Tuesday, March 29, 2011


Sono molti i granelli che Cronos ha versato nella clessidra dela mia vita, è tempo di ritornare a far sentire la voce di questo viandante, dopo mesi di assenza... buona lettura a tutti voi!

Il divoratore di sogni

«Chiudi la finestra!» gracchiava l’enorme uccello appollaiato sulla testiera del letto: il piumaggio era avanti negli anni, da nero che era stato un tempo, presentava ora punte bianche che costellavano tutto il corpo dell’animale, come spruzzi di neve; scrutava maligno, attraverso occhiali rettangolari dalla grossa montatura di plastica nera, il ragazzo seduto poco distante, rannicchiato sul materasso con le spalle appoggiate alla parete e le gambe ritirate fino quasi a toccare il petto.

Il rapace grande quanto un infante, aveva la faccia di una donna inacidita dal mondo: occhi sottili e penetranti, un lungo e adunco naso molto più simile ad un becco, i capelli lisci corvini, avevano la lucentezza di una tinta appena fatta e la forma a caschetto perfetta le dava una forma ovoidale.

Ingobbita e vigile si passava ogni tanto le rachitiche braccia sul viso massaggiandosi la pelle liscia e lucente ma chiazzata dalle macchie dell’età e da rughe lampanti, poi ritornavano a congiungersi sotto il petto, mentre due zampe stringevano saldamente la barra anteriore del letto.

Era notte.

Di questo il ragazzo poteva esserne certo, anche se non sapeva l’ora: dalla finestra alla sua sinistra non filtrava nessuna luce, e la piccola abat-jour posta nell’angolo della parete di fronte mandava la propria luce sul vetro, rendendo impossibile vedere al di là.

«Chiudi la finestra!» ripeté l’uccello con una voce lamentosa, sgomitando le ali e le piccole braccia.

«E’ chiusa, non vedi?» sbottò lui scocciato.

La donna rapace guardò prima la finestra, poi il ragazzo poi ancora la finestra, quindi si ingobbì ancora di più.

Il giovane prese a dondolarsi lentamente mordendosi il labbro, il suo udito venne catturato da un rumore simile a gocce di acqua che cadevano per terra, volse lo sguardo in direzione della lampada per terra e vide che un angolo della lampadina gialla era forata e la luce colava sul pavimento in minute e scintillanti gocce a formare una piccola pozza di luce della stessa intensità; c’erano due pesci brillanti, rossi e spigolosi come rubini, che vi nuotavano in tondo.

“E’ cominciato!” si disse lui sconfitto. “Sono stato sveglio ma è accaduto ancora, perché?”

«Te lo dico io perché!» rispose una voce accanto, proveniva da una splendida fata accucciata per terra, nuda e dai capelli scarmigliati del colore e dell’aspetto del fuoco, cangianti come avessero vita di propria.

«Tu ci chiami a te, strappandoci agli altri, come un faro ci inviti, e noi come falene non possiamo che seguirti…» la creatura sorrise con dolcezza e gentilezza, posò il capo sul bordo del letto e socchiuse gli occhi, perdendosi forse nei suoi pensieri.

«Anche se non ti apparteniamo…» continuò uno dei due pