tra Londra e Dubai, era tornata in patria candidandosi per le elezioni future; già altre volte era stata oggetto di attentati e nonostante ciò non aveva mai rinunciato ad un contatto più umano con la gente, lontano dalle poltrone del potere e dalla demagogia politica.
Grazie Benazir per quello che hai fatto e che continuerai a fare...
Ce ne fossero altre come lei, interessate alla politica in quanto res pubblica, e non al potere e ai milioni che entrano nelle tasche: Politici Italiani imparate!!!!!!
Alla prossima

Monday, December 03, 2007



Ecco un'altra rallegrante notizia:
Putin stravince le elezioni, il suo partito "Russia Unita" conquista la maggioranza assoluta dei voti con il 67.8% di seggi (313 delegati su 405) alla Duma di Stato, ben oltre i due terzi della maggioranza!
La notizia spassosa è che con tutti i quelle poltrone che saranno occupate non sarà difficile cambiare le carte in tavola nella Grande Federazione Russa, questo perché la Duma ha determinati poteri che le competono e che Putin, furbo come una faina, non avrà certo scordato.
Di seguito riporto i poteri che alla "Camera Bassa" sono stati conferiti dalla Costituzione russa (approvata con referendum nel 1993):
  • Approvare le leggi a maggioranza ; le leggi devono essere approvate dal Consiglio della Federazione e firmate dal Presidente.
    • Emendare la Costituzione con una maggioranza dei due terzi.
  • Annullare il rifiuto di una legge da parte del Consiglio Federale con i due terzi dei voti
  • Annullare il veto presidenziale con la maggioranza dei due terzi (il Consiglio Federale deve anche essere d'accordo con la maggioranza del 75%)
  • Approvare o rifiutare la nomina presidenziale per il Primo Ministro.
  • Nominare il Presidente della Camera di Audizione e metà dei suoi componenti
  • Intraprendere la procedura di messa in stato di accusa del Presidente (con la maggioranza di due terzi)
  • Tutte le leggi vengono dibattute e approvate alla Duma, per essere ulteriormente analizzate al Consiglio Federale
  • Considerare e approvare tasse federali
  • Discutere su problemi di guerra e pace
  • I doveri sono elencati alla Sezione 1, Capitolo 5, Articoli 100—108 della Costituzione della Russia.
Date queste premesse è piuttosto facile immaginare quali scenari e quante sorprese si prospettano dopo il 2 marzo del 2008, data che corrisponde in Russia alle elezioni presidenziali, e alle quali, sempre secondo la Costituzione, Putin non potrà più essere riconfermato!

PICCOLA NOTA: Il 2008 secondo John Titor (il viaggiatore del tempo proveniente dal 2036) sarà l'anno in cui si potrà avere avere una delle tante conferme di quella che sarà la Terza Guerra Mondiale...d'altronde il calendario Maya ci ha già detto che il 2012 sarà l'anno del cambiamento!
Millenarismo? Paranoia?
...Ai posteri l'ardua sentenza...l'unica cosa che posso dire è OCCHI APERTI!


Saturday, November 24, 2007


Accantono la scrittura per un attimo per mettervi al corrente di una notizia letta su un quotidiano nazionale: un uomo rapina una farmacia per dare da mangiare ai suoi figli! E' accaduto a Milano ed è il terzo episodio nel nostro "civile" e progredito paese membro della prestigiosa Comunità Europea; già precedentemente un pensionato aveva rubato in un supermercato una confezione di pasta per sfamarsi , e ancora un altro uomo si è gettato sotto il treno perché non aveva i soldi necessari a vivere.
Bella vicenda davvero!
Mentre assistiamo al vecchio e stancante gioco della poltrona della politica, fatto di ripicche e accuse, la gente fa la fame!
Mentre i tacchini di Montecitorio, palazzo Madama e Chigi (senza distinzione di colore, dato che nel nostro belpaese si fa politica anche se vai al cesso) si arrovellano su come conquistare o tenere il loro meritato posto al sole, noi come al solito la prendiamo allegramente nel culo!
Non aggiungo altro, chiudo con le parole di De Andrè:

NELLA MIA ORA DI LIBERTA':

Di respirare la stessa aria
di un secondino non mi va perciò ho deciso di rinunciare alla mia ora di libertà se c'è qualcosa da spartire tra un prigioniero e il suo piantone che non sia l'aria di quel cortile voglio soltanto che sia prigione che non sia l'aria di quel cortile voglio soltanto che sia prigione. È cominciata un'ora prima e un'ora dopo era già finita ho visto gente venire sola e poi insieme verso l'uscita non mi aspettavo un vostro errore uomini e donne di tribunale se fossi stato al vostro posto... ma al vostro posto non ci so stare se fossi stato al vostro posto... ma al vostro posto non ci sono stare. Fuori dell'aula sulla strada ma in mezzo al fuori anche fuori di là ho chiesto al meglio della mia faccia una polemica di dignità tante le grinte, le ghigne, i musi, vagli a spiegare che è primavera e poi lo sanno ma preferiscono vederla togliere a chi va in galera e poi lo scanno ma preferiscono vederla togliere a chi va in galera. Tante le grinte, le ghigne, i musi, poche le facce, tra loro lei, si sta chiedendo tutto in un giorno si suggerisce, ci giurerei quel che dirà di me alla gente quel che dirà ve lo dico io da un po' di tempo era un po' cambiato ma non nel dirmi amore mio da un po' di tempo era un po' cambiato ma non nel dirmi amore mio. Certo bisogna farne di strada da una ginnastica d'obbedienza fino ad un gesto molto più umano che ti dia il senso della violenza però bisogna farne altrettanta per diventare così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni. E adesso imparo un sacco di cose in mezzo agli altri vestiti uguali tranne qual'è il crimine giusto per non passare da criminali. C'hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame. Di respirare la stessa aria dei secondini non ci va e abbiamo deciso di imprigionarli durante l'ora di libertà venite adesso alla prigione state a sentire sulla porta la nostra ultima canzone che vi ripete un'altra volta per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti. Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti.


Sunday, October 28, 2007



Sono stato davvero troppo assente, ma ho avuto molto a cui pensare e molto da fare. Interrompo per ora la pubblicazione di Ez300 perchè un editore mi ha chiesto di continuare a scrivere i capitoli per un eventuale libro.
Nel frattempo eccovi un innocuo omaggio al solitario di Providence: buona lettura!

La Dama Silente

L’atrio aveva gli odori di un posto arcano. Le finestre, due ai lati e dalla forma bifora davano l’impressione di un posto quasi antico, come le nude pareti liscie e lucide come marmo, striate di venature violastre che sembravano quasi muoversi se ti lasciavi andare alla loro serpeggiante forma.

Il pavimento, un mosaico di tasselli color ambra, e ogni tassello una tonalità di ambra differenti: ora più chiaro ora più scuro.

Di fronte la parete aveva un’entrata che terminava a punta, rifinita ai bordi con una fantasia di fiori orientali.

Dalla stanza adiacente proveniva un suono vellutato, una musica trascinante, stonata e disarmonica eppure mai cacofonica ma melodica; si scorgevano ombre di danzatori che si muovevano al ritmo di quella strana aria composta da chissà chi.

Bastarono pochi passi per trovarmi all’interno di un enorme salone ottagonale dal pavimento e pareti color ocra, quasi sabbia, anche qui mille tasselli che formavano un disegno al centro della stanza, sembrava una grossa rosa rossa, ma anche uno strano occhio dalla pupilla nera; in ogni angolo otto colonne che si diapartivano dal terreno raggiungendo il soffitto a volte, e ognuna di esse aveva mille estensioni a mo’ di rami che si congiungevano verso il centro, dove un foro perfettamente circolare mostrava un cielo scuro.

Dal foro poi pendeva un grosso braciere in ottone tenuto con una grossa catena, e dall’interno si espandeva l’odore di incensi profumati.

Le ombre che si agitavano erano di centinaia di danzatori: venivano dall’oriente, dal Nord o dal Sud, i loro abiti appartenevano a mondi ed epoche diverse: gente in frac, militari in divisa, donne dalle vesti fluenti e godive frenetiche.

Ciò che attrasse la mia attenzione fu un enorme trono in ottone, cesellato con figure mitiche e bestiali, possenti e grottesche e assiso una figura ricoperta interamente da una logora veste avana, nè le mani nè il volto erano visibili, cappuccio e maniche li nascondevano interamente, si intravedevano solo i contorni chiari di quella che sembrava una maschera bianca; eppure sembrava osservare tutti e nessuno, e la sua fiera immobilità suscitò in me uno sconosciuto rispetto.

Da fuori spirava un vento caldo che agitava le tende di seta e profumava di mare.

Poi mentre ero ancora concentrato sulla figura sul trono, la musica cessò per un attimo, e tutti i danzatori si spostarono ai lati della stanza, dividendosi in due ali ben distinte, lasciando libero il centro della sala.

Cominciò allora a diffondersi una nuova melodia, prodotta solo da trombe di ottone e chiarine di bronzo, che isterica si espandeva con eguale forza, portando con sè sapori arabeschi.

E dalle file ai lati staccarsi un gruppo di odalische con veli di un verde acerbo, ognuna di esse si muoveva al ritmo della frenetca danza, con i loro fianchi lucidi; le loro movenze mi riportavano alla memoria canti e visioni di viaggiatori seduti attorno al fuoco nella notte fredda di un immenso deserto; erano rapite dalla musica e lasciavano che i loro corpi si muovessero al suono degli strumenti, senza sosta al centro della sala.

Vagamente assomigliante alla corte di un sovrano, quella scena: una corte fuori dal tempo, dove zingari danzavano con ussari e templari con mori, e su tutti sempre la severa figura ammantata che osservava silenziosa la scena in tutto il suo svolgersi.

Fu mentre i miei occhi seguivano i movimenti delle danzatrici, risalendo lungo il loro corpo, mi accorsi che una di esse mi osservava insistentemente, il suo volto era coperto dalla stessa identica seta delle altre, gli occhi profondi cangiavano colore a seconda dell’intensità della luce: da un marrone vivo passavano ad un verde profondo, lo stesso colore del muschio fresco e profumato, erano fissi su di me e sentivo indistintamente quanto mi attirassero, quanto mi avvolgessero completamente sino ad escludere tutto il resto.

Sostenni con difficoltà il contorno delle pupille che urlavano senza scalpore, sensualità e desideri malcelati; scesi allora sulle labbra che si intravedevano appena sotto il velo, labbra piccole abozzate in un mezzo sorriso complice degli occhi, il quadrato di seta terminava poco sotto il collo, lasciando scoperte le spalle dove risaltavano la forma perfetta delle clavicole che scomparivano a tratti nella pelle, immergendosi come rocce in un mare bianco e lucido.

Indossava un corpetto corto che le fasciava due piccoli seni graziosi, così preziosi celati in uno scrigno di seta lavorato a mano con dedizione e arte; la pelle bianca alla vivida luce della sala, mostrava piccole goccioline di sudore che colavano tra il solco di quei seni, come infinitesime parti di diamanti scivolavano inesorabili sino a scomparire lasciando la tracca umida del loro percorso.

Furono forse i fumi e gli incensi scoosciuti a sprofondare gli occhi e la mente in uno stato di deliquio da cui non riuscivo a liberarmi; la musica procedeva con la stessa intensità, ne carpivo a volte note, ma ero troppo concentrato sul corpo della donna per poter anche solo intuirne la melodia.

Le mani che si sollevarono a farmi cenno di avvicinarmi furono lo schiaffo in volto che mi premise di riavermi: la sala era muta e divisa, nessuno più al centro di essa, solo lei ed io, i cenni continuavano, le dita come piccole serpi mi chiamavano, il suo corpo non perdeva mai il ritmo della musica; allora avanzai, passo dopo passo, incerto e maldedstro riuscii comunque ad avvicinarmi a lei, con movimenti lenti ed eleganti anche lei mi veniva incontro, ma tutta la mia attenzione era sul suo volto e per attimo mi sembrò che si muovesse come un’apparizione fluttuante.

Sentii d’un tratto la sua gamba cingermi il fianco sinistro e tutto il mio corpo venire attirato al suo con dolce violenza e selvaggia sensaualità.

Mi ritrovai davanti a lei, incapace di tutto, la mano destra tesa a seguire i contorni del mio volto, senza toccarli, la bocca piccola ed elegante a poco dalla mia semi aperta, il sorriso sempre presente e gli occhi attenti ad ogni minima increspatura della pelle.

Ancheggiando sul mio corpo, le sue labbra si schiusero facenndosi più vicine, io la imitai e mi lasciai andare socchiudendo gli occhi e traendo un sospiro, ma tra le fessure delle papebre la vidi scansarsi e sorridere divertita.

La figura sul trono aveva giunto le mani e guardava con interesse la scena, come tutto il resto della sua corte, tutti gli occhi erano su di me, trepidanti per come mi sarei comportato, la danzatrice nel frattempo si era allontanata e volgendomi le spalle continuava a ballare dirigendosi verso il trono, e arrivata lì davanti si accasciò ai piedi dei gradini con un movimento secco nello stesso istante in cui terminava la musica.

Lì rimase immobile e silenziosa.

Ad un cenno improvviso dell’incappucciato, tutti i presenti scemarono fuori, e prima ancora che potessi fare qualunque cosa il sordo rumore del portone alle mie spalle mi avvertì che ero rimasto da solo, davanti a lui e la ballerina ai suoi piedi; allora si alzò dal suo seggio e cominciò a scendere i gradini con lentezza e stile, la donna si fece subito di lato rialzandosi, ma restando col capo chino verso il pavimento.

Allora lui le tese una mano e lei obbedì, si fecero avanti, entrambi verso di me, e quando furono a poco, la figura mi tese l’altra mano, vedevo da sotto il pesante cappuccio la maschera che avevo individuato in precedenza: bianca dai contorni abbozzati, terribile nella sua severa inespressività, ebbi paura e profondo rispetto, cominciai a temere le fattezze di lui, il suo incedere e il suo continuo silenzio.

La sua mano sfrorò la mia e con un movimento lento ma deciso la portò a prendere quella della danzatrice che rimaneva ferma e muta.

Poi che io e la donna fummo mano nella mano, la figura si fece da parte e senza darci le spalle ritornò a sedrsi sul trono.

Il portone alle nostre spalle si aprì.

Capii allora che si era aperto per noi, e tenendo lei per la mano procedetti come in un sogno ovattato, passo dopo paso, sentendo quasi i piedi di gomma, le ombre proiettate dalle torce sembravano inchinarsi al nostro passaggio, e il vento che spirava dalle finestre ci spingeva dolcemente verso l’uscita.

Non c’era più l’androne, ma una lunga scalinata che non saliva nè scendeva, ma continuava davanti sino ad una porta verde scintillante, una lunga spina dorsale bianca, ecco come mi apparivano quei gradini le cui punte rivolte verso il soffitto rilucevano intensamente.

Non incontrammo difficoltà a camminare sulla scala orizzontale e ben presto ci trovammo al cospetto della porta verde, fatta di smeraldo lucido e luminoso dalle scalfiture perfette, la donna posò il palmo della mano sulla superficie liscia e un’anta si aprì con naturalezza, rivelando di là una stanza enorme ricoperta di eleganti tende porpora rifinite con sottilissimi ghirigori di oro, grossi candelabri di argento a sei braccia erano disposti ai quattro lati, le candele blu emanavano una calda e profumata luce che era raccolta e amplificata da grandi specchi ovali alti piu di un metro e mezzo.

Il pavimento era ricoperto da tappeti pesanti e dai colori scuri, mi ricordarono gli occhi di lei, così cangianti e accoglienti.

E al centro, sulla parete di fronte un grosso letto a baldacchino in legno e ferro, dalle leggere tende di seta rossa che si agitavano in movimenti delicati, c’erano dei cuscini di seta che invitavano ad adagiarcisi sopra.

Lei tenendomi sempre per mano mi condusse ai piedi del letto e qui vi si lasciò cadere lentamente, strisciando sulla sua superficie, senza perdermi di vista un solo istante.

Con gli stessi movimenti lenti, spinto da un fuoco che cominciava a divamparmi dall’interno, strisciai al suo fianco e quando le mie mani cominciarono a sforarla lei chiuse gli occhi mentre un sorriso di benessere profondo le si delineò sulle labbra; non osai molto, giacchè la sua bellezza era tale che pensai di non volerla assalire con accenni di bestialità, ma mi limitai invece a baciarla su ogni parte della sua pelle: dalla fronte al suo piccolo ombelico così perfetto, lei gemeva e a tratti si scuoteva in brividi di piacere: era come se fossi un musicista e lei il mio strumento che pizzicando le corde giuste produceva suoni e movimenti in sintonia col mio volere.

Le baciai il petto e poi i seni ancora nascosti dal corpetto, sentii la sua mano avvolgere la mia testa come a chiedermi di rimanere lì, mentre l’altra esplorava la mia spalla solcandola di leggeri e sensuali graffi.

Quando poi le mie labbra risalirono verso le sue, esse si dischiusero teneramente accogliendomi con un lungo e desiderato bacio, fu per entrambi come dissetarsi alla fontana più pura di acqua sorgiva, come quei viaggiatori del deserto che dopo giorni di cammino si abbeverano ad un’oasi trovata sul loro cammino; tale fu il nostro bacio, lungo e semplicemente sincero.

Al termine ci guardammo occhi negli occhi, e mi parve allora di riconoscerla, la rividi circondata dalle nebbie del tempo e dell’oblio, in altri luoghi e in altri tempi: la vidi sacerdotessa; la scoprii contadina; la riconobbi come vento e in tante e tante altre forme, ma tutte erano sempre vicine a me, nel cuore, nella mente e nel corpo.

Ben presto ci colse il sonno, lei si accoccolò nell’incavo del mio braccio destro e chiuse gli occhi, io le carezzavo i capelli e il collo, ma prima che entrambi ci addormentassimo del tutto, lei prese la mia mano e vi mise qualcosa di piccolo e freddo al suo interno: un piccolo smeraldo a forma di goccia o lacrima, poi mi chiuse la mano e mi baciò un’ultima volta e lì, mentre la luce sfumava intorno a noi, ci prese il sonno, con l’ultima promessa non sussurrata che ci saremmo incontrati di nuovo tra quelle stanze o al cospetto della figura incappucciata che ci aveva benedetto entrambi col suo silenzio.

Francesco Lacava

Monday, July 02, 2007

Il nono capitolo...ebbene sì non mi ero dimenticato!



Simbiosi catartica


L’uomo era stato legato a testa in giù con corde di nylon strette e appeso ad uno dei grossi tubi che percorrevano il soffitto, aveva nello sguardo una espressione di terrore e incomprensione per quello che li accadeva intorno e gli occhi sbarrati cominciavano a perdere luminosità.
Alla base del collo gli era stato praticato un profondo taglio da cui sgorgava purpureo e fluente il sangue, che scendendo gli inzuppava orecchie e capelli, cadendo in un uno scolo d’acqua putrida proprio sotto di lui.
Gli spasimi del corpo si facevano più radi e lentamente anche il respiro diventava più calmo assomigliando a piccoli singulti.
“Ha scalciato e grugnito come un maiale!” constatò freddamente Nathan.
Carezzandosi con un dito il dorso della mano sinistra fasciata che pulsava ad intermittenza, come un allarme; in piedi dava le spalle ai confratelli riuniti in quel condotto fognario per la punizione dello straniero dalla pelle color caffé di cui non si conosceva nemmeno il nome.
Lo avevano rapito per strada come era stato fatto altre volte, tramortendolo e trascinandolo nelle fogne, scelto a caso tra centinaia di disperati che si trascinavano di giorno in giorno.
«Magister è morto, bisognerà tirarlo giù.» l’Alfiere si avvicinò rimanendo di un passo dietro.
«Lasciatelo lì, nessuno lo reclamerà.» rispose Nathan continuando ad osservare il cadavere.
L’Alfiere annuì, fece cenno ai confratelli che cominciarono in silenzio a dileguarsi.
Alla luce di lanterne a petrolio appese a ganci, l’ombra di Nathan tremolava come di vita propria, rendendolo più grosso e minaccioso.
«Tu non vieni, Magister?»
«No. Aspetterò ancora qui, ora che c’è silenzio…» si interruppe guardando l’oscurità attorno.
«Che c’è?» domandò l’Alfiere, ora erano accanto.
«Nulla». “Basso, non lo ricordavo così basso, meschino e falso…dovrò sbarazzarmi di lui molto presto!”
“Fallo ora, Nathan…”
mormorò la voce dal polso.
Nathan distolse lo sguardo dall’Alfiere e fece qualche passo verso il cadavere che ancora caldo penzolava mentre il sangue continuava a sgocciolare lentamente con un plic metallico e cadenzato come un orologio che scandisse lo spegnersi della vita ultima del cadavere.
«Magister i confratelli sono preoccupati…»
«Per cosa?» Nathan continuava a non guardarlo in faccia, attratto com’era dai rivoli rossi sull’uomo.
«Be…la tua assenza: nessuno di noi ha avuto tue notizie per tre giorni, dopo l’appuntamento da Wings c’è stato solo un lungo e angosciante silenzio, abbiamo pensato molte cose…troppe.»
«Cosa avete pensato?»
L’Alfiere sussultò per un attimo.
“Questo idiota si sta scavando la tomba da solo, lo sai vero? Ma lascialo parlare Nathan, sarà divertente!”
Strinse convulsamente le mani come a voler zittire la voce.
«Non credo di dover dare spiegazioni se ho deciso di isolarmi, meno che a te o ai confratelli!»
«Ma Magister…» ribatté l’Alfiere. «I confratelli hanno il diritto di sapere dove va il proprio leader, per avere la certezza che egli c’è sempre!» affermò con forza.
«Allora la tua presenza e il tuo ruolo sono inutili, è questo che stai dicendo? Perché se è così non ci metto molto a rimpiazzarti con qualcuno più competente. Se ti ho nominato Alfiere è perché tu faccia le mie veci quando non ci sono, senza chiedere perché, e non per portarti a letto i ragazzi che riesci a raccattare per strada…ci sono altri confratelli che sarebbero ben lieti di prendere il tuo posto, a te la scelta, ma scegli bene!»
Gli occhi di Nathan incrociarono finalmente quelli dell’uomo accanto, uno sguardo crudele e ferale che l’Alfiere non fu in grado di sostenere, fece un passo indietro disorientato.
«Magister…io…» farfugliò spaventato.
«Sparisci!» ordinò Nathan. «Ora!»
L’Alfiere ubbidì.
Quando fu rimasto solo, abbandonò tutta l’austerità e si rilassò, il polso gli prudeva terribilmente, si sedette per terra con le spalle appoggiate alla parete di pietra umida, il cadavere di fronte che ondeggiava forse per una breve corrente d’aria, gli occhi fissi accusatori che sembravano chiedere il perché di quel gesto.
“Avresti dovuto ucciderlo, Nathan, ha paura di te, sentivo il fastidioso odore di preda spaventata…”
«Non posso uccidere tutti quelli che mi contraddicono!»
“Certo che puoi!”
Nathan tolse le bende dove si era formata una piccola chiazza giallastra: sul dorso era cresciuto un bubbone non più grosso di una noce con venature bluastre in rilievo che si intersecavano come a formare un cerchio quasi perfetto, si sollevava e si abbassava ritmi regolari come animato di vita propria, da un lato era colato un liquido vischioso, tra il pollice e l’indice, pus forse, che aveva macchiato le bende.
“Ricorda Nathan: io non sono la tua coscienza, né la tua morale, non voglio trattarti come mio inferiore, siamo in simbiosi, una cosa sola. La notte che hai scelto di accogliermi nel tuo corpo hai scelto di cominciare una nuova vita, non più sottomessa alle leggi della natura, ma alle mie! Non soffri più il sonno, la fame, le tue membra si riposano da sole e l’appetito è un divertimento, un ozio, non più un istinto…senza dimenticare quel piccolo particolare che ti stava lacerando dal di sentro; in cambio ti ho solo chiesto ospitalità…e tu hai accettato! L’Alfiere va eliminato con qualcuno di più efficiente, di più fidato!”
«Non posso!» rispose Nathan.
“Perché? Non mi hai ascoltato?”
«Ti ho ascoltato invece! Vuoi che elimini l’Alfiere, lo farò, non temere, era già nei miei piani ben prima di incontrare te. So per certo che è stato lui a mettermi in contatto con Wings, le sue idee di allargare la loggia sono vecchie e risapute: sete di potere, frustrazione…è disposto a tutto per arrivare al mio posto…»
“Avevo ragione, allora! Ascolta quello che ti dico…” esclamò trionfante la voce, che sembrava sorridere. “Finora non hai perso nulla dandomi retta…o sbaglio?”
Calò il silenzio.
Le membra di Nathan non erano mai state meglio, le sentiva più leggere, più mobili, i dolori alle articolazioni erano spariti, l’infiammazione che a volte lo affliggeva sembrava solo un triste ricordo di un lontano passato.

La notte che aveva accettato il passaggio da quello che si era presentato come l’autista di Wings, la sua vita aveva assunto una piega diversa e inaspettata: poco dopo che era salito a bordo le nebbie attorno si erano diradate come le tende di un candido ed etereo sipario, avvolgendosi poi subito dopo, e la città era sparita, luci e suoni sfumati.
C’era stato il suono di uno sciabordio d’acqua, l’auto che procedeva alla stessa maniera di una zattera, galleggiando e ondeggiando, mentre Nathan ancora faticava a rendersi conto di quello che stava accadendo, l’autista si era accasciato di lato, come morto.
Allarmato, il Magister si era precipitato sul sedile anteriore afferrando il volante con tutte e due le mani, senza lasciare la presa era riuscito a scansare il corpo inerte dell’uomo e a mettersi al posto di guida, per rendersi conto, stupito, di come la vettura non aveva subito sbandamenti o accelerazioni.
Al contrario di quanto Nathan si aspettasse, l’auto si era fermata e lui si ritrovò immerso nel silenzio interrotto solo dal continuo suono liquido che non riusciva a vedere.
Toccò il corpo.
Era freddo, più freddo di un qualsiasi cadavere, più freddo del nero inferno, le membra rigide e dure, ebbe una folgorazione che lo fece inorridire: “Questo è morto da tempo!” si allontanò quasi subito, lasciando il corpo fermo immobile.
“Lascia perdere quel guscio, oltretutto era anche scomodo!” la voce arrivava profonda da un lato non ben identificato del buio dell’automobile.
“Dove guardi?” aveva chiesto poi.
“Sono qui: abbassa gli occhi, Nathan!”
Meccanicamente, senza pensarci aveva ubbidito; dal lato della bocca del corpo un rivolo scuro e melmoso, scivolava lentamente, una melassa densa e scura che si depositava in un grumo non più grande di una pallina da golf.
Il grumo assunse un aspetto lucido e viscoso ed un pupilla nera si aprì sulla superficie, lucente e scalfita come una pietra preziosa, fissò Nathan.
“Sorpreso? Lo era anche questo idiota prima di morire”
«Chi sei?» lo stupore misto a orrore erano in lui a livelli altissimi.
“Il coraggioso magister ha paura? Molto strano, sembravi così sicuro e pieno di te, arrogante, cinico e spavaldo, e ora sei come un bambino…quasi stento a riconoscerti.”
«Cosa sei?»
“Chi sei, cosa sei, quante domande inutili, quello che devi chiederti è perché sono qui!” la voce profonda e calda dava un senso di sicurezza e fiducia, e sembrava provenire dall’aria attorno e non dal grumo stesso.
Gli occhi di Nathan correvano ad ogni angolo dell’abitacolo, in cerca di qualcosa:
“Se stai cercando di schiacciarmi come una cimice, temo che dovrai ripensarci!” lo anticipò la voce.
Uno scatto innaturale durato un attimo portò il braccio del cadavere ad artigliare la gola di Nathan, sbattendolo contro il finestrino alle sue spalle.
“Non ti conviene fare certi giochi con me, potresti finire molto male, molto peggio del mio ospite…provaci ancora e la tua gola si spezzerà come un ramo secco. Stai attento perché non ho molta pazienza!”
Le dita gelide erano serrate attorno al collo di lui, strinsero la presa impedendoli di respirare, tentò di scansare il braccio ma era più solido di una roccia.
Cominciò a boccheggiare e già facevano capolino i puntini luminosi ai lati degli occhi ed uno strano e lontano ronzio: lo scricchiolare della gola, la sensazione di soffocamento…Nathan scalciò e si divincolò, ma senza riuscire a liberarsi dalla mortale stretta.
Gli occhi del cadavere erano fissi sul nulla, vuota e vacua, era un’espressione che non apparteneva al corso naturale delle cose, priva di qualunque scintilla di vita, eppure così lontana dalla morte…
“Ora se vuoi puoi calmarti e starmi ad ascoltare…oppure posso darti un’ultima stretta…decidi tu…”
Nathan articolò una risposta, ma la sua bocca sputò solo un verso strozzato.
Le dita attorno alla gola si allentarono, l’aria cominciò a fluire di nuovo dentro il corpo, tossì e riprese fiato, con gli occhi ancora pronti a schizzare fuori dalle orbite e il corpo ritornò immobile.
“Spero tu abbia capito che non puoi fregarmi così facilmente. Ti ho osservato Nathan Simmeons, da tempo seguo i tuoi passi, le tue omelie così enfatiche, i rituali compiuti: non c’è che dire, sei un leader carismatico! I tuoi confratelli della Loggia ti adorano e farebbero qualunque cosa per te. Il rifiuto fatto a Wings questa sera mi ha dimostrato ancora di più che ho scelto bene…”
«Di cosa stai parlando? E perché sto parlando con un occhio?»
“Perché ti meravigli? I tuoi gesti hanno destato l’interesse delle schiere invisibili, la tua filosofia di vita è musica per le nostre orecchie, e i tuoi confratelli sono una speranza, una luce in questi tempi difficili e privi di valori morali, dove la gente non crede più a nulla se non a sé stessa e alle proprie tasche!”
«Da dove vieni? Dall’inferno?»
La voce tornò a sorridere con lo stesso tono rauco e orribile: “Inferno? No Nathan; devi rivedere la tua cosmogonia…parli di inferno con troppa facilità e senza sapere effettivamente quello che è, l’inferno non è un luogo o una punizione, ma una condizione, è sempre stato così ma voi siete riusciti a darli materia e sostanza…”
«Noi?»
“Voi Umanità! Avete fatto tanto di quel baccano da riuscire far invidia a molti, le vostre gesta vengono cantate a gran voce dalle invisibili schiere che, giorno dopo giorno e anno dopo anno, vi ringraziano sentitamente.”
«Perché sei qui? Che cosa vuoi da me? Non faccio in tempo a sbrogliarmi da un politico che ne ritrovo un altro pronto a leccarmi il culo…»
“La tua arroganza è un ottima arma, ma tienila da parte per altri momenti. Sono qui per offrirti…”
«Lo sapevo!» rispose Nathan. «Che cosa? Soldi? Potere? Donne?...»
“La vita!”
Calò il silenzio.
“Non te lo aspettavi, vero? Ecco un punto a mio favore! Stai morendo Nathan, il tuo uccello di ferro a breve non ti servirà a molto, il cancro che credevi sconfitto si è espanso e a breve raggiungerà gli intestini…”
«Cosa dici?» chiese lui stupito.
“Non mi credi vero? Poco male, non ti darò dimostrazioni, ti dico solo quello che è! Sei malato, e non ti rimane molto tempo ancora, ma io posso rallentare la tua disfatta…se tu lo vorrai!”
«Dici che sto morendo, ma io non ho nessun sintomo, nessun…»
“Dolore? Sei davvero sicuro? Perché continua a farti male se è vero che il cancro non c’è più? Perché alcune volte ci sono tracce di sangue nelle tue mutande o sulla protesi? È il cancro che ti sta divorando…ascolta me e non avrai più nessuno di questi problemi!”
Il mondo costruito da Nathan crollò in un attimo, sentì freddo ed una sensazione di vulnerabilità, impotenza e mortalità, lo cinsero come un sudario .
Tutti i piccoli segnali che aveva tralasciato, comparvero tutti insieme, formando, come macabri tasselli, un mosaico di morte e corruzione che cresceva dentro di lui.
“Avanti Magister” continuò la voce dolcemente: ”Non è questo il tempo della depressione, né della commiserazione, basterà che tu mi inviti nel tuo corpo e tutte le malattie spariranno…è una promessa!”
«Così come hai fatto con quello?» chiese Nathan indicando il corpo immobile sul sedile.
“Lui mi serviva per arrivare a te…non si è nemmeno accorto che gli entravo dentro…pensa un po’…!”
«Quindi puoi entrarmi dentro senza che me ne accorga?»
“Non lo farò con te, non temere. Tu mi servi, e sei molto prezioso…non a caso ho scelto te.”
«Servirti? Come?»
“Hai mai giocato a scacchi?”
«Ti ho chiesto come!»
“E io ti rispondo! Immagino conoscerai il gioco degli scacchi: due eserciti che si contrappongono, ognuno con un solo obiettivo, la conquista del territorio e l’eliminazione della regina, il pezzo fondamentale, quello attorno a cui ruota tutto il loro mondo…senza il quale l’esercito è in pezzi…finito!”
«Cosa centra questo?»
“Noi siamo su una scacchiera, forse la più grande mai vista, e la partita che ci troviamo a giocare è più lunga di qualsiasi altra mai giocata. Anche in questa partita ci sono pedine, alfieri e soprattutto regine! Io ti offro un posto d’onore su questa scacchiera, così da poter dare il tuo contributo a questa snervante partita che ormai va avanti da troppo tempo.”
«Di cosa si tratta? Quale sarebbe il mio ruolo?»
“La conquista di una chiave, niente di più semplice. Una chiave che regge l’universo stesso, corrotta da secoli di guerre, omicidi e ingiustizie che giace immobile e aspetta solo di essere raccolta. Tu raccoglierai questa chiave ed essa diverrà la radice da cui far crescere un meraviglioso albero col quale poi si procederà allo scacco matto!”
«Non ho capito nulla di quello che hai detto! Parli di chiavi, alberi, scacchi…ma non parli del mio ruolo…»
“Tu continuerai a fare quello che hai sempre fatto: cacciare e sterminare le razze inferiori, coloro che macchiano questa terra, ti dirò come trovarli, ti aiuterò a farli fuori se necessario. La Loggia Nera avrà presto il posto che li spetta, quello che hai sempre desiderato ma che da solo non sei mai riuscito a compiere. Io sono qui per questo!”
«Mi puzza…perché dovrei fidarmi?»
“Perché ti rimane poco più di un mese di vita? Perché con la tua morte la Loggia non esisterebbe più? A chi lascerai il posto quando non ci sarai più, all’Alfiere? Pensaci Magister, ti sto offrendo un possibilità per realizzare tutti i tuoi progetti, ti chiedo solo di accettarmi nel tuo corpo, ti curerò, non soffrirai più nessuna delle malattie che affliggono questo buco di culo…non mi sembra una gran fregatura dopotutto…”
Nathan abbassò lo sguardo, rimase fermo in silenzio a pensare a tutto quello che aveva fatto e che ancora avrebbe dovuto fare, pensò alla Loggia, ai confratelli, alla causa…lui era il leader, lui era la Loggia! Senza di lui tutto sarebbe finito…restò in silenzio per qualche attimo ancora, poi sfinito disse:
«Che cosa devo fare?»
Trionfante la voce rispose: “Allunga la mano!”

Sunday, May 13, 2007


Ben ritornati, ho appena concluso l'ottavo capitolo, godetevelo e se vi scappa un po' di tempo, tirchi e spilorci, mettete qualche commento...

La via dell’intelletto

C’era una landa desolata intorno, dove, come denti marci, spuntavano guglie nere, sfaccettate, che al vento risuonavano di preghiere sommesse e continue.
Un cielo verde e cangiante, scendeva all’orizzonte, denso e pesante come melassa; il terreno era secco e costellato di crepe, facendolo assomigliare al volto rugoso di un vecchio.
Lui seppe con precisione che lì, su quella terra arida e scura, una volta cresceva un rigoglioso giardino, con sgargianti viti e splendidi rampicanti che correvano intorno alle guglie e grossi alberi di succosi frutti variopinti dagli odori più strani, più vivi, così pungenti che l’aria ancora sembrava conservarne un ricordo.
Senza camminare arrivò a delle enormi mura che giacevano simili ad altari di memoria antica. Sventrata e a pezzi, battuta dal vento e dal tempo, che ne avevano limato i bordi, la cinta correva in entrambi i lati sembrando voler ancora abbracciare un cerchio di terra, di là da essa.
L’opprimenza e il senso di tetritudine accrescevano avvicinandosi alle mura: un giorno molto lontano quel luogo era stato luminoso e vivo, pieno di luce e calore, ora invece rimanevano solo vecchie rovine, detriti e tanta desolante tristezza.
Questo pensò mentre oltrepassava i blocchi di pietra scura semi coperti dalla terra.
Nel mezzo della terra un albero scuro dal tronco grosso e nodoso e completamente marcio che si divideva in due tronchi più piccoli da cui scendevano i rami contorti e lunghi su entrambi i lati, dando come l’impressione di un libro aperto.
Le tre nette radici affondavano violentemente nel terreno e sul tronco in rilievo alcuni nodi erano cresciuti formando una parola:

Da’at

Ogni elemento di linfa vitale nell’albero era stato estirpato, la propria essenza violentata, eppure conservava ancora un residuo di vitalità che lo lasciava a spegnersi lentamente, prolungando l’agonia.
Ad alcuni rami erano cresciute escrescenze sferiche dai contorni gibbosi, che assomigliavano a piccoli frutti malati e scuri.
Lui percepì perfettamente il dolore continuo che l’albero emanava, un dolore antico, vecchio di secoli, che perdurava come un cancro, prolungandosi nel tempo.
Giunsero le preghiere dalle guglie, sussurri portati dal vento che lo avvolgevano completamente, erano versi melodiosi e pieni di armonia, recitati da voci così perfette nella loro estensione da non sembrare umane:

“Tra Saggezza e Intelligenza

Conoscenza risiede,

violata con violenza,

che in dono Infinito vi diede.”

Così ripetevano le voci in un ciclo senza tempo, alimentando il dolore di quel giardino appassito ormai da chissà quanto.
Qualcosa di forte, di caldo lo prese attirandolo a sé nella direzione da cui era venuto, gli fu impossibile resistere e nell’attimo in cui vide l’albero, le mura e le guglie allontanarsi capì che vi sarebbe tornato presto, perché il luogo aveva lasciato le tracce su di lui per poterlo ritrovare ancora e ancora.
Un giro lontano di musica, su scala differente, come una sinfonia stonata eseguita in una camera dalla sorprendente eco, con lentezza, quasi ad intermittenza.
«Non dovevi portarlo qui!» diceva un flauto dizi.
«E dove allora?» rispondeva un controfagotto.
«Cosa dovrei fare io?» chiedeva ancora il dizi.
«Non lo so, preparali da bere! Non vedi il sangue?»
«Per gli dei!» esclamò esausto il flauto.
«Non bestemmiare!» sembrò minacciare il controfagotto.
«Sono i miei dei e posso anche pisciarli addosso! E ora fuori di qui, tutti!» urlò il flauto.
La musica cessò e un suono liquido prese il suo posto.
Il buio era scalfito da piccole gocce di luce giallastre, così deboli e piccole da sembrare stelle lontane immerse in una immensa volta nera.
«Mmm…» il dizi mugugnò, o così parve e poi parlò velocemente in una lingua sconosciuta ma melodiosa, rise divertito ed una seconda risata più acuta, e rauca gli fece eco.
Lentamente le gocce di luce si allargarono riversandosi nel buio contaminandolo: fu doloroso per gli occhi, nel lungo lasso di tempo quello che vide fu solo una grande luce dove si agitavano figure scure, poi gli occhi misero a fuoco, e Mazim vide un ometto piccolo davanti a sé con indosso una lunga veste di raso blu che gli scendeva sino ai piedi foderati da graziosi mocassini di identico colore; aveva lunghi capelli neri raccolti in una treccia perfetta cascante sulla spalla sinistra, occhi a mandorla e un paio di baffi lunghi sino al petto.
Un piccolo pappagallo verde si dondolava sulla spalla destra, guardando a becco aperto Mazim steso su un tavolo metallico.
La camera era piena di casse a ridosso delle pareti, con ideogrammi colorati su ognuna di esse, un odore di erbe e incensi aleggiava pesante, gli occhi di Mazim corsero da un lato all’altro della stanza, cercando di capire dove si trovasse, ma non riconosceva il luogo né riusciva a capire come ci fosse arrivato.
«Per i Nove Cieli! È davvero una brutta ferita la sua: mi ricorda tanto quella che esibiva il mio camerata, riuscivo quasi a vederli i polmoni e lui era ancora vivo…hi hi hi…» rise cigolando mentre si lavava le mani in un catino, il pappagallo nel frattempo era volato su di un trespolo lisciandosi le penne in tranquillità e rispose alla risata con un’altra risata.
«Ma io non mi preoccuperei, se è ancora vivo una speranza c’è!»
“Chi è questo?” gli occhi neri di Mazim guardarono i movimenti dell’ometto che aveva messo dei guanti e preso strani attrezzi metallici che andava riscaldando sulla fiammella di un fornello da campo e li posizionava su un vassoio accanto con meticolosa cura.
«Non ci crederai mai Fei Lian, ma questo qui è ancora vivo nonostante una pallottola gli abbia trapassato lo stomaco uscendo dall’altra parte senza spappolarlo!...hi hi hi…» spiegò al pappagallo.
Mazim aprì la bocca, o quantomeno ci provò senza riuscirci, rendendosi conto che era come non avere nulla al di là degli occhi: sentiva di non sentire nessuna altra parte del corpo; il panico lo aggredì, si mosse, ma ancora non provò nessuna sensazione, il corpo era immobile, nemmeno un peso, solo il nulla.
Roteò disperato gli occhi come alla ricerca di una spiegazione ed incrociò quelli vispi dell’ometto.
«Sei sveglio! Bene, bene. Come ti senti?»
“Non posso muovermi!”
«Non capisci, eh? Devi essere ancora sotto choc! È normale, sei quasi morto…hi hi hi…»
“Imbecille non sono sotto choc, sono paralizzato!”
«Ora ti medicherò la ferita, sentirai un po’ di dolore, ma questo è un bene…» afferrò una pinza dal vassoio accanto e con essa prese una garza da un contenitore di terracotta: un odore pungente si sparse nella stanza.
“Non capisci? Non riesco a muovermi…guarda i miei occhi…cazzo…cazzo…cazzo!” pensò terrorizzato.
«Sai Fei Lian, forse dovrei addormentarlo, la medicazione è dolorosa: devo scavare all’interno, ripulirla e non credo che il ragazzo possa reggere…oppure posso aspettare che il dolore lo faccia svenire, ma sarebbe crudele, che dici?»
Il pappagallo emise un verso e continuò a dondolarsi.
«D’accordo, farò così!» rispose l’ometto al pennuto.
Lasciò la pinza scocciato e si frugò in una tasca dove estrasse un fazzoletto, lo piantò in faccia a Mazim premendolo sul suo naso:
«Respira figliolo!» disse l’uomo.
“Merda! ti prego no…qualcuno mi…”
Un profumo fresco penetrò le narici del ragazzo impedendoli di formulare altri pensieri, un attimo dopo gli occhi si incrociarono e tutto attorno perse consistenza, poi lui svenne.

Attorno a un tavolo di pietra circolare, dalla superficie molto simile ad una scacchiera, erano seduti un uomo ed una donna.
Mazim si accorse di essere su una rupe che si reggeva nel mezzo dell’aria senza appigli, un rumore di cascata proveniva dal basso, sporgendosi notò il getto di acqua che potente e libero sgorgava dalla rupe a mo’ di becco di rapace, sotto il vapore si innalzava candido, impedendoli di guardare cosa ci fosse.
Poteva muoversi!
Era a piedi scalzi, accarezzò la sensazione di fresco dell’erba soffice tra le dita: “Un sogno? Ma se quello era un sogno, allora questo cos’è?” pensò guardando intorno sconcertato.
Lontane si ergevano picchi altissimi che apparivano illusori, ammantati da cortine di nebbia così fitte da sembrare veli da palcoscenico.
“Non capisco più un cazzo: sono morto? E quelli chi sono?”
«Avvicinati.». Aveva parlato l’uomo.
La pelle scura e liscia aveva il colore del caffé macchiato e due occhi di un nero lucente; era nudo, il corpo scolpito, come anche la donna che nuda gli sorrise: stesso colore della pelle, stesso colore dei capelli…anche il volto era simile…
“Gemelli?”
Mazim avanzò verso di loro, non sembrava esserci ostilità nelle loro intenzioni, o almeno così sembrava.
C’era sul tavolo uno schema fatto con sfere colorate non più grandi di un orologio da tasca, da ognuna di esse partivano linee scure che si collegavano alle altre in un disegno ben preciso, Mazim contò nove sfere in tutto, quando fu vicino la donna puntò il dito verso la base del disegno: c’erano tre linee che partivano dalla nona sfera ma non si congiungevano a nessuna altra.
«L’albero è stato violato, Mazim.» disse la donna.
“Chi?”
«Il regno è andato perduto. E tutto è in decadenza.» rispose l’uomo.
«Il regno? L’albero? Che significa? E chi siete voi?»
«Sei tu che sei venuto, Mazim, e noi ti abbiamo accolto…» disse la donna.
«Sono morto? È così, vero?» chiese il ragazzo.
«No.» rispose la donna. «Hai solo superato la soglia della conoscenza e sei sulla strada dell’intelletto…»
«Cazzate! Non capisco una parola di quello che dite…odio i giri di parole…ditemi chi siete e cosa ci faccio qui!»
«Questo è l’albero della vita…» disse la donna indicando il disegno davanti: «Esso regge l’universo in ordine e armonia…»
«Cosa c’entra con quello che ti avevo chiesto?»
La donna guardò l’uomo seduto di fronte, poi ritornò a guardare Mazim: «Proprio non capisci, scimmia
«Scimmia?» il ragazzo parve colpito da uno schiaffo in pieno volto. «Come ti permetti, puttanella?»
«Non dovevi…» disse l’uomo alla donna. «Deve essere un araldo e ha bisogno di spiegazioni…»
«Un araldo? Lui?»
«Abbiamo avuto araldi ben peggiori…ubriaconi, schizofrenici…lui non è male, o almeno non sembra.»
«Ma di cosa parlate?» Mazim cominciava a stancarsi.
La donna tornò a guardarlo, squadrandolo da capo a piedi:
«Sei in gioco, Mazim. Dovrai informare le genti della decadenza che incombe, dirai loro che l’ultima sfera è andata perduta, la terra è contaminata dai troppi abusi e presto la fine sarà alle vostre porte…»
«La fine del mondo?»
«La fine del vostro mondo, non del Mondo.» rispose l’uomo.
«E come dovrei dire tutto questo? E soprattutto perché dovrei? Insomma è un sogno, no? Questo posto, voi due, la storia della decadenza…non ha senso…»
L’uomo e la donna si guardarono.
«Sai cosa sono le sephirot?» chiese l’uomo alla fine.
«No.» rispose Mazim.
«Araldo, vero?» disse lei sarcastica.
«Le sephirot sono chiavi che reggono l’Universo intero, manifestazioni di espressioni superne, perfette e immortali…una di esse è andata perduta, abusata…»
«E se sono perfette e immortali come ha fatto una a perdersi?»
La donna prese la parola con ovvietà rispose: «La colpa è solamente vostra. Qualunque cosa che a voi scimmie viene data, ha la capacità di distruggersi, ogni cosa che toccate si contamina e prima o poi muore
«E questa…chiave…è distrutta?» Mazim decise di stare al gioco e assecondarli, dimostrandosi interessato e partecipe, senza fregarsene realmente.
«No, è corrotta. La distruzione è però vicina…»
«E immagino che solo un uomo potrà salvarla, cioè io, vero?» domandò sorridente.
«No, non si salverà. Non c’è bisogno di eroi, quello che dovrai fare è avvisare della decadenza…»
«Ma non ha senso…!»
«Non lo deve avere, infatti. Ti limiterai ad annunciare la decadenza, perché così è stato deciso! La vostra epoca è finita, scimmie; si salveranno coloro che hanno capito e coloro che conoscono…»
«Da chi è stato deciso, da Dio?»
I due tacquero.
All’improvviso Mazim smise di divertirsi e sorridere.
«Voi non state scherzando, vero?»
L’uomo scosse il capo.
«Ma io non poso…cioè io non so nulla di Dio, non sono un cristiano…non…»
«Pensi che il tuo Dio sia differente da Quello che governa questo luogo? Forse avremmo dovuto accoglierti nel giardino delle vergini, magari avresti capito? È questa una delle cause della corruzione: voi scimmie adorate sentire il suono delle vostre parole da non ascoltare nessun altro, non vi rendete conto che dite le stesse cose.» disse lei.
«Non ci sono eletti o preferiti, Mazim, ci siete voi tutti e la vostra degenerata corsa alla perfettibilità, così sbagliata, così abusata…non esiste nemmeno punizione divina sul regno, perché avete la libertà di fare quello che più ritenete opportuno. Ed ogni conseguenza è causata dal vostro agire.»
Mazim abbassò gli occhi. Aveva perduto la sua spavalderia e la sua arroganza, ora si sentiva più nudo dei due di fronte a lui, più colpevole di quanto si fosse mai sentito in tutta la sua vita, ricordò della paralisi:
«Come farò a farmi credere? Nessuno ascolterà le mie parole…e poi…sono paralizzato, non potrò parlare, né muovermi…sono una larva…»
«E’ proprio questo il bello, Mazim.» disse la donna sorridendo: «La via dell’intelletto non è dritta e illuminata…»
«Cosa vuol dire?» chiese il ragazzo.
«Che sono solo e tutti fatti tuoi!» rispose l’uomo con lo stesso sorriso.
«Ma perché avvisare se tutto è perduto?»
«Perché non sarà la fine del mondo, ma solo un cambiamento e coloro che sperano in questo, che attendono, devono essere avvertiti che l’attesa non è stata vana e che il momento è giunto…»
«Moriranno a migliaia, innocenti…bambini, donne…»
«Solo quelli che non hanno anima…e non credere, Mazim, sono molti a non averla…troppi! Il regno deve mutare, la corruzione è metamorfosi di creazione…catarsi per nuova vita…»
«Non capisco…»
«Non c’è da capire, solo accettare!»
«Và ora! Avrai modo di ritornare…» lo rassicurò l’uomo.
«Un ultima cosa…» disse la donna: «Un uomo, un condottiero di nero, ha intrapreso la tua stessa strada.»
«E quindi?» domandò Mazim.
«Proprio non capisci vero scimmia?»
Il ragazzo sentì una pressione allo stomaco, come se le interiora volessero scappare fuori, poi la luce attorno si confuse con la nebbia.

Quando riaprì gli occhi, la sensazione era solo un ricordo lontano.
L’ometto vestito di blu lo guardava soddisfatto e sorridente dall’alto.

Wednesday, May 02, 2007


eccovi, chiaramente col solito ritardo il settimo capitolo.

Psicomachia


Quando l’auto scura sfilò per Viale Carelli, Nikla Vezenkov, seduta sul sedile posteriore, si infilò un paio di guanti di seta nera con movimenti lenti e delicati, le dita stranamente affusolate, avevano l’indice più lungo del medio. Nikla guardò fuori dal finestrino, i profondi occhi blu della stessa intensità del mare del Nord, osservarono stancamente la città all’alba ancora assonnata che appariva sulla destra. Aprì un fascicolo tenuto da clip metalliche e cominciò a leggere un telegramma:


“Ore 9:00 Capitano Burgess. STOP. Distretto 129. STOP.
Assassino a piede libero. STOP. Armato e pericoloso. STOP.”

“Perché io per un banale assassinio?” si chiese per l’ennesima volta quella giornata.
Conosceva le proprie capacità, sapeva perfettamente di essere una delle migliori investigatrici, ma conosceva bene anche i propri difetti in relazione ai piccoli delinquenti, sui quali a volte finiva per accanirsi con ferocia e sadismo.
Le sue opinioni in merito erano contrastanti, da un lato era come se si sentisse sminuita, dall’altro era quasi un privilegio che venisse contattata; persa nei propri pensieri non si accorse che l’automobile era scivolata sino alla centrale: circondata da mura elettrificate e sorvegliata come un bunker era illuminata da un raggio di sole in piena facciata.
Lei attese davanti l’ufficio del capitano sorseggiando una bevanda alla caffeina aromatizzata al cedro -una delle sue preferite- dopo interminabili minuti la porta si aprì ed apparve Burgess che le disse di accomodarsi.
«Buongiorno Sorella Vezenkov. Io sono il capitano Viktor Burgess!» allungò una mano e sorrise.
«Molto piacere.» gli rispose Nikla ricambiando la stretta.

«Gradirei conoscere il motivo per cui sono qui, capitano.»
La stanza odorava di cera per mobili, loro erano seduti ad un tavolo di ferro dalla superficie in vetro, una di fronte di fronte all’altro: Burgess muoveva le gambe nervosamente, appariva a disagio, i ciuffi di capelli grigi ai lati della testa erano ritti.
«Cosa c’è di così speciale in questo assassino?»
«In sé nulla.» rispose il capitano.
Giocherellava con un sigaro nero passandolo tra le dita: «Non è molto diverso da molti altri rei a piede libero che popolano la città. I precedenti penali ci sono: spaccio di droga, qualche rissa… ma nulla di pesante, fino all’omicidio. Le spiace se fumo?»
«Faccia pure. Vedo che conosceva la vittima…» disse lei sfogliando alcuni fogli da un fascicolo.
«Marja Ganowski. 56 anni. Per chi la conosceva un’arpia: tirchia, puntigliosa, attaccata al denaro e tremendamente scocciante, così la descrivono i condomini della palazzina di cui lei era proprietaria e dove alloggiava. Non tollerava che si camminasse con le scarpe negli appartamenti, non voleva gente estranea dopo le sette di sera; praticamente un tiranno. Non mi meraviglio che tutti gli abitanti dello stabile abbiano tirato un sospiro di sollievo e gridato al miracolo nel saperla morta.».
Sorrise.
Nikla lo guardò reclinando il capo da un lato come a carpire lo stato d’animo dell’uomo seduto di fronte.
Burgess si sentì pervadere da un brivido lungo la schiena che lo fece ritornare serio.
Si schiarì la gola.
«L’assassino si chiama Dustin Lennan. 31 anni. È stato visto allontanarsi in compagnia di una donna, una cantante da night: Sophie Eis, di anni 25. Sembra sia la sua donna, a quanto ci ha detto il barista dove lei lavorava. Sono riusciti ad eludere i posti di blocco dei miliziani.»
«Capitano non ha ancora risposto alla mia domanda. Perché io?»
«Conosce Leopuld Wajskorg?»
Nikla accennò un sorriso, forse il primo sincero di quella mattina: “Ecco perché io!”
«Il barone Absinth!» affermò.
Burgess annuì: «Cosa sa di lui?»
«In realtà molto poco. Un filantropo, un eccentrico e soprattutto un megalomane. Ha costruito il suo impero come designer di interni e giardini, il suo marchio è molto famoso, e ha agganci ovunque. Non si vede mai al di fuori della sua villa. Corrono voci di un mercato nero controllato da lui che si dice venga aperto nella sua casa di tanto in tanto; ma non si è mai trovato nulla, anche a causa delle coperture di cui gode. Che collegamento ci sarebbe tra lui e questo Lennan?»
«Pare che la coppietta abbia trovato rifugio da lui e che si stia muovendo affinché Lennan e la sua svampita possano varcare i Cancelli!»
«Coraggioso da parte sua. Ha già chiesto i permessi?»
«In un certo senso. Ha inoltrato domanda solo per lui e sua figlia…»
«Cosa ci fa pensare che Lennan e la Eis siano effettivamente da Absinth?»
«Il maggiordomo di Wajskorg!»
«Una spia?» chiese disgustata.
«Un lungimirante!» precisò l’uomo. «Si è presentato qui di sua spontanea volontà, fornendoci le notizie di cui avevamo bisogno.»
«Cosa ha chiesto in cambio?»
«Le solite cose che chiede uno nella sua posizione: copertura.»
«Capitano lei si rende conto che Absinth è intoccabile, e la sua fedina penale appare più pulita del sagrato di una chiesa?»
«Certamente, ma non è lui che vogliamo, né tanto meno la donna. Ci basta mettere le mani su Lennan…»
«Per quale motivo state cercando disperatamente di arrestare quell’uomo? D'altronde lo ha detto lei: non è tanto diverso da tanti criminali a piede libero a cui la polizia ha smesso di dare la caccia…»
«Io non so per quale motivo lei sia stata chiamata, sorella, ma la protezione dei cittadini è indispensabile.» disse lui tergiversando.
«Mi nasconde qualcosa capitano!» non era stata una domanda, ma una affermazione.
Burgess parve congelarsi, si irrigidì divenendo paonazzo, i capelli si drizzarono nuovamente come sotto una scossa elettrica.
«Io…io non sono tenuto a…» balbettò l’uomo.
«Capitano Burgess, la smetta con questa buffonata!» tuonò Nikla affilando lo sguardo, divenuto freddo e penetrante: «Sono una Sorella una della Rendenzione, sa perfettamente che sentiamo una menzogna come fosse un comune odore…e lei puzza
L’uomo era terrorizzato dallo sguardo della donna, non sembrava essere accusatore , ma piuttosto pareva conoscere perfettamente ogni sua debolezza, mostrandola come merce in vendita, si sentì nudo, violentato, umiliato, come se improvvisamente tutto il mondo conoscesse il suo segreto; un bambino preso in fallo…e alla fine cedette abbassando gli occhi:
«Harry Wings.» mormorò a bassa voce.
«Perché?» chiese lei.
«Non so precisamente perché, ma sembra che voglia danneggiare la figura di Wajskorg con uno scandalo pubblico, e far sapere che dava copertura ad un assassino è sufficiente per screditarlo dinanzi all’opinione pubblica, e renderebbe noi più popolari!»
«Popolari?»
«Gli episodi di violenza che si stanno verificando in città: la gente impazzisce a caso da un momento all’altro e aggredisce quanti li stanno attorno. Noi siamo incapaci anche solo di trovare una spiegazione, nemmeno i militari con il loro coprifuoco possono fare qualcosa; i cittadini non si sentono protetti…»
«Giochi politici!» esclamò scocciata. «Sono qui per semplici giochi politici!» si alzò senza togliere gli occhi di dosso al capitano: «Vi consegnerò Lennan, capitano, così potrete continuare il gioco delle apparenze con Wings, ma è bene che pensi chi è lei e cosa rappresenta…non giudicherò né accuserò nessuno, ma le consiglio un profondo esame di coscienza: il vostro comportamento è anche causa di questa situazione! E ora se vuole riferirmi l’ora della missione…»
«Le otto.» rispose afflitto Burgess «La verranno a prendere i miei uomini…»
«Bene allora: le auguro una buona giornata!»
Detto questo uscì, lasciando il capitano afflosciato sulla sedia, svuotato e stordito.

Attese la sera in una camera pensione consultando tutte le informazioni su Absinth che aveva a disposizione, in una vecchia foto il barone era seduto ad una sedia, forse ad un bar, appariva più magro, ma con il solito panama calato di lato ed un paio di occhiali da sole esagonali.
Qual è il tuo segreto Absinth? Cosa c’è dietro a quegli occhiali?”

Alle otto in punto si ritrovò nuovamente di fronte a Burgess.
L’odore della cera per mobili impregnava la stanza aderendo alle mura come carta da parati, il capitano sedeva con uno sguardo torvo, sul difensivo; il sigaro, forse lo stesso osservò lei, gli dondolava tra le labbra, consumato, spento e riacceso più volte.
«Siamo pronti Sorella Vezenkov. I miei uomini la aspettano nel cortile.» disse lui.
«Molto bene capitano, li raggiungerò subito. Ha qualcosa da dirmi?»
«Solo si ricordi di non nuocere ad Absinth. È Lennan ad interessarci…»
«Non tema. Risparmierò Wajskorg, ma non le prometto un lavoro pulito. Cercherò anche di riportare i suoi uomini…vivi!» esclamò sarcastica andando via.

«La casa è illuminata. Il giardino è deserto e non sembra ci siano sistemi di allarme di nessun tipo. I cancelli hanno chiusure metalliche attivabili solo dall’interno della villa, ma il nostro contatto le aprirà dopo cena.» disse l’agente dai denti storti. «Come vogliamo procedere?» chiese l’agente carino. «Perchè dopo cena?» chiese Nikla ignorando la domanda. «Il maggiordomo ha richiesto che il suo padrone finisse la cena prima della nostra visita, non so per quale assurda regola di etichetta, e il capitano ha acconsentito.» rise divertito. Nikla rispose al sorriso senza trovare per nulla divertente quello che aveva detto l’agente, guardandoli si chiese per quale motivo Burgess avesse scelto loro: “Sono armati con fucili e inibitori, sono armati, ma sono quattro…deve avere davvero tanta fiducia nella buona riuscita di questa missione..” Disposti accanto a lei, gli agenti indossavano una uniforme grigio scuro ed un casco dalla visiera sollevata, erano tesi, nervosi, uno di loro non faceva che accendere una sigaretta dietro l’altra guardandosi intorno come una preda. «Forse nevicherà ancora!» esclamò uno degli agenti. Nikla guardò il cielo e annuì, la sera era scesa ma un velo chiaro lo ricopriva dandoli un colorito chiaro e malato. Con devozione indossò i guanti, poi dalla tasca interna del pastrano estrasse un ciondolo di legno, rappresentava un tau, mormorò qualcosa in silenzio, lo baciò delicatamente e lo mise al collo, cominciò a sgombrare la mente da ogni pensiero. Non ci mise molto. Improvvisamente percepì le quattro menti attorno: lesse le intenzioni, le paure, le speranze, erano fari luminosi a cui lei era irrimediabilmente attratta. Lasciò i quattro e riconcentrò sulla villa. Si scorgevano solo i piani superiori, lì non c’erano finestre illuminate, ma si percepivano perfettamente gli inquilini all’interno: quattro menti pensanti, probabilmente a cena nella stessa stanza; le risultava difficile concentrarsi per un periodo superiore a dieci secondi, qualcosa – o qualcuno?- schermava la casa, “Absinth!” «Bene.» esclamò Nikla. «Aspetteremo che vengano aperti i cancelli. Calatevi le visiere e non fate gli eroi una volta là dentro, ricordate che non un proiettile dovrà essere sparato, intesi?» Gli agenti annuirono. Attesero per altri quaranta minuti, poi Nikla sentì che le menti nella casa si separavano, la più forte scomparve del tutto, due restarono lì dove si trovavano ed una lentamente uscì nel giardino e cominciò ad avvicinarsi ai cancelli molto lentamente. “Eccolo! Ha paura, tanta paura!” Ci fu un rumore oltre la parete di fronte, poi un’anta si aprì, si intravide una mano, poi un volto: apparve un uomo dal volto serio, capelli tirati indietro e lucidi di olio. «Ce ne hai messo di tempo!» disse uno degli agenti. Nikla lo fulminò con un’occhiata e lui si ammutolì. George fece cenno di entrare, non guardò mai nessuno diretto in volto: «Dobbiamo fare presto, il barone a quest’ora saprà perfettamente della vostra presenza.» Entrarono. Il cancello venne accostato, George passò davanti a loro e camminò verso la casa. Nikla osservò le siepi che li circondavano, erano belle e perfette nelle loro forme: stelle, sfere , cubi… L’edificio giallo si stagliava a poche decine di metri, quando furono davanti alla porta con l’iscrizione si bloccarono, George si rivolse a loro: «La porta laterale è aperta se volete potete usare quella…» il tono buio e cupo di pentimento e rancore lo avvolgevano come una pesante cappa. «Non ce ne bisogno.» disse Nikla. «Rientra in casa, noi ti raggiungeremo a breve!» Incerto l’uomo guardò tutti poi sparì nel buio giardino a destra. Nikla ad occhi chiusi, respirò con il naso ed espirò con la bocca, alzò gli occhi verso il primo piano, la parte più alta, come una torretta, dominava silenziosa e scura. «Quando siete pronti, puntate gli inibitori contro la porta e al mio segnale sparate: l’onda d’urto dovrebbe essere sufficiente a spazzarla via!» «Perché non entrare dalla porta laterale e sfruttare l’effetto sorpresa?» «Il capitano vuole una retata sensazionale che faccia notizia e noi faremo così!» rispose Nikla. “Anche se è un’idiozia!” Gli agenti ubbidirono. «Che cosa c’è scritto lì sopra?» chiese uno dei quattro. «E’ latino: bussate e vi sarà aperto.» “Anche sarcasticamente colto il nostro Wajskorg…” pensò con una punta di ammirazione. «Che coglione!» sentenziò un altro. «Nessuno mi sembra ha chiesto il tuo parere, e non mi aspetto che un agente possa capire, quindi fai una migliore figura a tenere la bocca chiusa ed eseguire gli ordini!» Ritornò il silenzio. Si misero in posizione uno accanto all’altro puntando le piccole scatole nere tenendole dall’impugnatura, lei attese qualche secondo poi fece un cenno col capo ed un ronzio simile a quello degli insetti partì dagli inibitori, notò un lieve spostamento d’aria, poi la porta si piegò verso l’interno ed esplose, con un rumore sordo. “E’ fatta!” Entrarono di corsa, ritrovandosi in un atrio luminoso con un’apertura verso un salone, «A destra!» ordinò secca lei. Gli agenti la seguirono per un corridoio fino ad una stanza, lei si fermò e indicò l’interno, gli agenti irruppero nella sala gridando ordini, lei li seguì subito dietro. “Absinth non è lì con loro…” In effetti c’erano solo Lennan e la donna, erano attorno ad un divanetto rosso scarlatto, un piccolo tavolo li divideva dagli agenti, alle pareti scene triviali di baccanali erano dipinti con raffinatezza e stile. «Dustin Lennan, la dichiaro in arresto per l’omicidio di Marja Ganowski.» disse secca Nikla. Notò lo sgomento nel volto della donna e la sorpresa in quella di lui. Lui si alzò e in un lampo, portando la mano al fianco, estrasse la pistola e fece fuoco verso uno degli agenti colpendolo all’addome, il ragazzo cadde come un sacco senza dire una parola.
Un altro agente fece fuoco con l’inibitore e Dustin, colpito in pieno petto, cadde riverso sul divano privo di sensi.
«No!» urlò Sophie soccorrendolo.
«Metteteli le manette! Lei, signorina, si tolga dai piedi!»
“Absinth…” lo avvertì alla destra.
«Questa effrazione domiciliare è disdicevole! Chi siete? Esigo una spiegazione!» la voce del barone non sembrava più tanto tranquilla, era senza occhiali, gli occhi erano iniettati di sangue e gonfi, le pupille chiare apparivano in contrasto con l’arrossamento della cornea; gli agenti gli puntarono contro le armi.
Nikla fece cenno di abbassarle: «Barone Wajskorg, non siamo qui per lei, ma per Lennan, ora si faccia da parte e non si immischi con la legge…o dovremmo arrestare anche lei!»
«Me?!» esclamò incredulo. «Può farlo certamente, a patto che lei e i suoi segugi abbiate soldi sufficienti per ripagarmi dei danni morali che vi chiederò quando vi avrò fatto causa vincendola!»
«Barone, quest’uomo è accusato di omicidio!»
«Quest’uomo è mio ospite! E non permetto che i miei ospiti vengano trattati così in casa mia, e ora fuori!»
«E’ fortunato se non la arresto per complicità.»
«Uscite fuori di qui!»
«Lei non si rende conto con chi sta parlando. Non sono un poliziotto, sono…»
«Una Sorella della Redenzione, so bene chi è lei, pur non avendola mai conosciuta, non posso dire piacere di averla conosciuta e non provi ad usare i trucchi del pentimento su di me, sorella, non sono uno sprovveduto.»
«Tu!» disse Nikla ad un agente. «Porta l’auto all’entrata della casa e chiama un’ambulanza per il collega.»
L’agente si avviò verso la porta.
«Non muoverti di un passo!» disse Absinth con voce profonda.
L’uomo si bloccò irrigidendosi, incapace di muoversi.
«Lo lasci andare, barone. Il ragazzo non c’entra, sta svolgendo solo il suo lavoro. Sia ragionevole, non siamo qui per lei, né per la donna…ci serve solo Lennan…» la voce della donna divenne dolce e accomodante: «Sicuramente questo lei lo capisce, barone…sento che non sta bene, questo mal di testa la divora, e agitarsi le farà aumentare solo il dolore, vero?»
Absinth urlò di dolore portandosi le mani agli occhi, sentì i nervi del collo e del cranio infiammarsi, cercò di reagire ma la vista gli si appannava, cercò la mene di Nikla, la trovò e si scagliò contro come un ariete, ma lei resistette e contraccambiò l’urto; il barone si accasciò e rimase fermo sul pavimento immobile.
«Maledetta puttana!» le urlò contro Sophie scagliandosi contro con le mani chiuse ad artiglio, lei la intercettò e le sferrò un pugno allo stomaco, facendola boccheggiare, poi tolse l’inibitore dalle mani dell’agente fermo e le sparò diretta sulla nuca.
Si asciugò il sudore dalla fronte ritornando calma. «Sto ancora aspettando l’auto e l’ambulanza!» disse rivolta agli agenti. «Cerchiamo di non fare giorno!».

Tuesday, April 03, 2007


Ave atque vale! Vi presento un nuovo capitolo di un qualcosa che non ha ancora un titolo nel suo insieme. Ancora una volta, buona lettura!

Overture di una fuga

«Ho bisogno di un drink. George, saresti così gentile da portarmi un cuore di aspide?»
George annuì brevemente, sparendo dentro la casa.
Erano seduti in veranda, Absinth, Dustin e Sophie, sotto un gazebo in salice dai motivi arzigogolati, l’aria fresca sembrava elettrica e frizzante e odorava di freddo e neve, tutto intorno il manto bianco ricopriva, omogeneo, il giardino; lontane, le siepi giganteggiavano come monoliti di epoche passate.
«La polizia ti sta cercando, Dustin, come supponevo. Hanno rovistato il tuo appartamento da cima a fondo alla ricerca di non so che, forse della tua testimonianza di accusa….L’unica cosa che sono riusciti a trovare sono le palle di oppio che tenevi nascoste, e forse per questo ci rimarrei male…ma l’oppio di questi tempi è comune come le cattive maniere e l’ignoranza, e non me ne rammaricherei più di tanto.».
Quella mattina aveva cambiato occhiali da sole: piccoli e tondi di un verde intenso, sembravano aderire perfettamente alle cavità orbitali, il solito panama calato di lato.
«Sanno dove siamo?» chiese Sophie ansiosa.
«Certamente no, mia cara. Che domande!» sorrise coprendosi la bocca con le mani. «Sono andati anche al giornale, nella speranza magari di trovarti lì, ma hanno fallito, per il resto, mio caro, non so dirti altro.»
«Come buttare nel cesso un’intera vita!» esclamò Dustin sconsolato.
«Chi se ne frega?» sbottò lei. «Tesoro, non è questo il problema, capisci? Hai la polizia che ti da la caccia, probabilmente a breve anche i miliziani saranno sulle tue tracce…»
«La signorina Sophie ha ragione» rispose Absinth. «Mi spiace dirlo, Dustin, ma tu non hai più una vita!» precisò serio.
George tornò poco dopo con un vassoio ed un bicchiere a cono rovesciato, dentro, un liquido rosso pompelmo denso, ed un fiore di cristallo blu che sporgeva dal bordo.
«Grazie George. Voi non prendete niente? Avanti è maleducazione rifiutare qualcosa che viene offerto…su, su…coraggio! Vi assicuro che è tutto gratis!»
I due si scambiarono un’occhiata.
«Un caffé!» disse Dustin.
«Non saprei…»
«Avete mai assaggiato l’assenzio, Sophie?» chiese Absinth girando il fiore di cristallo nel bicchiere.
«No…» rispose lei dispiaciuta.
«Perfetto allora!» si illuminò in volto. «George, porta alla signorina Sophie un Pontarlier ed un caffé a Dustin. Grazie.»
George annuì silenzioso e tornò nella casa, tornando subito dopo con quello che era stato ordinato per poi mettersi alle spalle del barone, fermo come un mastino.
«Il bere è un aspetto particolare della vita.» cominciò Absinth: «In esso sono racchiusi elementi come società, comunione, amicizia, sia elementi come memoria, riflessione, solitudine; e tutti questi elementi si combinano assieme.
«Il drink, berlo, assaporarlo, è un rituale che richiede gesti lenti e precisi. Tenete in mano quel Pontarlier, signorina Sophie, guardate come il sole pallido riflette dentro di esso. Quando reggete tra le mani un bicchiere con un alcolico è come se reggeste parte del mondo stesso…» i movimenti del barone erano cerimoniali. Bevve il cuore di aspide e socchiuse gli occhi in estasi.
«Il drink è come un buon libro: prima di gustarlo, bisogna osservarlo, conoscerlo…»
Bevve un’altra piccola sorsata, appoggiandosi poi con le spalle alla sedia.
«Bere è un’arte, non un abitudine! Di questi tempi purtroppo sembra essere di moda il contrario: la gente beve perché si annoia, è triste, soffre e ritiene più facile perdersi nei paradisi etilici.»
Dal fondo del giardino giunse il verso di un pavone chiuso in una grande gabbia rossa che sembrava illuminata da un sole più forte di quello che splendeva in cielo.
«Coraggio signorina Sophie!» continuò poi Absinth con la voce nasale: «Bevete!»
Sophie obbedì portando alle labbra il piccolo bicchiere, un forte odore di mandorle e anice si sprigionava dalla bevanda verde, il sapore era forte e le si fece strada nella gola come un masso incandescente. Per un attimo perse il fiato e con la coda dell’occhio vide Dustin sorridere.
«Sarebbe ora che cominciassimo a pianificare la nostra fuga, Absinth.» disse Dustin. «Quali strade prendere e soprattutto come uscire dai cancelli.»
«Credete nei sogni?» chiese il barone come se non avesse sentito quanto era stato appena detto.
«In che senso?» chiese Sophie posando il bicchiere sul tavolo, sentiva la testa leggera.
«Non parlo dei sogni ad occhi aperti, miei tesori, ma di quelli che si fanno dormendo…»
I due ospiti si scambiarono un’occhiata.
«Sono poche ormai le persone che riescono a sognare, e ancora di meno quelle che riescono a dormire…il nostro mondo è alla deriva, ma vi risparmierò tutti questi discorsi pleonastici, data l’ovvietà della situazione.»
Tornò a sorseggiare il cuore di aspide.
«Io sono una di quelle persone che ormai non sogna più, nonostante dorma tranquillamente e senza bisogno di farmaci o palliativi, l’ultimo sogno risale a circa un anno, eppure due notti fa è accaduto qualcosa, non era propriamente un sogno, la definirei più una sensazione. Sì, ho avuto la sensazione viva di una sventura, non saprei come spiegarvi, ma è così…ma comunque…» si rivolse a George facendoli un lieve cenno, Absinth sembrava aver perduto per un attimo la sua calma e il suo sorriso.
«Fa freddo. Venite dentro.»
«Quello che vi servirà si trova qui.»
C’erano due borse di tela nera messe sul tavolo basso del salotto, Absinth ne aprì una tirando fuori un involucro trasparente dalla forma e dimensione di una mattonella.
«Questo è tabacco puro, non ancora lavorato. Una primizia ed un privilegio di questi tempi: vi sarà utile…Il baratto è la principale forma di scambio fuori dai cancelli di questi tempi, almeno nelle aree tra un centro ed un altro. Nessuno di voi è mai stato fuori da un centro? Io sì e quindi vi fiderete di tutto quello che dico! Vi accompagneremo noi, George ha consegnato le richieste questa mattina ad un amico al municipio, tempo due giorni e avremmo i permessi, anche il vostro signorina Sophie!»
Sophie spalancò gli occhi confusa.
«Nessuno sospetta di voi, e nascondere una persona poi è già abbastanza difficile!» esclamò.
«Nascondere?» il tono di Dustin era preoccupato.
«Non preoccuparti di questo caro!» riprese Absinth vagamente scocciato dall’interruzione: «Quello che interessa a te è rimanere fermo e zitto il più tempo possibile appena partiti e sopravvivere per non lasciare sola la cara Sophie, al resto ci penso io!»
«Quanto tempo dovremmo aspettare prima di partire?» chiese Dustin prendendo dalle mani del barone l’involucro col tabacco e osservandolo.
«Poco spero! Credo non più di due giorni…» si fermò un attimo carezzandosi il mento guardando altrove: «Sì ad occhio e croce due giorni, il mio amico è efficiente!»

Trascorsero tre giorni in un insopportabile clima di tensione e paura, Dustin e Sophie avevano la sensazione di trovarsi sospesi su un baratro da un sottile e fragile filo di cotone: qualunque cosa, qualunque pensiero o movimento dava loro l’impressione di pericolo.
Le sirene delle auto della polizia che sentivano lontane, sembravano che si avvicinassero per loro…
George andava e veniva dalla casa, usciva la mattina presto e tornava solo nel pomeriggio senza mai dire una parola, i suoi occhi scuri, vigili erano sempre in movimento.
Absinth cercava di non far pesare la situazione già sufficientemente tesa: nelle ore in cui non era recluso nelle sue stanze, si intratteneva con Sophie, mostrandole i fiori che lui stesso curava nella splendida serra, o discuteva con Dustin di alcuni particolari del viaggio.

Il pomeriggio seguente il barone mostrò a Dustin una automobile color ruggine: il portabagagli più alto del normale e la carrozzeria era stata truccata in più punti dando l’impressione di un piccolo carro armato, il cofano poi era stato fuso col il paraurti assumendo perfettamente la forma del becco di un rapace.
«Questa auto…», spiegò Absinth pieno di orgoglio, «E’ un vero capolavoro d’arte. Personalmente me ne intendo poco di motori, dato che sono poco avvezzo alla meccanica, come saprai, ma questa è indubbiamente opera di un genio. Conosci Roscow?»
Dustin scosse il capo.
«Era un generale dell’esercito prima della Guerra: un genio della tattica militare e negli assalti di terra, fu lui a guidare il 4° reggimento durante la rivolta del ’20, guadagnandosi una medaglia al valore in cambio solamente di entrambe le gambe a causa di una granata.
«Questo evento produsse nel grand’uomo una crisi, una sorta di confusione, come da manuale, crisi che sfociò in diserzione. Roscow rifiutò l’assistenza che il Governo riserva ai veterani mutilati e si congedò, non accettò nemmeno le protesi. Si ritirò in preda alla depressione e alla sfiducia verso il sistema. Sotto le sue indicazioni venne costruita questa auto, priva di pedali; il suo progetto era uscire dai Cancelli per allontanarsi dalla follia e dall’orrore che lo circondava e che aveva esatto le sue gambe…»
«E tu sei riuscito ad impossessarti di questa cosa: come ci sei riuscito?»
Portandosi la mano alle labbra sorrise, muovendo le spalle:
«Oh, mo caro continui ancora a sottovalutarmi?»

A cena quella sera si ritrovarono nella grande sala da pranzo affrescata, il fuoco nel camino bianco mandava lampi e guizzi luminosi che sembravano dare vita ai dipinti di caccia sulle pareti.
George servì una crema che odorava di funghi e spezie, poi si mise di lato.
«Abbiamo i permessi!» disse freddo, il sorriso un po’ smorto o forzato, aveva mal di testa quella sera e l’unica cosa che voleva era che la cena finisse per poter rimanere da solo.
Porse una busta gialla a Sophie: «Qui dentro ci sono anche documenti della tua nuova identità: sarete Sophie Absinth, mia figlia tornata dal collegio…cercate di essere convincente, parlate solo se necessario e tutto andrà per il verso giusto.»
«E se non funzionerà?»
«La stragrande maggioranza delle illusioni e delle truffe, mia cara, riescono perché chi le commette non si chiede mai se funzioneranno oppure no! Le fanno e basta! Voi siete un’artista, e come tale la finzione è parte della vostra essenza: sappiate sfruttare questa dote, e tutto filerà liscio.»
«E io?» domandò Dustin.
«Mio caro, tu verrai nascosto nel doppio fondo dell’auto, e lì rimarrai fino a quando non te lo diremo noi! Non avere paura, starai comodo e avrai aria sufficiente per respirare! Ed ora miei cari ospiti, bon appétit!» tagliò corto.
“Un cachet…forse quello mi farebbe qualcosa…” pensò il barone massaggiandosi le tempie.
Arroccato nella stanza più alta della sua dimora, al buio, isolato da pesanti pannelli di piombo calati tramite un meccanismo su tre delle pareti, lasciando libera solo quella con la grande finestra; di fronte Absinth, che cercava di calmare i dolori che lo affliggevano.
Erano cominciati nel primo pomeriggio come un semplice cerchio alla testa, ma nel corso della giornata si erano intensificati: il collo era duro e gli occhi parevano due pietre roventi che gli scavassero le carni delle cavità orbitali.
Aveva cercato di non pensarci, facendo altro, ma qualunque cosa sembrava invece acuirli il dolore.
Era insopportabile.
Non che fossero rari i suoi mal di testa, riusciva sempre a tenerli a bada: oppio, assenzio, meditazioni, li erano sufficienti a lenire il dolore o a distoglierlo dall’idea, nonostante fosse perfettamente conscio della loro natura presagica.
E l’unica cosa che rimaneva era l’attesa, con cui Absinth aveva condiviso quasi tutte le sue esperienze, e a causa della quale alla fine aveva scelto la reclusione, forzata o volontari che fosse.
Senza cappello, giacca né occhiali, sedeva con la faccia rivolta verso la finestra, di là si intravedeva la città: magnifica e megalitica, costellata da luci che quasi oscuravano il cielo tingendolo di un nero rugginoso, nascondendo persino le stelle.
La sagoma di un dirigibile scout, più piccolo ed affusolato di quelli normali, attirò la sua attenzione: alto e scuro sorvolava la città silenziosamente, illuminando col suo singolo fascio giallo.
“I miliziani non riescono a tenere a freno la città?” chiese cinicamente.
Lontano, un flebile ronzio, come di migliaia di insetti, giunse alle sue orecchie, sembrava quasi riuscisse a vederli accalcarsi gli uni su gli altri, neri, metallici, brulicanti di vita: piccoli organismi, parassiti, che cercavano di accaparrarsi uno spazio vitale…man mano che Absinth vi si focalizzava, sentiva avvicinarli sempre di più.
Strinse le dita attorno ai soffici braccioli della poltrona su cui era seduto e chiuse gli occhi, deglutì, la bocca e la gola secca gli fecero male, ma cercò di non pensarci, così come anche il dolore alla testa, che si intensificava con l’arrivare dei ronzii, che ora capì essere migliaia di voci umane pullulanti.
Il cuore nel petto assunse il ritmo di una marcia militare, implacabile delineava il formicolante movimento di parole, immagini, sensazioni ed emozioni che il suo cervello percepiva come un’antenna.
Absinth rimase paralizzato, i pensieri esterni gli trafiggevano il cranio come centinaia di siringhe iniettandoli tutto un mondo: un overdose di microcosmi che lo stordirono lasciandolo tremante sulla poltrona.
Gemette, cercò di muoversi ma era troppo pesante, i nervi erano in fiamme; tutto il dolore, partendo dal cervello si sparse per il corpo sino ai piedi, ora non erano più solo i pensieri, ma era qualcos’altro di tremendo e invasivo che attraversata la mente, aveva corrotto i centri nervosi piegando la sua volontà.
“Chi?...”
Con un enorme sforzo ben al di là delle sue forze, Absinth si alzò dalla poltrona sentendosi uno storpio: le gambe, intorpidite, lo reggevano a malapena, barcollando avanzò di qualche passo, i pensieri sempre più simili al frinire metallico di grilli gli bombardavano il cranio; gli occhi, abituati all’oscurità della stanza individuarono un bastone appeso tenuto sulla parete da due ganci.
Riuscì ad afferrarlo, appoggiandosi con tutto il peso del corpo, sentì gemere il bastone, ma resse.
Schiacciò il pulsante accanto al bracciolo della poltrona e i pannelli di piombo ritornarono nelle scansie sul soffitto.
I pensieri erano vicini, molto di più di quanto si aspettava, li sentiva accatastarsi all’esterno della casa, non riusciva a capire a quanti appartenessero e a chi…”Come insetti comandati da una mente comune poco distante…”
Si avviò verso la porta.
“Sono qui…!”
Le gambe cominciarono a riacquistare funzionalità, le sentiva frizzare, come se la circolazione riprendesse a scorrere, ancora due passi e poi lasciò cadere il bastone.
Uno scoppio portentoso, un boato come il colpo di un cannone, esplose dal piano inferiore e le menti subito si riversarono nel salone.
Absinth avvertì distintamente l’intenzione minacciosa e seppe anche distinguerne il numero: cinque, più una sesta un po’ più distante.
Si ritrovò nel pianerottolo, imboccò le scale di corsa, la luce delle lampade sulle pareti cominciò a farli lacrimare gli occhi, pensò agli occhiali lasciati nella stanza, ma continuò a scendere i gradini.
Il rumore di uno sparo e il tonfo qualcosa che cadeva per terra.
“No!”
Per quanto il mal di testa e le luci lo distraessero, il barone concentrò la propria mente verso quelle cinque presenti: si accorse della loro semplicità lineare, cercò di forzarne una, ma qualcosa non lo lasciava entrare…
Vide la porta che dava sulla sala di fronte chiusa, i vetri smerigliati mostravano figure dai contorni disgregati dalle forme del vetro, tentò nuovamente di entrare in una delle menti, ma anche questa volta fallì.
Allora corse, ondeggiando goffamente, come non aveva fatto più da anni, raggiunse la porta spalancandola, le luci dei lampadari lo accecarono.

Friday, March 16, 2007


Perdonate il mostruoso ritardo, ma non ho avuto tempo e modo di farmi vivo. Ecco una nuova puntata. Buona lettura!


Danzando sull’orlo del Nero

Nella penombra della stanza la ragazza nuda e singhiozzante, sentiva ancora con chiarezza i capezzoli pulsare là dove l’uomo l’aveva morsa e graffiata. Anche i polsi, che portavano il segno delle dita di lui, arrossati gli dolevano malamente, così come l’ano, per la brutalità con cui quella sera era stata presa.
Il liquido seminale colava tra il solco delle natiche direttamente sulle lenzuola, lei si mordeva il lembo di pelle della mano tra pollice e indice.
«E’ ora che tu vada!» le disse Nathan, seduto accanto sul bordo del letto, la voce calda e calma non si scompose né risultò minacciosa. «Smetti di piangere ora e rivestiti.» si mise in piedi, nudo, avvicinandosi al lavandino in fondo alla camera, si lavò il pene con un getto d’acqua fredda, c’era un velo si sangue sul prepuzio smaltato che scivolò via quasi subito.
Scarna, la stanza non aveva nulla che non fosse indispensabile: un letto in ferro, un comodino ed un armadio in compensato, ed un piccolo specchio con un lavandino.
Una finestra sudicia lasciava entrare una luce verde al neon, dando l’impressione di un ambiente malato e malsano.
Con lentezza e tra le lacrime, la ragazza cominciò a ricomporsi.
“Da come si muove devo averle fatto male…poco importa, le passerà!”
Nel riflesso opaco dello specchio, la figura rivestita si fermò a guadarlo, poi col capo chino uscì dalla stanza, chiudendosi la porta alle spalle. Nathan la sentì scendere le scale ad una ad una, poi ritornò a guardarsi allo specchio: il taglio sull’arcata ciliare sinistra, dove la ragazza aveva cercato di ferirlo, non era profondo, sanguinava poco, ci passò sopra un batuffolo di cotone imbevuto col disinfettante, il dolore che percepì fu infimo, nullo.
Quando concluse, prese due scatole metalliche cilindrica dalla borsa e ritornò davanti lo specchio.
Con gesti rituali, si tolse l’occhio sinistro staccandone i sottili cavi che lo tenevano attaccato e lo ripose in una delle scatole, rimase a guardarsi con la cavità oculare vuota dove i cavi spuntavano e sorrise narcisisticamente; prese un altro occhio dall’altra scatola e con gli stessi lenti e precisi movimenti riattaccò i cavi e lo indossò, poi fece altrettanto con l’altro.
Tornò a guardarsi compiaciuto: le iridi dalla forma ellittica avevano un colore viola, mentre le pupille erano minuscoli un puntini gialli.
Qualcuno bussò alla porta distogliendolo dalla sua immagine.
«Si?»
«Magister aspettiamo voi. I fratelli legionari sono pronti.» disse una voce.
«Bene!» esclamò Nathan.
Si rivestì in fretta, poi prese una dalmatica nera, svasata nella parte inferiore, che fece scivolare sul capo a coprirlo del tutto, quasi nell’esatto momento in cui la porta si aprì facendo entrare un uomo del seguito.
Nella stanza dall’incenso giallastro un brusio sommesso e continuo serpeggiava di angolo in angolo: un grosso gruppo di persone con una tonaca scura aspettava impaziente. C’era poca luce, fredda e smorta, emanata da rare lampadine di una coppia di lampadari che pendevano dal soffitto a chiazze ammuffito.
Le finestre alle pareti erano state oscurate da drappi scuri che arrivavano sino al pavimento, su ognuna di esse erano stati cuciti vari simboli..
Quando Nathan entrò, il brusio cominciò lentamente a diradarsi e tutti si voltarono verso di lui. Prima che prendesse la parola un coro di applausi si levò dagli astanti.
“Sono tutte mie creazioni!”
osservò compiaciuto “Eppure sono pochi, troppo pochi per tentare qualcosa!”.
Alzò una mano e tacquero.
«Legionari! Fratelli Micaeliti» cominciò con voce ferma. «Vedervi qui è un grande regalo ed una immensa soddisfazione. Giorno dopo giorno, battaglia dopo battaglia diventiamo sempre più numerosi, e sempre più indisposti verso questo sistema debole e permissivo, che ci reclude come lebbrosi, accogliendo tra le sue fila donne, pederasti, immigrati, tutti deviati il cui rispetto verso questo nostro paese e le sue tradizioni, è simile a quello dei cani…»
Una seconda ondata di applausi cominciò a levarsi, ma Nathan la stroncò con un singolo gesto.
«Siamo noi i padroni di questa terra! Noi i soli detentori della patria, non una bestia incapace di pronunciare parole senza sbavare o incespicare nella propria lingua…io mi rifiuto di appartenere ad un paese che volta le spalle ai propri figli per accogliere dei bastardi!»
«Facciamoli fuori! Uccidiamoli tutti!» urlò qualcuno e subito gli altri li fecero eco.
Nathan sorrise amorevolmente come un padre.
«Capisco la vostra rabbia. Ma non è questo il momento. Verrà il tempo in cui ognuno di voi avrà una propria parte da interpretare. Ora il nostro compito è un altro: ci troviamo ad una svolta, un cambiamento che ci renderà tutti degli eroi!
«La società come noi la conosciamo sta per cadere e noi saremo pronti a raccogliere i resti e a modellarne una nuova, migliore e giusta, fondata sul merito, la forza, l’orgoglio!»
Questa volta l’applauso e il boato andarono avanti per una decina di secondi e Nathan assaporò tutta la gloria del momento incrociando le braccia e sorridendo, mentre i suoi occhi andavano da un capo all’altro della stanza, qualcuno gridava il suo nome, qualcun altro invocava un linciaggio…

«Il segretario di Harry Wings chiedeva se potevate incontrarvi dopo la cerimonia.» gli disse l’uomo accanto sbirciando da un taccuino.
Nathan lo guardò con gli occhi socchiusi dal piacere: una giovane ragazza gli massaggiava le spalle:
«Il segretario di Harry Wings? Ha un nome o dovrò chiamarlo così per tutto il tempo?»
«Forge, Magister. Il suo nome è Forge.»
«Che cosa vuole Harry Wings?»
«Non lo so Magister, ma credo sia opportuno ascoltarlo, Wings potrebbe…»
«So chi è Wings, Alfiere. Ora andate, e fai entrare questo Forge!»
L’uomo annuì ed uscì portandosi dietro la ragazza.
Solo, Nathan prese una bottiglia versandosi del liquido chiaro in un bicchiere e cominciò a bere: “Cosa vorrà questa volta? Un altro favore, immagino…”
Pochi minuti dopo un uomo sui trenta anni, che sembrava uscito dalle pagine di una rivista di moda, fece il suo ingresso nella stanza, un completo chiaro con cravatta intonata, privo di barba, capelli impomatati ed un sorriso da squalo senza denti.
«Magister…» salutò Forge.
«Sono Simmeons, Forge. Magister è un titolo per i legionari.» “Stupido leccapiedi!”
«Come volete. Posso accomodarmi?»
Nathan annuì.
«Il signor Wings vi manda i suoi saluti e vi augura un Buon Natale.»
«Cosa vuole Wings?» chiese Nathan.
Forge allargò il sorriso e si aggiustò gli occhiali in corno sul naso. «Il signor Wings è molto interessato alle vicende della Legione Nera, si potrebbe quasi dire che è un vostro ammiratore. Apprezza quello che fate e come lo fate e sarebbe disposto ad appoggiare la vostra causa.»
«In che maniera?»
Forge si passò la lingua sulle labbra deliziato: «Oh di questo certamente sarebbe meglio che ne parli direttamente con lui. Il signor Wings mi manda a dire che sarebbe lieto di averla dopo cena per un drink nella sua casa.»
«Che cosa vuole?» ripeté Nathan.
«Sono qui in veste di ambasciatore, signor Simmeons, nient’altro. Se accetterete, un auto vi scorterà direttamente a casa sua, diciamo…» guardò l’orologio da taschino. «Intorno alle nove…»
Nathan buttò giù l’ultimo sorso dal bicchiere: «Alfiere!» chiamò poi.
Entrò l’uomo del taccuino.
«Congeda i Legionari, ordina loro di non fare assolutamente nulla, hanno la serata libera. Io avrò da fare qualcosa.»
«Bene Magister!» rispose l’Alfiere e uscì.
«Molto bene signor Simmeons, vi manderò a prendere alle nove.» raggiante, Forge si alzò tendendo la mano a Nathan.
Per tutto il tragitto l’autista non aprì bocca.
Scaricato Nathan davanti l’ingresso della casa, ripartì scomparendo oltre il giardino, lasciandolo solo sulla ghiaia del parco.
Si alzò il bavero di pelliccia del cappotto e si guardò intorno: il recinto si trovava a circa cinquanta metri, i miliziani armati ne percorrevano il perimetro sugli spalti, sentì aprirsi la porta e Forge che sfregandosi le mani per il freddo gli sorrise:
«Ben arrivato signor Simmeons. Prego mi segua.»
Nathan lo seguì.
La casa era riscaldata e tutte le luci erano accese, nel grande salone bianco un grande albero di Natale ne occupava il centro, alle spalle due rampe di scale si inerpicavano ai lati opposti, verso il piano superiore.
«Prego. Da questa parte.»
Forge lo condusse oltre un corridoio verso una porta chiusa.
“Tutte le finestre hanno le sbarre!” Forge bussò ed una voce ordinò di entrare.
Harry Wings era in piedi e guardava fuori la finestra, dando le spalle alla porta.
«Signor Wings?»
«Grazie Forge. Lasciaci soli, grazie.» si voltò e sorrise a Nathan fermo sulla porta: «Prego, Signor Simmeons, entri pure. Sono contento che abbia accettato il mio invito, si serva pure, ho del whisky, vodka, gin, vino…sigari…non mi faccio mancare niente.» la voce possente dell’uomo sembrava amplificata dal ventre muscoloso e dal petto largo.
Nathan prese un bicchiere da un tavolino con le ruote e si versò del whisky nel bicchiere, poi fissò Wings.
«Cosa vuole da me Wings? Non si invita a casa gente come me solo per offrirgli da bere…»
«Noto con piacere che è un uomo pragmatico, Simmeons. Questo non fa che avvalorare la mia stima nei suoi confronti!»
«Finiamola con i complimenti e venga al dunque. Sono stanco e non posso rimanere a fare baldoria con lei…» scocciato incrociò le braccia, tamburellando con le dita sul bicchiere.
Wings ravvivò con un tizzone il fuoco nel camino di marmo, poi si servì la stessa bevanda in un altro bicchiere, gli occhi grigi scintillavano al fuoco come quelli di un predatore, il naso a becco gli dava poi un aspetto rapace e la folta barba rossiccia lo faceva sembrare un guerriero norreno.
«Ho bisogno della vostra Legione Nera!» esclamò dopo aver giocato con il whisky da una guancia all’altra: «Tutti voi, compreso lei chiaramente.»
«Cosa significa che ha bisogno della Legione Nera? Non siamo mercenari e non lavoriamo su commissione!» rispose livido Nathan.
«Certo che non lo siete. Ed io non vi sto chiedendo di diventarlo…»
«E allora?»
«Simmeons la vostra congrega è fuori legge da più di venti anni, anche se avete cambiato nome sappiamo benissimo che gli scopi sono sempre gli stessi!» il tono era diventato lievemente più minaccioso. «La vostra crociata potrebbe ben presto finire in un carcere o peggio ancora in un bagno di sangue, basterebbe poco perché questo accada!»
«Credo sia una minaccia, o sbaglio?»
«Dipende da come la vuole interpretare. Io non l’ho fatta chiamare per minacciarla o ricattarla. La vostra associazione può rivelarsi molto utile, specie in tempi come questi. Ho bisogno di persone come voi e voi avete bisogno di uno come me che non faccia prediche e che al contrario vi sostenga e vi protegga.»
«Proteggerci da cosa?»
«Dalla moda dei diritti civili che in questo periodo imperversa sulla città. No so se ne ha sentito parlare: non siete l’unica confraternita esistente, ce ne sono altre: i Sol Invictus ad esempio, o i Gratia Dei fanatici religiosi con il pallino dell’uguaglianza e della tolleranza…»
«Siamo diversi.»
«Certamente, loro lo sanno perfettamente ed è per questo che meditano di sterminarvi tutti alla prima buona occasione!»
“Menti figlio di puttana! Non hanno l’organizzazione e il coraggio sufficiente per farlo…” «Con me sareste protetti e avrete carta bianca su tutto…» Harry prese un sigaro da un cofanetto nero, poi lo porse a Nathan.
«No Grazie. Signor Wings, comincio ad essere stanco e gradirei tornare a casa, perciò se vogliamo arrivare al dunque…»
«Stanco? Credevo che una persona impegnata come lei facesse uso di Ez300 per rimanere attivo…» si accese il sigaro mandando argentate spirali di fumo nell’aria.
«Non uso quella roba, preferisco dormire…»
«Male. Ritengo che uomini come me e lei non dovrebbero dormire mai…Comunque signor Simmeons, la proposta è piuttosto semplice: vi arruolo come miliziani della città, per riportare un po’ di ordine e di paura tra le strade…»
«Esistono i miliziani per questo, perché noi?»
«I miliziani non possono uccidere, solo imprigionare e al giorno d’oggi le carceri sono così colme che l’unica speranza per poterle sgonfiare è una guerra…la gente non ha più paura, ha ripreso ad andare in giro impunemente, la corruzione serpeggia tra i militari, così come nelle alte sfere dell’esecutivo…»
«Noi quindi saremo dei vigilanti…delle guardie cittadine…» Nathan cominciava a divertirsi: l’impomatato politico stava servendoli le strade della città su un piatto d’argento… “Senza rendersi conto di quello che significa…” sfoderò un sorriso compiaciuto e interessato.
«Non vigilanti, signor Simmeons, ma legge! La Legione Nera sarà un ottima squadra militare e come tale mi aspetto che vi comportiate. Chiaramente nessuno se la prenderà con voi se ogni tanto ci scappa il morto…» Wings esplose in una grassa risata.
“E’ tanto grasso quanto stupido, se non ce l’avessi davanti penserei che stereotipi di politici del genere non esistessero più…”
«La sua offerta è molto allettante, me temo che dovrò rifiutare.» disse lui in tutta tranquillità.
Wings smise di ridere e sembrò quasi che il fumo del sigaro li fosse andato di traverso strozzandolo:
«Perché mai?»
«Lo ha detto prima: nessuno se la prenderà se ci scapperà il morto…crede davvero che siamo dei pazzi assassini?»
«Oh certo che no signor Simmeons…»
Nathan si alzò lentamente e sospirando.
«Credo che sia arrivato il momento che vada.»
Wings sorpreso scattò in piedi.
«Signor Wings mi duole che abbia fatto questa offerta. Noi non siamo quello che crede…»
«Simmeons, intende davvero rifiutare?»
«Sì!» si infilò il cappotto cominciando a dirigersi verso la porta.
«Lei sta sprecando una opportunità, quanto crede che riuscirà a sopravvivere senza un appoggio politico?» ribatté irato.
Nathan non rispose, uscì che ancora Wings gli urlava di fermarsi.
Fuori il solito autista lo aspettava appoggiato alla vettura in silenzio. L’uomo aprì la portiera, fece salire Nathan e si mise al posto di guida, dopodichè partirono, lasciandosi la casa alle spalle.
“Wings del cazzo, dovevo aspettarmi una cosa simile…più coglione tu, Nathan! Sapevi perfettamente cosa voleva, perché ti aveva invitato, ma a te piace sentirti amato, richiesto…indispensabile…sei un mentecatto!” continuava a tormentarsi le dita che si chiudevano e si aprivano nervosamente. «Il vittimismo è inutile e dispendioso!» esclamò l’autista. Ci fu un attimo di silenzio, dove la mente di Nathan venne strappata dal flusso dei suoi pensieri e buttata a forza nella realtà: «Come?» chiese. «Ho detto: il vittimismo è inutile e dispendioso. Nel senso che non ha senso quello a cui stai pensando…» Nathan guardò l’autista attraverso lo specchietto retrovisore, l’uomo aveva dei profondi occhi neri che scintillavano, il loro contorno perfetto e delineato, sembrava dipinto da una matita; sorrise senza mostrare i denti con una espressione di ovvietà. «Come fai a sapere cosa stavo pensando?» domandò Nathan. «Non è difficile capire a cosa stai pensando. Non ci crederesti mai quante cose si capiscono dal volto di una persona, e stando sempre in silenzio e osservando, impari in fretta. Tu sei stato chiamato da Wings, pochi ricevono un invito da lui, specie adesso, e i pochi fortunati è gente a cui viene offerto qualcosa. «Solitamente, questi fortunati accettano l’offerta e tornano a casa con un sorriso che se attaccato ad una batteria può illuminare l’intera città…» tornò a sorridere a Nathan facendo spallucce. «E quindi secondo te mi è stato offerto qualcosa, ma l’ho rifiutato, e capisci questo perchè non sto sorridendo?» «Più o meno…» «Tu sei pazzo!» «Povero Nathan…solo con i suoi soldatini che cerca di giocare alla guerra…» Gli occhi di Nathan brillarono di rabbia omicida: «Chi cazzo sei?» «Un amico, se vuoi…» «Io..» «Non hai bisogno di amici, certo, come no! Ma io posso essere un buon amico, Nathan Simmeons. Basta che tu lo voglia…» «Ascolta amico…» si sporse poggiando una mano sulla spalla dell’uomo, cercando di rimanere il più calmo possibile: «Per questa sera ho avuto abbastanza offerte di amicizia e non ne ho chiesta nessuna. Ho le palle così girate che ti giuro, rompimi ancora i coglioni e ti ritroverai a mangiare semolino per il resto della tua miserabile vita! E ora accosta, vado a piedi!» L’autista non parve turbarsi, ma decelerò fermando l’auto accanto ad un marciapiede. Nathan aprì la portiera di scatto. «Magister!» disse l’autista, prima che Nathan scendesse. «I tuoi legionari sono pochi, la tua crociata presto svanirà del tutto, e tu rimarrai solo con la tua divisa nera. Quello di cui hai bisogno non è politica…è potere Nathan lo guardò e per un attimo l’uomo parve completamente differente: gli occhi più profondi, più neri, il sorriso più tagliente: «Concedimi una notte, Magister e ti mostrerò cosa vuol dire amicizia. Se alla fine rimarrai deluso, avrai semplicemente passato una notte diversa dal sodomizzare giovani orfane…e potrai tornare alla tua crociata dai tuoi legionari!» «Chi sei?» «Non faccio parte dei potenti, ma posso insegnarti ad essere uno di loro…fidati Nathan Simmeons, sono sicuro che troverai la questione molto interessante…» «Dove mi porterai…amico «Sull’orlo del nero e ritorno…chiudi la portiera e mettiti comodo, Nathan.» Nathan fece come gli era stato detto. Sprofondò nel sedile, sentendolo più comodo esoffice, come una mamma obesa che lo coccolasse e lo proteggesse.
L’auto ripartì rumorosamente, le ombre nelle strade aprendosi come braccia nere la accolsero chiudendosi subito dietro di lei scomparendo alla vista.


Sunday, February 25, 2007


Ben ritrovati a tutti, come ogni settimana vi propongo un nuovo capitolo...buona lettura!

Di là del Verde Giardino

«…Perché è dal contributo che si costruiscono le basi per una società migliore, basata, sull’efficienza, sul merito, la comprensione, la libertà e soprattutto la giustizia. I tempi che corrono non sono i migliori che abbiamo visto, ma nemmeno i peggiori, io e la mia amministrazione lavoreremo affinché il disordine e l’anarchia e la pseudo democrazia che tanto piace ai nostri avversari possa terminare. Abbiamo visto tutti quali sono le conseguenze di una libertà così abusata come è stata quella che ha causato il maggior numero di danni: un esempio sono le migliaia di persone che come topi sbarcano a frotte sul nostro paese…»

CLICK

«Dio te ne renda merito, Mazim!» esclamò Daniel.
«A me diverte invece.» rispose il ragazzo. «Dai è come ascoltare uno di quei racconti narrati la sera alla radio. Solo che questi sono veri.»
«Io non mi diverto.»
«Edina, tu non ti diverti nemmeno al tuo compleanno!» fece eco lui. «Secondo me stai prendendo sul serio quel travestimento da suora che porti!»
«Allora dimmi, cosa ci trovi di divertente in un sfottuto pazzo che blatera di guerra e ordine? La gente gli crede non perché sia convinta di quello che dice, ma perché ne ha paura. Sa che se qualcuno provasse a contraddirlo, verrebbe incarcerato e deportato nelle miniere a sud o nei campi a nord. La gente muore, sola e triste…e ora dimmi: cosa ti diverte?»
Nessuno parlò.
La camionetta procedeva verso sud, pesante e lenta attraverso strade deserte e piene di neve.
«Cosa dicevi a proposito di oggi?» Mazim alla guida assumeva sempre un aspetto da professionista veterano, con la pipetta d’oppio di lato ed un basco calato sugli occhi.
«A proposito di cosa?»
«Dei tumulti a T.D. Square.»
«Non so di preciso cosa sia successo. Lucky mentre tornava dalla sede della Legione Nera, ha assistito ad una scena paradossale: un gruppo di persone in fila per la dose di penicillina quotidiana, di colpo ha dato di matto: prima hanno preso a spingersi, poi si sono picchiati l’un l’altro…»
«Ed è intervenuta la polizia…» concluse Mazim.
«No!»
«No?»
«La polizia è rimasta a guardare come si massacravano, poi hanno deciso di intervenire.»
«Hanno aspettato che si uccidessero tra di loro?» Edina era incredula, passò a Daniel un fucile a doppia canna corta, poi si sistemò una pistola nella giarrettiera sotto la tonaca nera.
Lui annuì.
«Ma perché?»
«E che ne so, non sono un veggente!»
«Ci sarà stato un motivo che ha dato il via alla cosa…forse il fatto stesso di spingersi…la gente è nervosa e basta anche una piccola stronzata per arrivare a fatti del genere…»
«Non lo so, Edina. Lucky ha visto tutta la scena e ha detto che è stato un attimo, prima si sono spinti, poi hanno cominciato a darsele, quello che non riesco a capire è il verso che facevano…»
«Versi?» chiese lei.
«Urla di dolore immagino…» suggerì Mazim.
«No. Lucky me li ha descritti come il verso di un gatto con una lisca di pesce in gola…»
«Eh?» Mazim sembrava divertito. Diede la pipetta a Daniel che tirò un paio di boccate e poi la passò ad Edina.
Il sole pallido e debole cominciava a tramontare sulla città, dietro una seconda camionetta li seguiva a pochi metri di distanza entrambe avevano il simbolo della Pia Società Cristiana, comprate ad un asta del mercato nero qualche anno fa.
Superarono un ponte , poche auto che si affrettavano ad abbandonare la strada, dietro di loro la grande città al tramonto appariva bellissima.
«La scena non deve essere stata bella da guardare, è possibile che Lucky si sia immaginato quel verso, o magari ha sentito qualcuno sgozzato…» suggerì Edina.
«Non lo sapremo mai, Edina. Comunque, dovremmo arrivare tra un’oretta. Il furgone è partito da Uprise alle tredici precise, se continuiamo così alle diciassette dovremmo incrociarlo sulla statale all’altezza della stazione Gialla.!» affermò con calma e decisione, riprendendo la pipa dalle mani di Daniel.
«Che cazzo sei, un calcolatore industriale?»
Mazim li guardò e scosse il capo senza dire nulla.

Come una delle altre stazioni, quella Gialla spuntava come un dente marcio nel bel mezzo del nulla. Il suo colore ocra e i contorni molli la faceva assomigliare ad una grossa pepita d’oro.
All’interno della parete ad alto voltaggio che la circondava, c’erano altri tre furgoni.
Le pompe del gasolio erano a guardia, immobili e silenziose.
Parcheggiarono un poco più distante con la parte frontale delle vetture verso l’uscita, i membri dell’altra camionetta, anche loro con abiti sacerdotali, rimasero dentro.
Due miliziani armati li seguirono con lo sguardo fino all’entrata.
«Non vi sentite osservati?» chiese Mazim sarcastico.
«Falla finita!» sibilò Edina a denti stretti.
«Silenzio!» fece eco Daniel.
All’interno un grammofono elettrico mandava Hanged Charleston, alla luce di lampade dalla forma sferica. Un bancone a staffa di cavallo occupava buona parte della stanza e dietro un uomo dalla calotta cranica di acciaio che li osservò incredulo, cosi come le altre persone sedute.
Edina e Mazim andarono a sedersi ad un tavolo, Daniel si avvicinò all’uomo, appoggiandosi al bastone e fingendo di essere zoppo.
«Buonasera figliolo!» esordì lui con un sorriso fresco e sincero.
L’uomo dietro il bancone grugnì un saluto, ma non si scompose, due grossi favoriti biondicci gli scendevano ai lati del capo, andandosi a ricongiungersi ai baffi e alla barba.
«Siamo in tre. Può portarci tre panini e tre caffé, e tre li prepara da portare via? Grazie!»
«Non si serve ai tavoli!» rispose l’uomo serio.
Daniel non perse l’allegria: «Oh, allora in questi casi, potrei avere tre panini e tre caffé e tre da portare via? Grazie!» ripeté.
Il barista lo servì quasi controvoglia e lui tornò al tavolo con un vassoio.
«Credo che la preghiera oggi debba dirla sorella Edina, padre!» disse Mazim prendendo un panino.
«Che stronzo!» esclamò Edina sottovoce.
«No, la dirò io!» rispose Daniel giungendo le mani.
Gli altri due lo seguirono in silenzio.
«Mazim, l’ovest è da quella parte!» disse lei ad alta voce.
Questa volta anche Daniel scoppiò a ridere.
«Ok ok, basta così, touchét Edina!» disse Mazim ritornando serio.

Alle diciassette e dieci minuti e venti secondi, il rumore della cancellata e di una vettura, li fece sobbalzare, distrattamente Mazim guardò fuori da una delle finestre con le sbarre e nella luce dei lampioni vide un furgone verde fermarsi accanto ad uno dei loro.
Ne scese un uomo robusto che aggiustandosi le brache, chiuse la portiera a chiave e si diresse verso la porta della stazione di servizio.
«Credo sia meglio andare ora.» disse lui alzandosi. «Finite con calma, vado a mettere il carburante e dare un’occhiata alle gomme.» ed uscì.

Fece tutto con estrema calma e precisione, osservando più volte, senza farsi notare dai miliziani, il veicolo appena arrivato. “Il motore è nel telaio davanti, pneumatici a camera d’aria…il bastardo lo ha anche corazzato!” osservò, ma c’era troppa poca luce e non riuscì a vedere oltre. La scena gli ricordò alla mente la prima volta che aveva piazzato una bomba sotto un furgone della polizia, circa sei anni prima, allora la rabbia e l’immortalità erano due prerogative che lo accompagnavano e tutto appariva più facile, anche morire.

«Sembra ben piazzato!» esclamò uno dei finti preti sottovoce.
«Così sembra…» rispose secco Mazim.
«Cosa ne dici Mazim? Lo buttiamo fuori strada o gli spariamo alle gomme?» rimbeccò un altro come se dovesse salire su una giostra.
«Non dico niente.» si limitò a ribattere. “Anche perché sei troppo idiota per capire di dover stare zitto!” aggiunse poi.
«Mettete in moto, partiremo a breve!»
Ad uscire dalla stazione per primo fu l’uomo del furgone.
Si sistemò un cappello con visiera sulla testa e indosso un paio di guanti e accendendosi una sigaretta si incamminò lentamente verso la vettura.
Poco dopo uscirono anche Edina e Daniel, lei stringeva sotto braccio lui, che fingeva ancora di essere storpio e andava appoggiandosi al suo bastone.
Mazim li spalancò la portiera e fece salire prima lei, poi aiutò Daniel a sedersi: «Non ti sembra di esagerare ora? Non pesi due chili!» gli fece notare lui tra i denti.
«Zitto o se ne accorgeranno…» gli sorrise Daniel.

La cancellata finalmente si aprì, da sola. I miliziani attesero che tutti e tre i furgoni fossero usciti per abbassare le armi, poi la richiusero e tornarono a girare lungo il perimetro interno della stazione.
Attesero che i fari delle torrette fossero ben distanti per sorpassare il furgone con i medicinali, i fari passando illuminarono per un attimo la sagoma dell’uomo che trangugiava qualcosa, poi andarono oltre. Gli sguardi di ognuno di loro più simili a quelli di un rapace.
Nell’abitacolo freddo, regnava il silenzio.
Mazim accese la radio, armeggiò con la manopola alla ricerca di una stazione, il fruscio crepitante delle onde assunse il suono di un treno che seguiva una corsa lenta e costante…

-…Messaggio autoregistrato numero 1217. Parade, di Erik Satie…-

Una musica lenta e poderosa, che aveva dell’anacronistico, cominciò ad espandersi.
«Mandano ancora i messaggi autoregistrati?» chiese Daniel.
«Non li hanno mai interrotti.» puntualizzò Mazim.
«Ma sono uno spreco, quelle postazioni potrebbero essere utilizzate per altri scopi…»
«Daniel ti sembra che questa sia l’epoca della parsimonia?»


I due furgoni procedettero per altri dieci chilometri, poi si fermarono sul ciglio della strada, in attesa. Intorno il vento freddo soffiava in un lamento angosciante e continuo, Daniel e Mazim scesero dalla vettura per sgranchirsi le gambe, Edina rimase seduta sul sedile con le mani che giocavano nervosamente tra di loro.
«Vuoi?» Mazim passò una fiaschetta di metallo a Daniel, che ne bevve un lungo sorso, asciugandosi poi col dorso della mano.
«Cos’è?» gli sembrò che qualcuno gli avesse fatto esplodere un petardo alle erbe dentro la bocca, il sapore era buono, ma era forte
«E’ un liquore di mia invenzione, ma non sperare che venga a dirti cosa c’è dentro…» fece l’occhiolino sornione. «Allora come vogliamo procedere?» domandò bevendo di nuovo dalla piccola fiaschetta.
«Così come si era detto!» rispose Daniel controllando le canne del fucile.
«Secondo me è pericoloso lasciarla in mezzo alla strada…»
«Mazim ho provato a spiegarglielo ma lei sostiene che una suora che sbraccia di notte nel mezzo della strada abbastanza convincente, e sarà sufficiente per fermare la camionetta.»
«Il vecchio trucco del soccorso…» scosse il capo in un sorriso amaro: «L’ho visto riuscire troppe volte per potermi ancora fidare!»
«Avevi un’idea migliore genio del crimine? Non avevamo molto tempo per metterci a discutere un piano decente da fare.»

I fari della camionetta spuntarono molto tempo dopo facendo capolino dall’orizzonte.
Nel vederli ognuno prese la sua postazione, con le armi in pugno e il cuore in gola, sentirono il suono del motore che si faceva sempre più vicino.
Mazim, muto e immobile, piegato accanto alla ruota anteriore, chiuse gli occhi cercando di respirare tranquillamente, l’oppio aveva finito il suo effetto da un’ora, ma il liquore gli scorreva dentro dandoli calore e sicurezza; vide i campi attorno bui e deserti, dall’oscurità dentro cui erano immersi, immaginò sbucasse fuori qualcosa di terribile che lo aggrediva.
Cominciò a sudare.
Il rumore del furgone era vicino, da dove si trovava lui era impossibile vedere qualunque cosa che non fosse l’immensa vastità attorno, “E’ con le orecchie che devo vedere…”
«…Dove scorrono fiumi e frutti perenni, e la sua ombra…» recitò sottovoce tenendo stretto il calcio della Luger: «…E la sua ombra…e la sua ombra…com’era, cazzo!»
«Ferma! Per carità si fermi!» la voce di Edina che implorava lo scosse dalle preghiere, imprecò contro sé stesso e contro la cocciutaggine di lei. Alzò un attimo la testa, ma non riusciva a vedere nulla. Daniel era dentro l’abitacolo che si fingeva ferito, con un po’ di sciroppo rosso versato sulla tempia. Degli altri nemmeno l’ombra.
«Un colpo di sonno, credo. Oh buon Dio, mi aiuti, è immobile, non si muove più!» la voce sembrava sull’orlo del pianto.
Però ci sa davvero fare con le interpretazioni…
Sentì aprirsi una portiera.
E qualcuno borbottare qualcosa.
Si abbassò.
Da sotto il furgone poteva vedere le gambe di Edina nella tonaca nera ed un altro paio di gambe, quelle del guidatore.
Aprì lentamente uno spiraglio nello sportello dove era appoggiato e attese.
«E’ accaduto tutto in un attimo!» continuò lei nello stesso tono. «Ha abbassato la testa ed è uscito fuori strada. Sono riuscita a frenare prima che ci ribaltassimo…»
Erano vicini.
Un attimo. Solo uno, poi sarebbe sbucato anche lui.
Aveva caldo. Gocce minute di sudore gli imperlavano la tempia sinistra. Si tolse il basco, senza fare rumore e si passò una mano sulla testa rasata, il vento freddo lo rinsavì e gli fece spalancare gli occhi.
La voce di Edina continuava a parlare, ma l’uomo rimaneva in silenzio. Non vedere i loro gesti, le loro facce, lo mandava in bestia, la pazienza veniva lacerata dall’adrenalina che, corrosiva, gli elettrizzava il corpo.
Nello spiraglio buio distinse il braccio di Daniel stringere lentamente il calcio del fucile, fu per lui un segnale.
Spalancò la portiera caricando la pistola e si raddrizzò, puntando l’arma verso l’uomo.
«Salve!» salutò sorridendo e compiaciuto.
L’uomo non si mosse, ma il suo sguardo lasciò trasparire sorpresa e incomprensione.
Daniel aprì gli occhi e con la mano puntò le canne del fucile sotto il mento del tizio.
Edina smise di parlare e fece due passi indietro.
«Allora, lardoso figlio di una cagna sifilitica! ora senza fare nulla di avventato, ci darai le chiavi del furgone, noi lo puliremo e poi potrai tornare al tuo viaggio, intesi?»
L’uomo non si muoveva.
«Hai capito cosa ti ho detto?» ripeté Mazim.
Ma il tipo era immobile e lo guardava fisso negli occhi che nel frattempo avevano perso espressione.
Nel frattempo gli altri erano sbucati dal secondo furgone e puntavano le loro armi, muovendosi cautamente.
“Era ora stronzi dorati!” esclamò lui vedendoli.
«Figliolo.» cominciò Daniel. «Ascolta quello che ti dice, nessuno vuole farti del male, vogliamo solo…»
Il corpo dell’uomo cominciò a fremere, come in preda a delle scosse, un filo di bava gli colava lungo l’angolo della bocca e lo sguardo fisso su Mazim, che improvvisamente si sentì colpevole.
«Daniel…?» chiamò lui come a chiedere cosa fare.
Con un movimento deciso e senza prestarci attenzione, l’uomo strappò il fucile dalle mani di Daniel, rigido si muoveva a scatti veloce come una furia, aveva cominciato a gemere in maniera spaventosa, un verso strano…
“Un gatto con una lisca di pesce in gola…” pensò Mazim, poi sparò.
Nell’aria risuonarono due spari quasi all’unisono, poi come un’orchestra seguirono gli altri.

Quando il silenzio e la calma furono ritornati, l’uomo del furgone era accasciato contro la portiera, tutta la sua materia cerebrale sparsa sul finestrino come un dipinto d’avanguardia, la parte superiore del cranio non esisteva più e il corpo era sparso da fori rossi.
Accorsero tutti verso Daniel, che si toglieva pezzi di cervello dalla faccia:
«Un tipo tranquillo vero Mazim?» chiese rimettendosi in piedi.
Mazim non rispose.
Daniel si precipitò sul sedile accanto, sporgendosi fuori: Mazim era per terra e si teneva lo stomaco colorato di rosso, guardava sorridendo a denti stretti, con il sangue che gli sgorgava sul mento ed una lacrima, forse di paura, sotto gli occhi.
«Ti dicevo che non c’era da fidarsi del trucco del soccorso…» gli disse a stento.
Poi chiuse gli occhi e giacque immobile sulla neve.


Saturday, February 17, 2007


Salve a tutti. Ecco un nuovo racconto, anche questo come i due precedenti possono essere letti singoli o uno dietro l'altro.
Buona lettura.

Di Assenzio e di altre Illusioni

Avevano corso per buona parte della notte.
Aggirando truppe di miliziani che pattugliavano le strade come mastini, in posti di blocco con fuochi da campo disposti nei vari punti ed incroci, e superando recinzioni con filo spinato.
Quando furono ad un isolato di distanza dall’appartamento le sirene della polizia cominciarono a farsi più vicine.
Nella fredda notte, la mente della donna incrociava mille pensieri: canzoni e filastrocche natalizie eseguite da cori di voci bianche, si ritrovò ad adattare la musica al veloce passo che lei e Dustin avevano intrapreso.
«Perché non siamo rimasti lì? Avremmo potuto spiegare tutto alla polizia, di come quella donna, la Ganowski, ci ha aggrediti e di come noi ci siamo difesi. Torniamo Dustin, e li racconteremo tutto, ho sparato io, no?»
«Hai dimenticato che lì ero sotto sfratto e fornivo oppio alla vittima, tutti ottimi motivi per mandarmi al cappio in poco tempo.»
«Hai ragione.»

Aveva ripreso a nevicare da circa un’ora. Più o meno da quando avevano lasciato l’appartamento. Le luci colorate erano state spente, così come molti dei lampioni, rimanevano solo piccole isole di luce, da cui loro due si tenevano a distanza.
«Da questa parte.» disse lui.
Svoltarono in un vicolo deserto come il resto delle altre strade, fermandosi un attimo per poi riprendere a camminare furtivamente tra una zona d’ombra e l’altra e ritrovarsi in un ennesimo vicolo, “Ma quanti sono?”.
Sorpresa e confusa, Sophie cercava di tenere il passo, cosa quasi impossibile con le scarpe coi tacchi, scomodi e rumorosi, affondavano a volte nella neve rischiando di farla inciampare.
«Ti prego Dustin, rallentiamo, non ce la faccio più!»
«Siamo quasi arrivati.»
«Dove stiamo andando?»
«Da un amico.»

Pulsate et apriebatur vobis

Questo era scritto sullo stipite della grossa porta rinforzata, scolpito nella pietra gialle del piccolo edificio.
La casa si trovava fuori dal centro abitato, circondato su tutti e quattro i lati da un ampio e ombroso giardino dalle siepi a forma di coni, piramidi e sfere, curate con una precisione maniacale, attenta alle imperfezioni che potevano crearsi.
Sophie ammirò le composizioni che la sovrastavano, con timore e riverenza, stringendosi nel cappotto scuro, seguì Dustin fermo dinanzi alla porta
«Cosa significa?»
«E’ latino, o italiano forse. Non è importante comunque.
Afferrò uno dei batocchi e bussò tre colpi decisi.
DUUMM
DUUMM
DUUMM…

Quando il rimbombare dei colpi cessò, si udì un ronzio metallico oltre la porta.
CLACK!
E lo spiraglio nero apparve dinanzi a loro, una fessura nel buio.
«Piuttosto scenico, no?» disse lui ed entrò.
Sophie guardò attorno le siepi che immobili parevano scrutare ogni sua mossa, cadde un po’ della neve che le ricopriva, e rabbrividendo seguì Dustin.

«Vieni piccola mia. Qui, vicino a me!»
Come tutte le altre volte l’uomo sedeva nell’ombra, con la finestra sbarrata alle spalle, l’unica luce quella della porta da cui entrava, poi ritornava il buio, così vivo, così palpabile, così freddo…

Una volta dentro rabbrividì.
Non sembrava fare freddo, ma l’oscurità attorno era sufficiente a farle sentire un gelo mortale, il suo respiro divenne affannoso e il cuore cominciò ad accelerare.
Allungò una mano alla ricerca di quella di Dustin, ma non trovò nulla, solo il vuoto.
«…Dustin…?»
«Sono qui dolcezza.» la rassicurò lui.
«Non si vede nulla.»
«Non abbiate paura.» fece eco una voce nel buio.
Le luci si accesero, prima su di loro, poi tutto d’intorno.
Erano all’entrata di una grande sala affrescata, colonne bianche alle pareti contrastavano con il rosso vivo e lucido del pavimento.
E proprio di fronte a loro una scala in ferro dalla ringhiera arabescata saliva verso l’alto, in cima un uomo.
Sophie non seppe dire se era più bizzarro o semplicemente fuori posto.
Era grasso, questo notò subito lei.
Indossava una giacca da camera blu dai motivi floreali, collo di pelliccia dello stesso colore, e un panama bianco messo di traverso sul capo; nella mano un bocchino bianco con una lunga e sottile sigaretta.
«Non sono grasso, signorina Sophie!» puntualizzò l’uomo scendendo i gradini lentamente, incorniciato da volute di fumo.
La sua voce nasale ma morbida: «E’ una grave disfunzione della tiroide.» ribadì sorridente in modo lezioso.
Lei non disse nulla ma guardò Dustin con gli occhi sgranati.
«Buonasera Dustin. O sarebbe meglio dire buon mattino, dato che sono esattamente le due del mattino. Cosa è accaduto questa volta?»
«Ci troviamo…» cominciò lui.
«Nei guai.» sospirò. «Sì, lo avevo capito da solo, tesoro mio. Non mi presenti la tua amica?»
Dustin si irrigidì arrossendo: «Bè, sì…Sophie lui è…»
«Barone Absinth. Molto piacere, Sophie.» intervenne l’uomo prendendole la mano, fece un lieve inchino, la pelle liscia e lucida aveva un vago odore di mandorle, un grosso paio di occhiali da sole blu li copriva gli occhi a mo’ di maschera.
«Immagino che davanti un drink vi sentirete meglio e riuscirete a delucidarmi. La notte è fredda, anche se volge al termine, ma noi non abbiamo fretta, no?»
«Barone sarebbe meglio se la signorina Sophie si riposi, è stata una lunga notte …»
«Ritengo che Sophie sia sufficientemente matura e responsabile da riuscire a prendere una decisione anche senza il tuo indebito aiuto, Dustin.»
«No.» rispose risoluta lei. «Credo che Dustin abbia ragione, barone. Sono molto stanca e vi sarei grata se potessi ritirarmi….col vostro permesso.»
Absinth sorrise scoprendo una dentatura bianca, perfetta, che lei si accorse essere porcellana.
«In questo caso, mia cara, vi accompagnerò io stesso!»

Sola nella stanza, Sophie si soffermò a guardarsi nel grande specchio ovale, con indosso una camicia notte che le arrivava sino alle caviglie, ricamata con i soliti motivi floreali.
Alla parete un applique di vetro istoriato dalla forma di farfalla, mandava luci calde di colore giallo, rosso e verde, confortevole ed accogliente come una cioccolata calda.
“Mandorle. Ancora quell’ odore…o forse anice…”
Fuori il buio continuava a sorvegliare l’edificio, che dall’interno sembrava molto più grande di come più grande da come le era apparso da fuori.
Sedette sul bordo del letto, carezzandone la superficie delicatamente, con gli occhi chiusi ed un sorriso leggero sulle labbra, la mano corse avanti e indietro, con una delicatezza infinita, le coperte erano morbide e profumavano e come tutte le cose soffici provocarono in Sophie un genuino innamoramento temporaneo, un piccolo orgasmo di sensi che la sconvolgeva sul momento e le dava la forza per andare avanti.
C’era silenzio.
Lontani come in un sogno sentiva le voci del barone e Dustin che parlavano, ma non riusciva a capire le parole, giungevano come echi sottili, alla stregua di ricordi che affiorano dalla mente.
Improvvisamente la tensione si sciolse, la stanchezza della giornata passata la travolse completamente, braccia e gambe si fecero pesanti; smise di toccare il letto, si sdraiò supina, soddisfatta e del tutto rilassata.

Quell’uomo è strano, ha qualcosa di teatrale e inquietante. Non può avermi davvero letto in testa. Questa casa poi, sembra costruito tutto alla perfezione, mobili suppellettili…carina la lampada a farfalla, deve avere molti soldi per permettersi una bizzarria dietro l’altra, come avrà conosciuto Dustin? Absinth! Assenzio…strano nome, forse uno pseudonimo, oppure…”

Non ricordava di aver sognato, solo di aver dormito pesantemente.
Le faceva male la testa e aveva la bocca impastata di un vago sapore dolciastro. Si sentiva come fosse sbronza.
Cercò di mettersi a sedere, la luce, che chiara e limpida filtrava dalla finestra, le fece richiudere istantaneamente gli occhi, le tende erano tirate ed un fascio illuminava la stanza in obliquo, la lampada alla parete spenta.
Si vestì dando le spalle alla finestra, il vestito della sera prima le riportò alla mente la Ganowski che annaspava su Dustin, il verso orribile che usciva dalla gola e lo sparo…rabbrividì “Ho ucciso! Non era mai successo…” guardò le mani con colpevolezza, poi bussarono alla porta.
«Sophie, sono io. Scendi, il barone ci vuole a colazione» la voce di Dustin la distolse dai rimorsi.


La sala dove Absinth li attendeva dava sul giardino, una parete a vetri mostrava altre siepi e alberi rigogliosi, tutto ammantato di neve una luce di un sole che non c’era brillava colorando la stanza.
Lui sedeva a capo tavola in una poltrona in vimini verde, il solito panama sulla testa di lato, gli occhiali ed un completo di lana color caffé dalle striature bianche, nel complesso, dava l’impressione di un grosso cappuccino.
«Ben arrivati miei cari!» esordì lui col sorriso piacente di un gaio mecenate. «Spero abbiate passato una buona notte.» poi si rivolse a Sophie:« Mi duole, signorina Sophie che non si sia potuta cambiare d’abito, ma ahimé non ho in casa abiti femminili, ma siete molto graziosa anche così. Sedete, sedete pure!
«Innanzitutto vi auguro un buon Natale. Data l’occasione ho pensato di farvi un piccolo regalo…George!» chiamò verso una porta dalla parte opposta.
Entrò un uomo sulla cinquantina, con un scuro e camicia bianca che portava una borsa nera, la consegnò al barone e si inchinò mettendosi di fianco.

George, signori, è il mio tuttofare, e mi assiste da più di trentanni. Questo vi lascia immaginare l’età che potrei avere io, ma non faremo parola a nessuno.» rise scuotendo leggermente le spalle e portandosi una mano davanti la bocca.
“Una signora dell’alta borghesia!” visualizzò lei sovrapponendo le due immagini nella mente.
«La ringrazio per il complimento, Sophie!» esclamò lui.
Lei arrossì.
«George questa notte è tornato a casa tua, Dustin, eludendo le patetiche ronde notturne che vagano per le strade durante questo inutile coprifuoco…» fece una smorfia di disapprovazione.
«Casa mia?» lui sobbalzò sulla sedia.
Absinth mugolò un assenso compiaciuto, odorando un piccolo stelo di artemisia appuntato sull’occhiello.
«Chiaramente la polizia era già andata via, portando con sé molta della tua roba, George ha preso quello che poteva…» la porse a Dustin che l’aprì.
Un paio di pantaloni e delle camicie, assieme ad una bottiglia di scotch e qualche pacchetto di sigarette.
«Per lei signorina Sophie, dato che non conoscevo il suo indirizzo, ho optato per dei vestiti e delle scarpe di mio gusto, che spero le piaceranno…»
George nel frattempo aveva portato sulla tavola delle torte salate ed una zuppiera con della purea, più una quantità di piattini con salsine di vario colore.
«Vi starete chiedendo perché…Dustin non potrai più tornare a casa, spero te ne renderai conto. Uccidere la tua padrona di casa è molto romantico, te lo concedo, però poteva andare bene per un secolo fa, le giurie ti avrebbero condannato al minimo, forse saresti stato anche un eroe. Ma nel mondo in cui viviamo non va bene.
La polizia probabilmente è già sulle tue tracce, sei un assassino a piede libero, e se venissi catturato la tua unica via di fuga sarebbe su un patibolo e con una corda attorno al collo.»
«Ma non l’ha ucciso lui!» protestò lei vivamente.
«Non importa chi ha tirato il grilletto!» rispose il barone. «La stessa sorte, duole ammetterlo, spetterà anche a lei!»
«Come fa a sapere della pistola? Lei.. lei legge nel pensiero? È da ieri notte, lo ha fatto anche questa mattina! Come? Non può, non deve, lei…»sembrava sul punto di una crisi isterica.
«Non leggo nella mente, signorina Sophie! Percepisco emozioni e sensazioni, se proprio le interessa. Conosco la dinamica dei fatti perché me li ha raccontati Dustin quando lei è andata a letto; ma non è questo il punto. Siete complici, e non potete rimanere a lungo in città, la clandestinità è limitativa e alla lunga si risolve sempre con la cattura.
«Nel vostro caso con la cattura di entrambi. So per certo che lei Sophie ama Dustin e non lo abbandonerà al suo destino, per quanto turpe esso possa essere.»
Sophie scoppiò in lacrime, coprendosi il volto con le mani.
Dustin andò da lei abbracciandola.
Il corpo di lui bastò a riscaldarla e farla sentire protetta.
«Ma dove andremo?» chiese lui.
«New Jerusalem!» esclamò Absinth.
Sophie ebbe un sussulto.
«New Jerusalem?»
«E’ quello che ho detto, Dustin!»
«Moriremo!»
«Morirete comunque se rimarrete qui. E potreste morire anche solo avvicinandovi alle cancellate esterne, ma le sorveglianze sono più attente che non entri nessuno dai cancelli, più che a quello che esce…»
«New Jerusalem non esiste nemmeno, ci aspetta il deserto e la morte. Non potete lasciarci andare così, dite di essere amico di Dustin, ma la vostra supponenza e arroganza mi fa pensare il contrario! Come potete fare una cosa simile? Tanto vale consegnarci alla polizia! Se magari non l’avete già chiamata.»
«New Jerusalem esiste per certo, lo so. Quanto alla mia amicizia con Dustin, signorina Sophie, è molto più vecchia della vostra tresca e spero sia viva e forte quanto la stessa amicizia che ho con lui. Vi farò arrivare a New Jerusalem sani e salvi, ve lo prometto, e una volta lì non morirete, a meno che non siate voi a sceglierlo, in quel caso bè cari miei, io non ci potrò fare molto, non vi pare?» bevve un sorso di bianco da un calice lì vicino.
«Quando partiremo?» domandò Dustin.
«Tranquillizzatevi miei cari, non ho intenzione di cacciarvi di casa, quando vi sarete ripresi e sistemati e soprattutto quando vi sentirete pronti allora vi accompagneremo…»
«Vi?» chiese Sophie.
«Io e George, che domande…»

Thursday, February 08, 2007


Salute a tutti
sono tornato col nuovo pc, pronto ancora a farvi compagnia o a rompervi le scatole, a seconda dei punti di vista.
Vi propongo un altro racconto che può essere letto in due modi: o la continuazione ideale di Nostalgia, o un racconto a sè.
Comunque ogni settimana troverete un nuovo racconto, non saranno un granchè, lo ammetto, ma me ne frego dato che sono solo "semplici esercizi di stile"
Alla prossima

Il Prete Cinico:

«...Ci si è mai chiesti che cosa ne sarebbe stato di tutto questo? Guardando attorno quanto è rimasto, mi chiedo se quelli là si sono mai domandati dove li avrebbero condotti le loro azioni, guidate sino all’eccesso dalla smania, non tanto di possedere un proprio spazio vitale sufficiente a sopravvivere; ma dalla sacrosanta necessità di difendersi da ipotetci attacchi vicini.
«Fu un escalation di azioni preventive volte ad evitare qualunque tipo di offesa: dapprima la situazione fu concentrata in un solo punto, si trattò di scaramucce insignificanti a cui nessuno diede peso più del dovuto, daltronde era sempre stata una zona calda e la gente questo lo sapeva, episodi del genere erano ormai all’ordine del giorno. Poi poco a poco, come una epidemia, si sparse dappertutto, e le zone calde si moltiplicarono, divennero sempre più numerose, e i cosidetti potenti resosi conto che la situazione cominciava a sfuggire di mano corsero ai ripari; si riunirono pre una decisione, discussero per intere giornate come mai avevano fatto prima, mentre bombe cadevano un po’ dappertutto e scene di guerriglia cominciavano a diventare quotidianità.»
L’uomo si passò la lingua sulle labbra, fece un attimo di pausa e poi ricominciò:
«Una corsa accellerata contro l’autodistruzione. Ne siamo consci, lo siamo sempre stati, ma abbiamo fatto finta di niente, e ci siamo detti: “Perchè preoccuparci?” oppure: “C’è chi si preoccupa per noi, perchè dovremmo pensare?” Ed ora siamo in questo stato. I miei complimenti a tutti voi!»
Di fronte a lui in basso una piccola folla di persone ascoltava le sue parole, si trattava di gente comune che forse si era ritrovata di fronte a quel prete assiso su una cassa di legno quasi per caso.
Alcuni borbottavano, altri annuivano impercettibilmente, altri invece voltavano le spalle e continuavano per la propria strada.
«Molti di voi...» continuò il prete: «Si dannano, si disperano, credendo di essere il centro del mondo, sento dire in giro tra pianti e lamenti: “Perchè Dio ci ha fatto queso? Perchè ci ha abbandonati? allora vi dico: aprite gli occhi! Guardatevi intorno! Non è Dio ad aver fatto questo, non è Dio ad avervi abbandonato...siete voi i colpevoli! Tutto lo schifo che ci circonda è solo merito vostro, siete voi stessi che dovete biasimare: ognuno è responsabile dele proprie azioni solo di fronte a se stesso! Dare la colpa a Dio è solo un modo per rifuggire dalle vostre responsabilità, ma nel profondo del vostro cuore, sapete perfettamente che la colpa è solo vostra!»
Il prete notò che la maggior parte delle persone erano andate via, rimanevano solo pochi disperati che continuavano ad ascoltare ed il suo seguito a circondarlo intorno alla cassa di legno; fece un sospiro di rassegnazione poi concluse:
«Bene figlioli, è giunto il momento di concludere questa inutile omelia, auguro a tutti voi un buon Natale!» poi aggiunse: «Sperando sia buono!» e scese dalla cassa.
Una volta a terra fu Edina che gli si avvicinò per prima, il lungo cappotto rosso stretto in vita, il cappello a cloche le ricopriva fino alle orecchie, i due occhi scuri lo guardarono con una tristezza bonaria, gli porse il cappello e il bastone nero:
«Mi spiace Daniel...»
«E di cosa? Io li ho avvisati! Poi se si dannano non sono mica fatti miei!» sorrise con la sua bocca larga.
La cinse con la vita e si allontanarono dalla piccola piazza nel parco.
Uno del seguito gli si avvicinò, un ragazzo sulla trentina più basso di lui, rasato ed un pizzeto sottile, si accese una sigaretta, aveva tratti orientali e sopra gli zigomi quattro minuscole capsule di inchiostro nero di forma circolare:
«Non so se hai notato i militari che sono passati. Sigaretta?» porgendogli il pacchetto.
Daniel ne prese una accendendola con un cerino, annuì.
«E tu hai visto i tipi fermi agli angoli?» chiese Edina guardandolo.
«Già.» ammise: «Legionari, direi. Credo che Simmeons sia in città. Tranquilli signori miei, ho mandato Lucky!» rispose come se fosse la cosa più ovvia di questo mondo.
«Lucky?» trasalì lei: «Sei impazzito? È un ragazzo, se quelli sono davvero Legionari...»
«Potrebbe morire, lo so.» concluse lui.
Nel frattempo i tre erano sbucati da un vicolo adiacente alla piazza, due auto verde scuro li attendevano, entrarono nella seconda e solo dopo che le portiere furono chiuse, gli altri tre del seguito entrarono nella pima.
«Edina...» disse Daniel con tutta calma: «Lucky sa cavarsela, e poi non credo che Mazim lo abbia mandato a parlarci...»
«Sono pur sempre Legionari.» affermò guardando dal finestrino alla sua destra.
«Mazim, dove gli hai detto di raggiungerci?» Daniel giocava con l’impugnatura del suo bastone, una palla da biliardo in argento col numero otto cesellato, come faceva spesso.
«Giù da Zoe. Gli ho detto di aspettarci lì...»

L’auto, guidata da Mazim, proseguì lungo una strada a doppia corsia, era molta la gente in giro quella mattina, la maggior parte di loro a piedi, i portoni delle chiese erano spalancate e fuori gruppi di persone si scambiavano reciprocamente gli auguri.
«Un po’ mi intristisce questo giorno.» disse Edina con lo sguardo verso di loro: «Insomma, quando ero bambina il Natale era splendido, lo aspettavo con asia, la mattina si andava a messa, poi al ritorno ci si scambiavano i regali, ed eravamo tutti insieme a casa dei nonni. Ammetto che mi manca...»
«Tesoro, sai perfettamente che il Natale non esiste.» tagliò corto Daniel.
Lei gli schioccò un’occhiata annoiata: «Lo so, Daniel. Ma non è questo il punto.»
«E qual’è?» chiese lui divertito.
«E’ che sei uno stronzo!» rispose lei.
Daniel inarcò un sopracciglio guardandola di traverso.
Mazim sogghignò poi aggiunse: «Non per distarvi, ma ieri sera, ho ricevuto una soffiata su un carico di farmci in arrivo da Boston, potremmo andarci a dare un’occhiata, no?.»
«Noi tre?» domandò Edina.
«Noi tre e gli altri. Non dovrebbe essere una cosa complicata, a quanto pare il guidatore è un tipo tranquillo e prima di farsi ammazzare consegnerebbe il carico senza pensarci troppo su.»
«Mi chiedo chi ti venda tutte queste informazioni...»
«Ti chiedo mai chi ti da tutte le informazioni durante le tue meditazioni?»
«Non è la stessa cosa...»
Il ragazzo fece spallucce: «Per me sì!»

Anche il giorno di Natale il porto era gremito di persone.
In lontananza la sagoma di Lady Liberty svettava imponente, guardando fiera chiunque approdasse sulla riva.
Un enorme imbarcazione nera vomitava i superstiti del viaggio dal proprio fianco, che si riversavano in massa sulla banchina: gente di tutte le età e di tutte le estrazioni sociali guardavano intorno spaventati e affascinati, dai loro occhi si percepivano il timore, la speranza e il ricordo di un nuovo passato ed un vecchio futuro.
Le due auto si fermarono poco più lontano della capitaneria, dove poliziotti pattugliavano come mastini troppo affaticati.
Daniel e Edina scesero, l’uno accanto all’altra.
Soffiava un vento freddo che veniva direttamente dal vasto oceano spalancato di fronte a loro, incamminandosi verso la banchina i loro occhi rotearono in tutte le direzioni, come alla ricerca di qualcosa o di qualcuno.
«Quale è la nave con cui arriva?» domandò lei.
«Si trova al molo 8, credo sia già arrivata.»
«Ma chi è davvero questo tuo ospite misterioso?»
Daniel guardando davanti a sè e disse: «Un caro amico.»
«Daniel odio questo tuo modo misterioso di fare, lo sai. Potevo rimanere in casa a farmi un po’ di fatti miei, e invece sono qui con te a patire questo fottuto freddo. Esigo di sapere chi stiamo andando a prendere!» disse lei categorica, piazzandosi di fronte con un dito che si agitava minacioso verso la faccia di lui.
I grossi occhi marroni la fissarono per un attimo, poi sorrisero e le labbra seguirono di lì a poco.
«E va bene.» sospirò. «E’ un ragazzo italiano. Ha dovuto lasciare il paese perchè le guardie papali gli stanno dando la caccia. Noi lo accoglieremo e gli daremo una casa e magari un lavoro...»
Edina sgranò gli occhi: «Ma sei impazzito? Viviamo con il fiato della legge sul collo, ogni nostra mossa è controllata, sanno anche che siamo qui, e tu cosa fai? Ti metti ad accogliere esuli, fuggitivi e ricercati! Ma bravo, complimenti padre Daniel! Proprio un bel momento per mettersi a fare il gioco della carità cristiana!»
E’ sempre più bella quando si arrabbia!” constatò mentalmente.
Nel frattempo la coppia era arrivata alla brulicante folla, mischiandossi con essa. L’odore era quello di gente mista: acque di colonie che si mischiavano a quello di piatti cinesi venduti da un ristorante su un carrettino a due ruote; tabacco di infimo ordine che si confondeva con quello di pesce fresco.
Daniel prese Edina sotto braccio e le diede una debole e furtiva stretta, lei lo guardò e di rimando lui indicò col capo un gruppo di militari che vigilava osservando la gente in fila scesa dalla nave.
Imbracciavano un fucile d’ordinanza con la canna rivolta verso il basso.

«Ehi mussy, di chi è questa auto?». Un uomo in uniforme gli si piantò davanti agitando minaccioso uno sfollagente.
Mazim si spinse la sigaretta appena girata sul lato sinistro della bocca:
«E’ una domanda d’ordinanza o è a titolo informativo?» sorrise.
«E’ una domanda! Puoi rispondere a me o a lui, scegli tu.» indicando l’oggetto nella sua mano.
«L’auto non è mia, io sono solo l’autista.»
«I documenti!» ordinò perentorio l’uomo.
Mazim si frugò nell’ingombrante cappotto cammello, la punta dello sfollagente si appoggiò delicatamente nell’incavo del braccio.
«Con dolcezza, mussy, o dovrò pensare che stai estraendo un’arma.»
“Figlio di una cagna sterile!” continuava a sorridere e con delicatezza estrasse una custodia nera.
«Bene. Ora tiralo fuori!»
Mazim obbedì.
«Maximilan Prenton.» lesse ad alta voce guardando la foto in bianco e nero, rivolse il suo sguardo verso il ragazzo e poi nuovamente alla foto, socchiudendo gli occhi, come se non capisse, come se c’era qualcosa che gli sfuggiva; Mazim nel frattempo gli sorrideva.
«I documenti dell’auto!» ordinò secco.
Con la solita tranquillità, Mazim frugò nell’abitacolo, l’uomo si accostò sbirciando all’interno, e ancora una volta rimase deluso nel trovarci nulla di compromettente o sospetto.
«Ecco a lei agente.» disse Mazim.
L’uomo prese i documenti e cominciò a studiarli, fece un giro della vettura controllando la targa, ordinò a Mazim di aprire il bagagliaio e lui obbedì prontamente.
Con la cosa dell’occhio a pochi metri più indietro, Mazim notò la seconda auto parcheggiata poco più in là, bastò una fugace occhiata e la vettura partì sparendo oltre l’angolo.
«Qui dice che l’auto è di un certo Jeremy Milton…»
«Sissignore!» rispose lui. «E’ il signore per cui lavoro. È un sacerdote…» sgranò gli occhi mentre il sorriso si allargava: «Eccolo!»
L’agente si voltò
Daniel, Edina d un uomo biondo procedevano verso di loro.
«Buongiorno capitano.» salutò cordialmente Daniel.
«A lei.» rispose l’agente toccandosi il berretto e aggiunse in tono stizzito: «Non sono capitano. Lei è …»
«Padre Jeremy Milton, sì sono io. Posso aiutarla?»
L’uomo parve stordito dall’interruzione.
«Bè veramente…» farfugliò.
«Il signor Capitano stava controllando la sua auto, padre.» intervenne Mazim.
«Ah sì è un’ottima automobile, un po’ vecchia forse, lo ammetto, ma a cosa mi servirebbe un ultimo modello?» allargò le braccia bonariamente.
«E’ di mia proprietà ma non ho la patente. Ma questo credo, non costituisce reato, vero capitano?»
«Non sono…»
«Bene. Meno male, sennò che paese libero sarebbe mai questo, se un uomo come me non avesse il diritto di possedere una vettura pur non potendola guidare? D'altronde un ottimo autista come Mazim…»
«…Milian…» fece eco il ragazzo.
«Maximilan, certo. Spero comunque non ci siano problemi. Ho appena finito di celebrare una messa e sono venuto a prendere mio fratello arrivato questa mattina dall’Inghilterra.»
Il biondo inarcò un sopracciglio e Edina prontamente gli diede una gomitata.
«Mi spiace, è un po’ stanco, quindi ci perdonerà se andiamo via, vero? D'altronde se ho capito bene è tutto regolare, no?»
L’agente nel frattempo annuiva o negava a seconda di quello che Daniel diceva e alla fine si limitò a dire:
«No, padre…»
«Benone allora!» esclamò trionfante.
Tolse riprese i documenti riconsegnandoli a Mazim, fece salire tutti nell’auto poi con una calorosa pacca sulla spalla disse: «Mille grazie, figliolo. Buon Natale! Continua pure così che vai benissimo!»
Detto ciò sedette davanti e l’auto partì.

«Non capisco…» continuava a ripetere scrollando il capo.
Di fronte a lui un enorme tazza colma di caffé che stringeva con entrambi le mani.
«Insomma, hai mentito su tutto. Da quando sono arrivato sino ad ora…tutta la tua vita, Daniel è una menzogna!»
Nel locale c’erano solo loro, più una giovane donna dai capelli tagliati corti alla maniera di un maschio.
Se ne stava con la faccia divertita di chi assiste ad una commedia degli equivoci, seduta a gambe incrociate sullo sgabello.
Edina e Mazim bevendo la loro tazza a dei tavolini poco più lontani.
«Caspar devo spiegarti alcune cose che sono propriamente come ti aspettavi…»
«Non sei come mi aspettavo? È meglio che me ne sto zitto, sennò faccio peccato. Coraggio sentiamo…» incrociò le braccia e lo guardò diritto in faccia.
Daniel deglutì sentendosi come un bambino che doveva discolparsi di una marachella evidente.
«Innanzitutto mi avevi parlato di una chiesa. Dov’è? È questo bar? Fa schifo! Senza offesa per la signorina.»
La ragazza fece spallucce.
«Ma io ho davvero una chiesa!» affermò Daniel con forza.
«Davvero? Mostramela!»
«La mia chiesa sono le strade e i vicoli di New York e le sue piazze, i miei altari casse di legno e compensato; il mio gregge tutta la gente che vuole ascoltarmi, senza distinzione alcuna….»
Il biondo aveva inarcato un sopracciglio, poi muto era tornato al suo caffé, scuotendo di nuovo il capo.
«D'altronde…» incalzò Daniel: «è scritto anche nella Bibbia che…»
«Cosa?»
«Che non è necessario avere un tempio per…»
«Dov’è?»
«Dov’è cosa?»
«Dov’è scritta questa cosa, perché proprio io non riesco a ricordarla.»
Daniel aprì la bocca e la richiuse.
«Comunque non faccio niente di male.» aggiunse poi sorridendo in tono di scusa.
«Spacciarti per un certo Jeremy Milton, andare in giro con documenti falsi e un auto rubata, mentire al prossimo…no, certo non è niente di male. tra un po’ verrai a dirmi che hai anche ammazzato, però lo hai fatto a fin di bene!»
Daniel abbassò gli occhi colpevole.
«Tu hai ucciso!» esclamò il ragazzo con gli occhi spalancati. «Non ci posso credere! Sei un sacerdote, Daniel! Ti rendi conto di quello che vuole dire? Hai idea che cosa hai fatto? I Dieci Comandamenti! Non uccidere! Non rubare! Non dire falsa testimonianza!...»
«Si ma…»
«Ma cosa? Mentimi ancora, Daniel e ti picchio come quando eravamo in seminario e questa volta non saranno lividi!» lo minacciò il biondo con un dito.
Calò il silenzio.
Imbarazzante e freddo.
«Caspar…» mormorò Daniel sull’orlo del baratro.
«E piantala di chiamarmi Caspar! Vuoi dirmi che nessuno di loro sa nulla del tuo passato da seminarista?» sorrise sinistramente.
«Bene avrò molte cose da raccontare ai tuoi amici.
Mazim e la giovane donna gli si precipitarono accanto come fulmini, uno con una sigaretta, l’altra con una abbondante fetta di torta alle ciliege.
Daniel sospirò e si allontanò verso il retro del bar, chiudendosi violentemente la porta alle spalle.
Nel piccolo giardino sul retro sedette su una pila di mattoni lasciati lì da chissà quanto tempo.
Si accese una sigaretta.
Quel piccolo pezzo di terra era per lui un posto magico, se non si faceva caso all’odore di muffa e rifiuti che lo circondava.
Osservò con gli occhi le crepe nelle pareti, la loro forma, l’erbe verde e ribella cresciuta tra li interstizi; seguì il perimetro delle pareti: a destra e a sinistra due enormi palazzi torreggiavano minacciosi, due armigeri che vegliavano su di lui.
La cenere della sigaretta continuò a consumarsi, il fumo danzando si sollevava sino a lambirli il viso, facendoli lacrimare gli occhi.
Sbatté le palpebre ed una di esse scivolò silenziosa lungo lo zigomo e avvertì la consueta sensazione di vertigine, come se una sfera fredda lo attraversasse, partendo dalla gola sino allo stomaco e oltre fino al fondo della schiena.
Le pareti persero colore, le crepe divennero più scure, più vive, più profonde.
Dio aiutami…” più un immagine che un pensiero.

E poi altre immagini e suoni: una noce rossa priva di guscio che ruotava incessantemente su se stessa, mandando piccolissime scariche blu elettriche a danzare su di essa e nella sua corsa perdeva minuscoli pezzi con un rumore disgustoso perdendosi nel nulla attorno.
La noce ormai ridotta a poco si fermò avvampandosi di fuochi e grida, mentre due labbra rosse sussurrarono in un raschio:
«Passiflora!»

Un volto dalla pelle scura. Un rossetto rosso. Questo gli apparvero davanti, lo sguardo di Edina era angoscia e muoveva le labbra senza che ne uscissero suoni.
«E…Edina…» mormorò lui, riverso sull’erba.
Gli teneva la testa in grembo ed un mano gli slacciava il clergy.
«Dani stai bene?»
Annuì cercando di sollevarsi sui gomiti, guardò intorno alla ricerca di qualcosa, vide la sigaretta appoggiata sull’orlo dei mattoni che si spegneva silenziosamente.
«Cerchi questo?» lei gli porse il bastone.
Sorrise.
«Dolcezza quanto sono rimasto qui per terra?» la voce roca e la gola secca.
«Sono arrivata che eri già lì, sembrava avessi le convulsioni. Ho avuto paura Daniel, non era come le altre volte, tu eri…eri…» la voce quasi rotta dal pianto.
«Non è niente Edina. Ora sto bene, ho solo bisogno di acqua, o magari di un caffé.» lui abbozzò un sorriso.
«Cosa hai visto?»
«Non ne sono ancora sicuro. Sai cos’è la passiflora?»
«Un fiore. Perché?»
«Nulla.» scosse il capo e la baciò sulla tempia prendendola per mano.
«Rientriamo, ho freddo.»
E insieme varcarono la porta.


Thursday, January 25, 2007


Ed eccoci qui. Credo che qusto avviso sarà momentaneamente l'ultimo, dato che sono impossibiloitato a pubblicare ulteriori bandi ed avvisi.
Colpa di un danno irreparabile al mio studiolo, preso di mira da alcuni sedicenti imperiali che con strani incantesimi hanno fatto in modo che penne, calamai e pergamene non scrivano più...Ora sono un fuggitivo in attesa di poter scrivere ancora con un nuovo studio, magari più bello di quello precedente....
A presto avventori, ribelli e bardi...lunga vita ai ragni tessitori, ai nani e agli usignoli....morte
alla corte di Approdo del Re!!!
Alla prossima...

Saturday, January 20, 2007



Rieccomi. Come al solito ho fatto ritardo nel pubblicare il nuovo bando, ma sapete com'è, questa città ultimamente non se la passa tanto bene, tra tradimenti, assassinii e lotte...bisogna stare attenti su cosa fare e dire sesi vuole conservare la propria lingua.
Comunque queso è un nuovo racconto, lo spunto lo devo alla mia dolce metà, non è nulla di particolare solo un mero esercizio di stile per tenermi in allenamento.

Nostalgia
C’era il dirigibile che solcava il cielo, un enorme supposta grigia che si faceva beffe dei grattacieli sotto di lui, quasi a dimostrare che più in alto si poteva andare.
Dustin con gli occhi in sù accese una sigaretta prendendola dal pacchetto schiacciato, la accese e tirò ampie boccate senza aspirare.
L’insegna luminosa sul fianco del veivolo avvertiva che i negozi quella sera della vigilia sarebbero rimasti aperti sino alle 21, violando, con autorizzazione, il coprifuoco, e concludeva augurando a tutti un buon Natale.
Le decorazoni pendevano dalle strade come migliaia di chicchi di uva luminosi e scintillanti, e a Dustin fecero venire in mente l’ultima volta che aveva assaggiato l’uva, era stato quasi dieci anni prima, quando il mondo era ancora un posto tranquillo e i campi coltivati erano rigogliosi sotto i raggi del sole paziente .
Mentre ricordava i sapori lontani attraversò la strada bagnata, cumuli di neve sporca erano ammassati ai bordi dei marciapiedi, una neve malata, non candida e più pesante di quella normale; sollevò una mano per chiamare un taxi, e pochi istanti dopo una vettura scura si fermò accanto: “Strano come a New York i taxi siano sempre pronti a raccogliere cilenti” constatò nell’indiffernza.
All’interno un uomo dall’aspetto torvo al di là del vetro protettivo lo salutò con un grugnito.
«Dasybuck Avenue, 2523» esortò Dustin come a rispondere al saluto.
L’auto partì, l’interno puzzava di piscio e birra, sul sedile c’erano macchie scure “Sangue” e per terra alcune bottiglie vuote che tintinnavano sfiorandosi l’un l’altra.
La città scorreva sotto i suoi occhi come le immagini di un cinematografo, tutto sembrava così distante, così flebile, da risultare fasullo: vide piccole truppe di militari che pattugliavano le strade, controllando che tutto si svolgesse con ordine e calma.
Abbassò leggermente il finestrino, lasciando entrare un po’ di aria nell’abitacolo, si lasciò sprofondare nel sedile e chiuse gli occhi: l’aria fredda gli penetrò a forza nelle narici come una stilettata di puro ghiaccio, srrivandoli sin dentro i polmoni.
Improvvisamente l’autò rallentò e si fermò, “Siamo già arrivati?” si domandò esterrefatto.
Vide tre figure attorno all’automobile, due erano proprio accanto a lui, da entrambi i lati, l’altra invece era ferma al finestrino del tassista, reggevano delle torce con cui s’intrufolavano all’interno dell’auto.
Dustin si accorse che erano militari, uno ticchettò con la base della torcia sul vetro, lui l’abbassò e subito la luce lo investì di prepotenza.
«Buona sera» esordì una voce.
«A lei!» gli rispose Dustin massaggiandosi gli occhi.
«Dove state andando di bello?» chiese continuando a frugare col fascio di luce.
«A prendere mia moglie dal lavoro.»
«Ce l’ha il permesso serale?» la voce da ufficiale era atona.
Dustin si frugò nelle tasche del cappotto ed estrasse un foglio porgendolo all’uomo.
Nel frattempo quello accanto al tassista controllava i documenti e il terzo ispezionava l’automobile alla ricerca di qualcosa.
«Bene, grazie!» concluse il militare riconsegnando il foglio a Dustin, fece un saluto con la mano alla fronte e dopo che anche i documenti del tassista furono stati riconsegnati ripartirono.

L’uomo che era fuori dal locale era alto quasi due metri, grosse spalle a cui erano attaccate un paio di braccia che gli cascavano goffamente ai lati del corpo.
Indossava un doppiopetto scuro ed una cravatta rossa, a Dustin sembrò sul punto di esplodere, tanto il nodo alla gola era stretto. La pelle scura e levigata riluceva all’insegna blu, aveva un monocolo d’acciaio al posto dell’occhio destro, che si allungava e ritraeva con un debole ronzio, dal profondo dell’occhio metallico veniva una piccola luce rossa fissa che scrutva Dustin.
Appena sulla soglia, l’uomo fece scattare il braccio, teso a bloccare l’entrata di Dustin nel locale:
«La pistola, signore.» esclamò con un tono gentile che sembrava non ammettere repliche.
Lui lo guardò dal basso, annuì ed estrasse l’arma consegnandola al buttafuori.
Il locale dentro era caldo e sapeva di fumo, un alone blu e argento ammatava tutti gli oggetti e le persone immergendo la sala in un’ amtosfera onirica; tra le volute si distinguevano sagome di donne e di uomini, di tavoli e sedie, il tintinnare dei bicchieri si confondeva col brusìo dei clienti.
C’era una musica potente, emessa da un violoncello sul palco circolare al centro della stanza, un uomo, o forse un ragazzo, - Dustin non seppe riconoscerlo – suonava lo strumento con un arco metallico montato sul braccio sinistro.
E al centro del palco vide lei.
Indossava una lunga veste rossa arabescata stretta in vita che le arrivava sino i piedi, lasciando scoperte solo le spalle.
I lunghi capelli erano raccolti in una crocchia alta ed un solitario ciuffo a spirale del colore del miele, scendeva dal lato destro del suo viso; il lungo collo, affusolato e perfetto, era circondato da una collana di perle nere.
La voce calda e bassa serpeggiava tra i tavoli tagliando la nebbia di fumo, trasmessa da un microfono ad asta.
Dustin sedette ad un tavolo e poco dopo una ragazza venne a prendere l’ordinazione.
Ascoltò la canzone, la conosceva: Nostalgia. Parlava di una donna tradita che alla fine uccideva il suo amante nel momento dell’orgasmo con una sciarpa di seta nera. Quando la musica finì, il pubblico era troppo ubriaco per applaudire, ma il ragazzo e la donna si inchinarono ugualmente a ringraziare.

«Dustin!» esclamò lei sedendogli accanto.
«Ciao tesoro.» rispose lui appoggiando il bicchiere vuoto sul tavolo: «Non mi sembrano molto interessati questa sera, o sbaglio?».
La donna fece spallucce, come se non le importasse: «Tanto mi pagano ugualmente, per il resto possono anche addormentarsi.» sorrise.
Dustin provò quella piacevole sensazione che provava ogni volta che la vedeva sorridere a quel modo.
«Sei venuto per accompagnarmi a casa?»
«Porebbe essere, tu che dici?»
«Dico che sei talmente geloso all’idea che uno sconosciuto possa offrirmi un passaggio, che saresti disposto anche a portarmi in braccio, non è così tesoro?».
Lui non rispose, ma si limitò ad ordinare un altro drink, poi disse: «Tra quanto stacchi?»
«Altre quattro canzoni e sono libera. Mi pagano trenta dollari per una serata del genere, non male direi.»
«E’ più del doppio di quanto prenda io in una giornata. Dovrei mettermi un vestito rosso anche io e salire sul palco, magari così non avrei problemi ad arrivare alla fine del mese!».
Lei sorrise, scuotendo il capo: «Non ci entreresti mai un vestito del genere, Dustin. Ti lascio, vado a guadagnare i miei ricchi trenta dollari. Tu aspettami qui, ok?»
Lei si baciò l’indice e lo posò sulle labbra di lui, poi con un lieve gesto si aggiustò il vestito e risalì sul palco.
Attese che fosse tutto finito, appoggiato al bancone, sorseggiando un ennesimo drink ed una ennesima sigaretta, tutti i clienti erano andati via e già metà della sala era sgombra di tavoli e sedie, le ragazze passavano con la scopa; accanto il ragazzo con la protesi al bracccio. Appoggiato al bancone la custodia dello strumento, adesso aveva una mano e le dita di acciaio stringevano un bicchiere.
Guardava fisso davanti.
«Suoni bene, ragazzo. Quanti anni hai?» chiese Dustin guardandolo di riflesso nel grande specchio di fronte a loro.
«Ventidue!» esclamò lui in tono scocciato e aggiunse: «E me la cavo.».
“Tristezza e rancore” notò Dustin, ma chi non li prova di questi tempi? Dopo la Grande Guerra tutto era andato a rotoli, un’ultima accellerata prima del collasso, un balzo in avanti di civiltà e tecnologia che aveva portato ad uno scontro frontale con la distruzione.
E loro adesso pagavano le conseguenze di tutto questo.

La vide arrivare nello specchio, le appoggiò le braccia attorno alle spalle e sentì i seni di lei premergli contro, gli diede un bacio sulla guancia:
«Andiamo tesoro?» poi rivolgendosi al ragazzo: «Grazie ancora Jeremy, spero lavoreremo ancora insieme...»
«Sai dove trovarmi Sophie.» si limitò a dire lui.
Uscirono nella notte appena cominciata. Mancava un’ora al coprifuoco e le poche persone ancora presenti, sembravano prede braccate da invisibili predatori: furtivi e veloci sgattaiolavano nei portoni o su macchine che sparivano dierto un angolo un attimo dopo.
La neve continuava a cadere con più insistenza, silenziosa; il cielo, una indistinta volta di un nero chiaro e profondo.
L’uomo alla porta consegnò la pistola a Dustin e con la donna accanto attese che arrivasse un taxi, mentre l’aria si condensava in piccole neve che uscivano dal naso e dalla bocca di entrambi.

L’abitacolo era caldo e non puzzava come quello precedente, al volante una donna dai capelli corti ed una sigaretta che le pendeva dal lato destro della bocca, indossava dei guanti privi di dita e su ogni nocca un cuneo di metallo: “Anche una donna deve difendersi”, pensò lui.
Di fianco Sophie aveva acceso una sigaretta da un lungo bocchino in ebano, il tizzone rosso si illuminava ad ogni boccata.
Il fumo sembrava una nuvola dotata di vita propria, che si espandeva sino a dissolversi del tutto; Dustin notò che lei non aspirava, si limitava a tenere il fumo in bocca per pochi secondi e lo ributtava fuori poco dopo, tenendo una posa plastica, da modella.
«Winwood Avenue, 663» disse lui.
«Pensavo andassimo da me.»
«Ti sbagliavi» sorrise malizioso.
“E dobbiamo fare anche piano tesoro. La vecchia Ganowski è vigile come un falco da quando ha cominciato ad assumere quel fottuto Ez300!”
Il taxi sfrecciò tra le strade senza essere fermato e arrivò a destinazione nel giro di un quarto d’ora.

L’interruttore della luce, nel piccolo appartamento, si trovava sulla parete di destra nell’atrio appena varcata la soglia, Dustin l’accese, appendendo le chiavi al muro e si addentrò nella stanza successiva; si udì un click e la fioca luce di una lampada illuminò una sala più grande dell’entrata: un salotto occupava la maggior parte dello spazio, l’altra metà era invece occupata da un mobile a cassetti, con una radio in radica a fare bella mostra di sè.
Sophie si tolse il soprabito sedendosi composta sul bordo del divano, si accese un’altra sigaretta rimanendo in silenzio.
«Fa un po’ freddo qui, me ne rendo conto. Il riscaldamento è in comune con gli altri appartamenti, e viene acceso solo la mattina e la sera» Dustin si avvicinò con due bicchieri e ne porse uno a lei:
«Non è un’ ottima annata, ma è pur sempre whisky.»
Fecero tintinnare i bicchieri.
«Buon Natale, tesoro!» esclamò lei guardandolo negli occhi.
«Buon Natale!» rispose lui.
Bevvero.
Lui si alzò levandosi il cappotto e slacciandosi la fondina riponendola sul tavolo accanto al divano.
«Questo appartamento è davvero piccolo, quanto paghi di affitto, Dustin?»
Lui incrinò le labbra in un sorriso: «Non pago!»
Sophie inarcò un sopracciglio.
«Sono sotto sfratto, sarei dovuto andare via un mese fa. La mia padrona, la signora Ganowski, è una oppiomane e mi ha concesso una proroga solo perchè le fornisco quello di cui ha bisogno. Mi sembra uno scambio equo, no?»
«Perchè ti ha sfrattato se poi ti ha concesso di rimanere?»
Dustin allungò una mano e prese la bottiglia di whisky, ne versò ancora in entrambi i bicchieri, cominciava a sentire caldo e la testa più leggera, e le labbra più insensibili.
«Perchè portavo gente a casa. Lei detesta che ospiti qualcuno dopo il coprifuoco...»

TUMP
Un rumore alla porta. Un battito singolo e deciso.
“Ecco, ci siamo tutti!” «Sarà sicuramente la Ganowski. Perdio, mancava solo lei!»
TUMP
Il battito si ripetè, alla stessa maniera.
«Chi è?» chiese Dustin.
TUMP
«Forse entrando mi sarei dovuta togliere i tacchi, mi spiace Dustin.» si scusò lei.
Lui fece un cenno di diniego col capo e si avvicinò alla porta.
TUMP
«Arrivo, perdio!»
Dustin aprì appena l’uscio ed una figura gli balzò addosso atterrandolo.
Si muoveva freneticamente e a scatti producendo un lamento sordo e gutturale che le usciva dalla gola a fatica, come cercasse di respirare, ghermì Dustin con entrambe le mani.
Lui guardò la figura che lo sovrastava, riconobbe un volto deformato, due occhi grossi e sporgenti, folli e completamente assenti che fissavano la realtà senza capirla.
“Ganowski!”
Le mani scattando velocemente avevano raggiunto la gola e graffiavano, come alla ricerca di qualcosa; lui tentò di ribaltarla ma era troppo pesante, sentiva l’alito che sapeva di panna acida uscire dalla bocca colpirlo in faccia, erano talmente vicini che poteva vedere una vena nella tempia di lei pulsare ritmicamente.
Il suono continuava osceno, come quello di un assetato che cercasse ristoro e pace alle sue sofferenze.
Qualcosa di caldo e appiccicoso all’altezzza della gola “Sto sanguinando!” fu il suo primo pensiero. Cominciava a mancargli l’aria nei polmoni tanto la stretta era forte, cercò di urlare ma gli risultò impossibile.
Notò piccoli puntini luminosi ai lati degli occhi, tentò un ultimo disperato tentativo spingendo via le mani della donna con le sue ma erano tremendamente pesanti.
Gli sembrò di trovarsi in una giostra che stava per fermarsi.
“Si scende!” pensò in un ultimo istante...
BANG!
La Ganowski si accasciò come un brutto sacco puzzolente su di lui, lasciando finalmente la presa.
Dustin rimase fermo un attimo, cercando di riprendere fiato, si tastò la gola: era ferito, la donna gli aveva aperto un taglio nella gola.
Si tolse il cadavere di dosso, e il mondo riprese a girare e ad assumere colore.
Guardò dietro di sè.
Sophie era in piedi, ancora con la pistola in mano, gli ultimi fili di fumo che svanivano dalla canna,
impugnava l’arma con la destra, tutto il corpo teso in un spasmo diretto verso lo sparo.
Dustin si rialzò a fatica facendo leva sul gomito, Sophie lasciò cadere la pistola e si diresse verso di lui:
«Fammi vedere, Dustin. Cristo! Che aveva nelle mani, rasoi?»
«Ti prego, non toccare, fa male.» si lamentò lui.
«Dobbiamo disinfettare la ferita. Hai dell’alcol in casa?» gli chiese gurdandolo, lui non disse nulla: «A parte il whisky, intendo...»
«No.»
«Bene allora il wisky andrà benissimo!» sbottò lei.
«Sapevi di avere una maniaca come padrona?»
«Non si è mai comportata così...e poi i suoi occhi, il rantolo...Perdio! Non era normale, lo hai visto anche tu!»
«Hai detto che era oppiomane...»
«Un oppiommane non ti aggredisce sbavando cercando di azzannarti alla gola.»

E come una folata di vento gelido il pensiero avuto nel taxi lo investì nuovamente, improvviso.
...
Fuori dalla porta cominciavano ad arrivare gli echi dei condomini fuori dalle porte che si chiedevano cosa fosse accaduto.
«Raccogli le tue cose, ce ne andiamo!» ordinò lui.
«Andare? Ma sei impazzito? C’è il coprifuoco! Non riusciremo a fare nemmeno un isolato.»
Sophie gli porse un fazzoletto intriso di alcol che lui mise sulla ferita: sentì una cascata di fiamme fredde e dolorose come ghiaccio che gli avvampavano la gola. Strinse i denti soffocando qualcosa su Dio e la Sua somiglianza con un maiale.
«Non possiamo rimanere qui! O le strade o la polizia militare!» sibilò lui.
Nella notte giunse il suono lontano di un violino meccanico, Nostalgia.
Aggiunse con un tono più rassicurante: «Fidati. Conosco altre vie...»








Sunday, December 31, 2006


ED ECCOCI ALLA FINE DELL'ANNO!!!!!!
Anche se con un po' di anticipo auguro a tutti una buona fine ed un ottimo inizio!
Il 2006 non è stato poi tanto male, coi suoi alti e bassi, ma si spera che il prossimo sia una anno decisamente migliore del precedente.
Preparate lo champagne, indossate biancherie rosse e festeggiate!
Intanto farò un po' di auguri:
Auguri alla mia Splendida Donna.
Auguri a Daniele.
Auguri agli amici.
Auguri ai nemici.
Auguri ai miei parenti.
Auguri ai coglioni.
Auguri ai preti.
Auguri agli israeliani.
Auguri ai palestinesi.
Auguri a Bush.
Auguri a Benedetto XVI.
Auguri a tutti indistintamente, anche se lo dubito fortemente, spero che un po' di buonsenso possa scendere su di voi.

Saturday, December 30, 2006


Salute a tutti voi!
il mio lungo periodo di assenza sembra essere terminato, tante sono le novità accadute in questo arco di tempo, la prima è la laurea, che ho conseguito il 13 dicembre! Ebbene, sì sono un dottore, che grandissima cagata, come se questo mi cambiasse la vita. Certa gente si monta, si crede di poter conquistare il mondo, si sente in diritto e in dovere di camminare a tre palmi dal terreno, guaradndo gli altri dall'altro al basso.
Io no!
Io semplicemente so che IO SO' IO, E VOI NON SIETE UN CAZZO!!!!
Oltre a questo vediamo, una carissima amica, nonchè una grande artista, è ritornata a vivere in città: un abbraccio di buon ritorno alla nostra Vappy, grande atrista conosciuta e stimata in tutta Approdo del Re!

Sunday, October 01, 2006


Dopo quasi un mese eccomi rispuntare come i funghi (non di Yuggoth spero!). Il tempo che ho avuto a disposizione per me è stato praticamente nullo: lavoro, tesi...mi hanno portato via intere giornate; e quando tornavo a casa, l'unica cosa che avevo voglia di fare era buttarmi sul letto...
Ed ora invece che ho un pochetto di tempo in più (e sopratutto posso dormire di più la mattina) posso riscrivere sul blog.
Questa sera io e dani abbiamo visto per l'ennesima volta Plunkett&Maclaine, davanti ad panini del Mac, Cocacola annacquata e rutto libero.
il film è un cocktail di storia, sf e azione con una buona dose di humor...non a tutti piace, invece io lo trovo semplicemente splendido.
se vi piacciono le tamarrate con eleganza e stile (non alla XXXe boiate simili) allora vi consiglio di vederlo.
Per il momento è tutto, la nebbia di questa dannata città stasera mi entra nelle ossa come spilli roventi, è tempo che ritorni nella mia casa, non vorrei che qualche "scavezzacollo" mi infastidisse...
Vi auguro una buona notte a tutti voi splendide dame e gentili signori.

Monday, September 04, 2006


E' più di una settimana che non mi faccio vivo, chiaramente non devo nulla a nessuno: scuse, spiegazioni ecc.. però sono tornato.
Questa volta vi lascio una poesia scritta alla donna che mi ha innalzato a picchi altissimi, facendomi diventare un "homo novus".
Grazie dolcissima amore mio....

Mi sentirai scorrere dentro di te.
E dagli occhi tuoi,
ricettacoli di ambrosia pura,
sgorgheranno a frotte le emozioni tue.
Sarò pittore,
per ogni lembo di pelle del corpo tuo,
perchè possa ricordarlo in eterno.
Ombra diventerò,
a nascondermi nelle pieghe delle dita tue
mentre varco la Soglia
e confondermi con essa.
Ti canterò il silenzio di un sospiro
E il ruggito di una carezza
Scivolando lieve
Tra i profumi dei tuoi capelli,
e gli umori delle labbra tue.
Conterò le gocce che lascerai cadere
Perchè saranno dell’anima tua
L’immagine più santa.
Quando i tuoi sensi saranno colmi
Allora scenderò ad uno ad uno
I gradini del tuo sonno
Perchè tu non rimanga sola
Nel Reame del Sogno.

Saturday, August 26, 2006


Questa volta voglio mostrarvi un delirio: il racconto che vi presento, è il frutto di una "visione" (che poi per esigenza narrativa ho modificato) avuta una calda notte di estate mentre ero in vacanza dalle mie parti in Puglia.
Buona lettura...

La Processione

Il nano agitando il bastone apriva la processione. Vestito di uno stinto frac nero sopra una camicia ingiallita e aperta sul petto; zoppicando arrancava al suono degli strumenti, mentre la coda dell’abito garriva sulle tozze e storte gambe.
Un nero cilindro sul capo troppo grosso per un corpo così corto; e sulla faccia dipinta di bianco, una maschera di teschio volgarmente abbozzata con un cerone, un sorriso di piena soddisfazione a dire al mondo: “Guardatemi! Conduco e comando io!”
E dietro la più variopinta serie di figure che quel suolo avesse mai visto: la banda era stata raccattata all’ultimo momento correndo tra le vie del villaggio a monte.
Si diceva fosse davvero un uccello quello che per primo apriva il corteo dei musicanti, portava un grosso serpente del colore dell’ottone, le fauci spalancate e asciutte di veleno; l’intero corpo era attorcigliato a mo’ di trombone e cingeva la vita del pennuto che lo suonava dalla possente coda bucata.
Le piume blu delle ali coprivano i fori lungo il corpo del rettile modulandone il suono che usciva dalla bocca; anche l’uccello come il nano indossava un frac del colore del cielo più vicino alla luna.
Subito dietro, due suonatori di violino di cristallo, che con maestria dirigevano gli archi sulle corde di legno giovane, entrambi con lo stesso sorriso, entrambi con la stessa faccia: due gemelli siamesi uniti per la schiena, camminavano a turno l’uno davanti all’altro girando su se stessi e sollevando sbuffi di polvere amaranto della strada di campagna.
Poi trombettisti di colore con trombe di terracotta o ad acqua di mare; donne che suonavano piatti di porcellana, si frantumavano sbattendoli l’uno contro l’altro…
Ai lati della strada a coppie poste sulla destra e sulla sinistra, bambini vestiti di calzoni cachi e magliette a righe rosse e grigie conducevano su mazzi di scopa, scheletri umani dentro di cui la gabbia toracica erano state poste delle lanterne ad olio.
Un mandarino vestito di viole tenute insieme da scintillanti crini di cavallo, levitava a mezz’aria con le gambe incrociate, la faccia che trasudava serenità perpetua e nell’incavo delle cosce, un tamburo esagonale di giada luccicante dove due topini bianchi saltellavano sulle zampette producendo un suono delicato.
Erano in quattro che trasportavano la bara in mogano senza coperchio: dentro il cadavere.
Sul petto composto e ben vestito, una grossa carta da gioco con il quattro di bastoni; il suo volto, quello di un vecchio sdentato dai favoriti folti e bianchi, riposava con un sorriso di sazietà di chi aveva provato tutto nella vita e non aveva rimpianti di nessun tipo.
Entrambe le mani reggevano, tra le vecchie dita rigide, i bordi della carta da gioco.
Coloro che lo trasportavano, oscillavano a destra e a sinistra e sembrava quasi che nel loro moto la bara dovesse cascare da un momento all’altro, ma le dita dei quattro portantini tenevano ben salda la stretta sui manici d’ottone del catafalco: due passi avanti ed un indietro procedevano così, lentamente, a piedi scalzi; una tunica bianca dalle maniche lunghe, di velluto nero poi la mantellina che tenevano sulle spalle, mentre sempre bianco era il cappuccio a punta, solo due fori per gli occhi, ed una corona di spine in cima.
Quattro lugubri fantasmi che arrancavano al suono lento e cupo della musica, le mani, coperte da guanti bianchi, avevano al polso un piccolo rosario di legno, e le dita che non stringevano i manici, portavano un lungo bastone nero che terminava con un gancio metallico dorato, dove poter appoggiare la bara durante le soste.
E dietro il catafalco traballante, la vecchia baronessa sulla sedia a rotelle che si muoveva guidata dalla musica, coi suoi capelli grigio-viola raccolti sulla nuca, la pelle ormai flaccida come un vecchio otre consunto ricopriva –tremolante- il volto truccato; un rossetto amaranto e lucente le ricopriva le labbra così sottili e screpolate impiegate a masticarsi le gengive che le prudevano per la dentiera nuova che aveva indossato per l’occasione.
Dall’alto dei suoi novantasette anni, guardava tutti i partecipanti e i suoi verdi occhi acquosi e cisposi avevano un’espressione seria, o quanto meno cercavano di reggerla, anche se dentro sembrava che si agitasse una festa da ballo tanto era contenta e divertita: “Uhm!” pensava “Anche questa volta non è stato il mio turno. Me la sono scampata!” mentre la carrozzella continuava con un ronzio che sembrava quello di un motore che stesse per esalare l’ultimo respiro.
Ad accompagnare la baronessa il sacerdote.
Sessantenne dai capelli bianchi che parevano cotonati. Il curato – che raramente si era curato delle anime del villaggio-, veniva avanti con le mani giunte all’altezza del petto: indossava una lunga tonaca viola a disegni sacri e ricami in filigrana d’oro; il messale, un portentoso tomo di velluto rosso, gli penzolava dal fianco destro oscillando avanti e indietro ad ogni passo, attaccato ad una catenella anch’essa d’oro. Subito alle sue spalle un uomo corpulento e completamente calvo dagli occhi sporgenti simili a quelli di un pesce; un naso grosso e le labbra screpolate semi aperte e tumefatte: lo scemo del villaggio!
Tra le mani vigorose portava bene in vista un enorme crocefisso d’ebano, anche lui, come il nano, era fiero della sua posizione e del suo ruolo; esibiva il simbolo sacro come un feticcio, dove era stato messo un enorme pitone che si contorceva viscido e lucido.
Ogni tanto una delle tante donne vestite di nero con pesanti veli ricamati che le ricopriva la testa si facevano avanti e buttavano del rum sulla croce da piccole bottigliette di vetro che si portavano dentro minute borsette…queste pie che urlavano battendosi il petto e altra gente comune che per noia, curiosità o affetto avevano voluto partecipare alla processione, chiudevano il corteo.
E tutti dopo una buona mezzora giunsero ai piedi di un colle, sulla sua sommità si distinguevano le sagome scure di lapidi e cappelle. In maniera regolare cipressi si trovavano lungo il fianco, costeggiando una serie di scalini in pietra.
La sera era la più scura che la gente del villaggio ricordasse, non una stella, non la faccia bianca della luna ad accompagnare il corteo nel suo lugubre viaggio. Solo le lanterne dentro gli scheletri e alcune fiaccole portate da gente comune rischiaravano il cammino, e pure queste facevano una luce fioca, perché l’oscurità era talmente fitta che sembrava voler divorare le fiamme e fiammelle.
Salirono tutti senza difficoltà, al passaggio del feretro, i corvi appollaiati sui rami chinarono il capo, gracchiarono una volta e poi tacquero.
Ad aspettarli il becchino con la faccia da cocker. Appoggiato stancamente al suo fedele badile, si grattava con la mano destra dietro l’orecchio, socchiudendo gli occhi alle delizie di quel piccolo piacere privato; aveva già scavato la fossa e sistemato la terra in un cumulo ordinato lì accanto; si era preoccupato lui stesso di procurare il gallo nero che aveva attaccato al tronco nodoso di un albero.
Si disposero tutti in cerchio attorno alla fossa, calarono la bara e attesero…poi l’orchestra cominciò ad intonare una strana melodia: ossessiva, frenetica; vivace, con tamburelli e chitarre e tromboni. Il sacerdote aveva preso un secchio con un sacchetto di plastica, da un foro praticato al centro spuntava una canna dritta e gialla; dopo essersi bagnato le mani, il vecchio cominciò ad armeggiare, in un movimento – dal basso verso l’alto- che ricordava qualcosaltro. Lo strano strumento emetteva un suono cupo, un soffio cavernoso e regolare….
WWOOFF….
WWOOFF…
WWOOFF…
La musica si fece sempre più veloce.
Ben presto tutti cominciarono a muoversi e a danzare al suo ritmo, gli uomini più distinti dapprima si limitarono a tenere il tempo battendo timidamente il piede poi invece anche loro cominciarono a danzare; le donne vestite di nero si stracciarono gli abiti, rivelando sotto di essi sgargianti vesti multicolori e leggeri: gonne rosse; corpetti gialli…e tutte avevano acconciature particolari e graziose.
Nessuno poteva stare fermo.
Persino il mandarino sembrava aver perduto la sua calma spirituale e si era messo a danzare.
Sembrava che fossero tutti sotto l’effetto di strane convulsioni.
In preda agli spasimi era anche la baronessa, che si alzò dalla carrozzella e sempre contorcendosi al ritmo della musica si avvicinò al gallo e presolo per le zampe lo fece vorticare in aria in ampi cerchi per tre volte, poi con un coltello che quasi magicamente aveva fatto comparire nell’altra mano, sgozzò la bestia.
Dal collo aperto dell’animale che ancora si dibatteva colava lentamente il sangue e la donna, senza sprecarne una goccia, tracciò con esso circoli e simboli e strane parole attorno alla fossa.
La gente attorno danzava sempre più violentemente, mentre la musica aumentava di velocità.
Dalla folla si staccarono due ragazzi dalla pelle scura e liscia, entrambi indossavano solo dei calzoni rossi e neri ed una sottile fascia di seta viola attorno al capo. Con movimenti aggraziati e coordinati, girarono attorno alla fossa; fissi tenevano gli occhi negli occhi: gamba destra avanti, gamba sinistra dietro, poi viceversa, come due felini che si scrutano prima di attaccarsi. Qualcuno nella folla lanciò due spade e i ragazzi cominciarono a danzare cozzando le lame, simulando un combattimento.
Mentre il nano, assiso sulla carrozzella dirigeva la musica e le urla come un sapiente maestro d’orchestra col suo bastone.
All’improvviso il vecchio curato s’irrigidì e sbarrò gli occhi. Le labbra gli si serrarono così forte che persero il loro colore naturale; le membra cominciarono poi a scuotersi violentemente, sempre più veloce, sino a che non cadde al suolo scosso sempre dagli spasmi. Una bava biancastra cominciava a colarli dal lato destro della bocca, gli occhi ribaltati che sembravano non esistere…e la folla sempre più contenta aumentò d’intensità la propria frenesia.
Due portantini si allontanarono di alcuni metri, si levarono i cappucci e cominciarono a sputare vampate di fuoco che disegnarono archi luminoso in quella nera notte.
E proprio quando la danza era quasi giunta al termine, dalla fossa il vecchio spalancò gli occhi e cominciò a scalciare nel lembo di terra in maniera convulsa. Fu sorprendente vederlo spiccare un salto che lo portò nel mezzo della folla dove anche lui cominciò a danzare; allora la musica non cessò ma continuò alla stessa maniera, la vecchia alzò le braccia al cielo e urlò:
«Satanasso! Eccolo! E’ il male che l’ha ucciso! Più forte, più forte! Il Barone deve danzare!».
E tutti come comandati da Dio in persona riprendevano la danza. Il cadavere animato da una forza misteriosa, seguiva come meglio poteva il ritmo, con gli occhi fissi nel vuoto, sbarrati e cerchiati di nero; la pelle giallastra e tirata aveva assunto una durezza ed una strana lucentezza come fosse cera: il vecchio danzava e i musici suonavano.
La vecchia nel frattempo aveva preso una bottiglia di rum e dopo aver fatto due sorsi abbondanti sputava con un getto poderoso sulla lapide dove era stato messo il pitone che si contorceva sulla croce; poi tirava una boccata ad un grosso sigaro scuro soffiando il fumo sul rettile.
A poco a poco anche gli altri vennero rapiti dal ritmo della musica: toccò al nano che divenne rigido come uno stoccafisso con la maschera dipinta sembrava un gargoyle strappato da una cattedrale e messo lì senza motivo, cadde dalla carrozzella, e venne scosso anche lui dalle convulsioni; poi toccò all’uccello dal piumaggio blu, che prese il serpente-trombone, lo buttò per aria e cominciò a danzare in circolo urlando al cielo sulle grosse zampe arancione; le donne danzavano facendo volteggiare le ampie gonne, battendo il tamburello colorato con le mani e muovendosi con esso; lo strumento del sacerdote venne preso da un uomo grosso e barbuto che cominciò a percuoterlo in maniera più violenta…tutti erano in preda a questa strana euforia, gli unici che sembravano immuni erano il becchino che rimaneva fermo sul suo fedele badile aspettando il momento per ricoprire di terra la fossa e che ogni tanto sbadigliava annoiato; e lo scemo del villaggio che batteva le sue mani callose fuori tempo e sorrideva divertito.
La danza durava ancora quando verso le sei del mattino la luce si impose sulla notte dissolvendola lentamente, il cadavere allora si afflosciò e ricadde supino nella bara, i suonatori smisero di suonare e i danzatori di danzare.
La vecchia soddisfatta ricadde sulla carrozzella, ritornando ad essere la solita paralitica; chi era cascato per terra si rialzava tentando di ridarsi un vecchio contegno perduto ma non dimenticato.
Il becchino con un sospiro prese il badile tra le mani e cominciò a buttare terra sulla bara che era stata chiusa con la carta da gioco.Quando fu coperta del tutto la campana del villaggio batté i rintocchi del mattino, mentre gli uccelli cantavano e i corvi si erano dileguati; tutti allora ridiscesero il colle ritornando poco a poco alle loro case nel piccolo villaggio.

Friday, August 25, 2006

L'UNTO E' COME LO SPORCO...RITORNA SEMPRE!!!

Non avevo nulla da scrivere e non mi veniva nulla da scrivere, poi lo zoo multietnico che è diventata l'Italia mi ha regalato l'idea. O meglio ancora un uomo, lui: il Cavaliere.
Non ho voglia di fare satira, di attacarlo, nè tantomeno di elogiarlo, c'è chi accusa e lecca il culo meglio di me e lascio fare a loro...però una parola concedetemela!
Il Cavaliere è andato al meeting di CL (Comunione e Liberazione il nome è tuto un programma! Chissà se Dio mi punirà per aver insultato delle persone candide come la mia merda!!!) e qui abbracciando la folla ha cominciato uno dei suoi panegirici; non starò a dire nulla su quanto ha detto, se non una cosa: prima delle elezioni dfi quest'anno il Cavaliere aveva detto che si sarebbe dimesso dalla politica in caso di sconfitta (come i bambini che se non li dai considerazione si offendono e se ne vanno!).
Ora, le elezioni sono finite da un pezzo, (lasciamo perdere l'esito, perchè ci siamo sbarazzati di un coglione ma ne è arrivato un altro) eppure a me sembra che lui sia ancora presente, onniscente e sopratutto fatiscente, affermando contrito davanti ai tollerantissimi MEMBRI (e non nel senso di appartenenti ad un qualcosa...) che LUI E' CONDANNATO A RIMANERER IN POLITICA!!!!!
Forse non si è accorto il Cavaliere dell'ultima spettacolare mossa del nuovo governo dove i condannati vengono rimessi in libertà???
Allora cosa aspetti?
TORNA A CASA LESSO!!!!

Tuesday, August 22, 2006


Metto sul post di oggi un altro breve racconto che ho scritto circa un anno fa per un concorso letterario a cui però non ho mai partecipato perchè quando andai per spedirlo, era già scaduto da tipo una settimana...buona lettura!

Aldebaran:*

«E’ l’esplosione della mia coscienza, che nella sua espansione tocca le parti più lontane di questa parte di universo, e mentre si ritira acquisce volontà.
Da materia sono diventata vita, non più un agglomerato di corpi vorticanti, ma puro pensiero pensante: l’Io di me che si è fatto pensiero.
Mi chiamano dea e forse lo sono davvero, ma in questa parte di mondo dove mi trovo non ci sono paradiso nè inferno, non ci sono fedeli da punire, nessun gregge smarrito da riportare indietro...solo Io; la mia luce si irradia dal mio corpo in maniera strana, portata attraverso lo spazio e la dimensione, dal tempo.
Sospesa in questo vuoto esistente, io sono.
Sono l’unica ad aver appreso che il pensiero è la prima e la più
antica forma di libertà.
Lontane, le mie sorelle giacciono come morte, di loro nemmeno una si sottrarrà al processo delle cose, io invece che ho imparato ad ascoltare il silenzio del mio moto e il rumoroso suono della mia luminosità di
là della massa, cangiante ma contenuta in una sferica perfezione; io
che posso sentire la voce lontana di quanti, muti e assorti, mi contemplano e mi elogiano pur senza conoscermi, io sopravvivo a tutto questo.
Dentro di me ho provato come ci fosse qualcosa, sono stata feto e partoriente allo stesso tempo, e la coscienza che cresceva in me eone dopo eone, sviluppandosi sino quasi a pulsare di vita propria e mia,
ha steso i suoi limiti vibrando di brillante intensità e mi ha
riempita
di sè, donandomi nuova vita.
Ho concepito me stessa.
La nascita di un dio.
Il primo vagito, antico come le memorie che mi porto dentro è stato l’affermazione della mia esistenza, ego fûi; nel silenzio della soddisfazione che nascermi mi aveva dato, dove mi sono sentita ringraziare di essere, dove ho partorito che tutto è reale e razionale, che tutto ero Io, l’Io che è in questo momento.
Le galassie attorno si sono voltate, scansate al mio passaggio, mostrandomi il limite dell’Assoluto un limite che non esiste. Eppure non ero lontana da dove ero nell’attimo prima, perchè io ero e sono dappertutto: conoscevo ogni remoto atomo che mi ricomprendeva, ho vissuto e vivo mille vite contemporaneamente in tutti i luoghi, dalla semplice forma di vita a quella più complessa e ogni attimo, se lo voglio, posso sentire all’unisono i loro dolori, le loro gioie; le
loro vite e le loro morti e le loro rinascite.
Io stessa nasco e muoio sempre nello stesso istante, la mia luce si consuma, la mia massa si comprime e si spegne, per esplodere nello stesso istante, ridandomi più calore di prima.
Io sono puro essere.
Non sono Materia, non sono Spirito, eppure racchiudo in me tutto di entrambi: una nozione completa di ogni cosa, che continua ad espandersi e a restringersi sono voi, sono ogni cosa...»


Dalla relazione elaborata in contemporanea
dai satelliti di ogni sistema solare,
puntati verso
la Costellazione del Toro,
non molto tempo fa...

*la stella più luminosa della Costellazione del Toro

Monday, August 21, 2006


Interrompo lo studio et preparatione della tesi altrimenti comincio ad evocare demoni (per chi ancora non lo sapesse sto preparando la tesi sulla stregoneria! Che c'entra, direte voi? Che ve ne frega, rispondo io?). Tra una pausa e l'altra sono andato a spulciare l'home page di Repubblica (il quotidiano), solitamente lo faccio tre o quattro volte al giorno, e considerando che al pc ci sono in media dalle 17.00 sino a notte fonda, la media sale un pochetto!
Comunque tornando a noi, giusto per sdrammatizzare e per dimostrare quanto ulteriormente diventiamo idioti vi riporto il titolo di questo aticolo:

Tom & Jerry fumano e scatta la censura"Sono diseducativi"

In poche parole: Siamo a Londra, un telespettatore si lamenta per due scene che vanno in onda sul televisore, del cartone animato Tom e jerry (chi non li conosce è pregato di abbandonare questo blog, grazie!), dove Tom si fa vedere che accende e fuma una sigaretta!!!! il buon telespettatore indignato non perchè lascia il figlio davanti la tv, interessandosene solo il tempo che basta perchè il pupo non veda scene troppo esplicite di violenza o di sesso...; no il buon padre aka telespettatore, tanta è la sua indignazione che trova il tempo di scrivere una lettera all' Ofcom (l'ente britannico che vigila a che i programmi televisivi non contengno scene offensive ma dosi sufficienti di spot luccicosi e programmi che annichiliscano la scarsa materia cerebrale degli spettatori) dicendo che le scene nuociono al pupo che magari come tutti da bambini, ha provato ad accenderla la sigaretta (io provai a mangiarla ma io sono un caso a parte!).
la cosa più triste non è tanto il fatto che l'ente abbia preso in considerazione la lettera, quanto il fatto che il telespettatpre l'abbia avuta vinta: le scene offensive (he risalgono alla fine degli anni '40) non verranno più trasmesse e altre simili verranno epurate!!!
Il pupo è salvo e il padre può tornare a interessarsi a rate (e male!) della sua educazione.
Ora io mi chiedo, quali altre opere cadranno sotto quste forche caudine? Forse ora che ci penso farò causa a Dante perchè il suo "...e del cul fè trombetta...2 offende la mia sensibilità di uomo civile del futuro!
P.S.
Mi accendo una sigaretta....censuratemi!

Data la massiccia idiozia che si sta accumulando alla maniera dei rifiuti, e spinto da un lucente pessimismo verso il futuro, un po' di tempo fa ho scitto questo racconto sulla fine del mondo. Premetto che una casa editrice a cui ho sottoposto il testo mi ha risposto: "Spiacenti ma non è il genere di cose che pubblichiamo!" Che poi è il modo gentile per dire: mi fai cahà: tu e il tuo racconto del cazzo...vabbè chissene..!!!!
Buona lettura

EPILOGO:

La fine del mondo era arrivata, e tutto era pronto.
I preparativi erano stati lunghi e la gente si era impegnata sul serio, c’erano stati contrattempi, ma quelli ci sono sempre: qua e là gente che scendeva a manifestare, intralciando il normale corso delle cose, o addirittura casi singoli: c’erano state singole persone che con le loro parole, con i loro gesti (uno ad esempio era rimasto fermo, senza muoversi o parlare, a farsi picchiare) avevano davvero rischiato di mandare tutto a monte.
Eppure ci si era arrivati!
Nonostante tutto questo e altro ancora, la fine del mondo era arrivata.
Ma come tutte le cose che si aspettano con trepidazione, quando essa arrivò, nessuno se ne accorse; tutti dicevano, pensavano, che la cosa sarebbe stata magnifica, superba, qualcosa da ricordare: con botti e luci, suoni e colori: la terra andava in scena per l’ultima volta nella sua più grande interpretazione di tutti i tempi, e tutti i biglietti erano stati ormai venduti e l’umanità intera attendeva in un’unica grande prima fila la prima!
La storia aveva consegnato alla memoria opere che pontificavano (magnificendo) la fine del mondo e forse per questo motivo quando arrivò la vera fine del mondo nessuno se ne accorse.
Ma quando finalmente se ne resero conto, allora cominciarono a glorificarla dappertutto, cominciarono i festeggiamenti a lungo attesi e preparati, dapprima i profeti e i santoni parlarono alle folle dimostrando che quanto avevano predetto si era avverato, se non proprio come avevano vaticinato loro, però, dicevano, almeno si erano avvicinati.
Vennero assunte per l’occasione migliaia di ballerine perchè danzassero la danza della fine del mondo, per non parlare di funamboli, di pagliacci, il cui numero era di gran lunga superiore a tutti gli altri messi assieme.
Tutte le automobili poi vennero tolte dalle strade, perchè fossero sgombre per il pubblico: non più arterie occluse da supposte metalliche, ma semplici sentieri della civiltà, pulite e sopratutto deserte; i più bizzarri allora decisero di andare in giro a cavallo perchè, come riferirono alle televisioni, volevano aspettare la fine con stile e nella maniera più chic possibile e per un breve periodo era davvero strano vedere questi cavalieri del futuro che si muovevano al galoppo.
Le capitali degli stati si misero in contatto diretto le une con le altre, tramite satelliti, maxischermi vennero montati nelle più grandi piazze del mondo, perchè il pubblico potesse vedere come da altre parti festeggiavano l’evento.
Anche le religioni si diedero da fare: davanti le chiese cartelli con offerte di conversioni facevano la loro grassa figura:

Attendete la fine con il conforto divino!
Regalatevi una speranza per l’aldilà
Oggi maxi offerta:
ogni famiglia che si converte avrà in regalo tutti i sacramenti!
Varcate le porte del Nulla illuminati!

E c’è da dire che avevano una grande presa sul pubblico, perchè a frotte arrivavano a convertirsi: c’erano gli atei che all’ultimo momento avevano troppa paura per continuare a credere in loro stessi e preferivano allora cominciare a credere in qualuno altro; poi c’erano quelli che già credevano ma non avevano mai avuto la forza di dirlo in giro (forse troppo orgogliosi) e quindi si sentivano in dovere, illuminati da una luce divina, di confermare il loro credo, forse perchè si erano resi conto che quello vecchio era ormai scaduto.


Allora dappertutto si vedevano episodi commoventi di gente che piangeva per la felicità di aspettare la fine con il conforto supremo: molti si radunavano di pomeriggio a cantare, vestiti di bianco, convincendosi di volersi bene, sino a quando non ritornavano nelle case per i programmi televisivi delle sette sugli ultimi aggiornamenti per i preparativi finali.
L’atmosfera era particolare, la si poteva toccare tutta l’adrenalina e la frenesia che sembrava quasi scorrere a fiumi, nessuno però si lasciava prendere dal panico, tutti erano piuttosto eccitati e non era strano vedere gruppi di persone in mezzo alle piazze che urlavano e cantavano; la televisione aveva annunciato a reti unificate che la fine sarebbe arrivata non a mezzanotte come i romantici e i sognatori credevano, bensì alle tre di un banalissimo mercoledì pomeriggio; i produttori dei programmi della tv dopo aver consultato le previsioni e i pronostici, si erano preoccupati non poco, perchè il giorno e la data non erano certo convenienti per lo share e l’audience, poi però si erano messi a lavorare sul serio, alcuni addiritura non avevano dormito per notti intere escogitando cose originali che tenessero la gente incollata davanti la televisione; poi però si erano detti che con i maxischermi nelle piazze non avrebbero certo corso gravi pericoli, e quindi si rilassarono e ritornarono a dormire sonni tranquilli.
E finalmente arrivò il mercoledì.
A mattino la gente diceva che era un giorno come un altro e che non sarebbe stata una fine del mondo degna di essere tale. Ad esempio, già il sole: pallido, andava e veniva, non riscaldava affatto...insomma non era propriamente una bella giornata, i fatalisti dissero che era inevitabile fosse così, ma nessuno li capì.
Si erano svegliati tutti un po’ confusi: chi si preparava per andare al lavoro, chi spegneva la sveglia messa per l’alba rigirandosi nel letto, le mamme addirittura prepararono i bambini per andare a scuola attente che ogni loro movimento rientrasse nei limiti di tempo.
Ma poi si resero conto che non dovevano fare niente di tutto questo e si rilassarono, preparandosi per la grande festa che li avrebbe atteso per tutto il giorno.
A mezzogiorno tutti si radunarono nelle piazze, mancavano tre ore e già cominciavano i primi episodi di panico: chi si rese conto che in poco tempo tutto non sarebbe più esistito, venne rapito da un attaccamento quasi mistico di materialismo e cominciò ad accusare a caso chi gli stava intorno, scatenando reazioni simili in poco tempo un po’ dappertutto.
Alle tredici cominciò a piovere.
Quelli che non erano troppo presi nel litigare col vicino perchè magari quando si faceva la barba l’attrito delle lame all’ultimo modello (che rilasciava una crema idratante), mandava scariche elettrostatiche che avvicinavano la Terra al Sole...; caddero in ginocchio tra le lacrime perchè dicevano la fine era arrivata in anticipo e che ormai non potevano nulla.
Meno male allora vennero aperti i collegamenrti sui maxischermi, cominciarono i programmi a lungo preparati ma sfortunatamente non servirono ad attirare l’attenzione, la gente non ne voleva sapere di ballerine e battute squallide di omini in doppiopetto, così continuò a piangere o a litigare.
Tutto stava andando per il peggio, dal cielo la pioggia non accennava a smettere, le accuse si facevano sempre più numerose tanto che cominciarono a nascere delle fazioni, per alcuni la causa della fine del mondo era dovuta ai ristoranti di cucina straniera, secondo altri la colpa era dovuta alla quantità enorme di capelli tagliati, che con la loro massa allontanavano la Terra dal suo asse provocando un collasso (i più però si fermavano ai capelli tagliati, perchè troppo difficile capire il resto). Sembrava volessero per forza trovare una giustificazione che li convincesse, che li soddisfacesse, ma proprio non ci riuscivano, e quindi preferivano aggrapparsi al primo vano scoglio che gli si presentava.
Ormai mancava davvero poco, meno di un’ora e ancora non si era riusciti a trovare la vera causa della fine del mondo.
Alle quattordici e trentanove si sentì un urlo tra la folla: una donna riversa sulla piazza assistita da un’infermiera aveva partorito un bambino che piangeva a pieni polmoni tra la gente a metà tra l’indifferente e lo sgomento.
Allora fu il caos: alcuni si inginocchiarono ai piedi del neonato adorandolo come Messia e implorando perdono, altri invece urlarono che era il frutto delle loro colpe e causa primigena, ora manifesta, della distruzione del mondo intero.
Alle quattordici e quarantasette si erano create due fazioni: quelli che vedevano nel bambino la salvezza e quelli che invece ci vedevano la morte certa! Immediatamente arrivarono le televisioni a intervistare la madre che commossa cercava di rispondere alle domande mentre gli enormi schermi mandavano le immagini in diretta mondiale e già c’era chi urlava che la bava del bimbo era miracolosa perchè lo aveva guarito dal mal di schiena cronico e tutti allora a cercare di prenderne un po’ per guarire i propri mali.
Alle tre meno un minuto le campane si misero a suonare, tutti allora rimasero in silenzio a guardare il cielo, aveva smesso di piovere ma si era alzato uno strano vento caldo; il respiro di tutti era fermo, mancava davvero poco, tutto allora vennne affrettato: ai ritardatari davanti le chiese vennero dati conversioni, sacramenti e assoluzioni in massa; chi aveva un rancore tirò un pugno al vicino e subito gli chiese scusa...
Le quindici!
...
Nessuno parlava.
Tutti erano immobili in attesa di qualcosa di non meglio specificato, attesero a lungo ma non accadde nulla.
Nessun botto.
Nessun terremoto.
Nessuna guerra tra angeli e demoni.
Nessun morto a risvegliarsi.
Niente!
Quando si furono stancati di aspettare, delusi e sconfitti, cominciarono a ritornare a casa, forse in tempo per l’edizione straordinaria delle sedici, che li avvertiva e confermava che la fine del mondo non era arrivata.

Alle quindici, un minuto e trenta secondi, in una caverna della Dalmazia e contemporaneamente in una del Carso, una roccia sedimentaria si stacca dal soffito uccidendo due nidiate di protei mettendo fine alla loro specie.

Francesco Lacava
FINE

Sunday, August 20, 2006


Tra lo sciabordio delle onde e i suoni confusi di mille lingue, vi do il benvenuto ad Approdo del Re: città antica e porto del mondo.
Non fate caso alle prostitute dai seni cascanti e ai cenciosi che ciondolano smaltendo una sbornia da quattro soldi, non vi toccheranno se rimarrete accanto a me! E non prestate attenzione all'odore di acqua stagnante mista a rifiuti, che impregna queste pietre consunte e queste strade: è un porto e come tale va considerato, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti.
Venite con me, vi porto a visitare questa gloriosa capitale, dove mille culture si incontrano in un amplesso lungo e feroce, al termine del quale entrambe sono fuse l'una nell'altra; vi mostrerò i luoghi magici di questo strano posto; i personaggi chiave di questo crogiuolo brulicante e caleidoscopico, e durante il viaggio vi narrerò anche qualche leggenda locale, per apprezzare quanto vedrete.

Ci sarà tempo anche per assaggiare i piatti della cucina di alcune di queste rumorose bettole: ce ne sono tante, ma solo poche sanno cosa significhi cucinare qualcosa di saporito e sopratutto a buon prezzo!
Quindi non avete nulla da perdere: seguitemi e vi terrò compagnia e vi do la parola di marinaio che non vi annoierete!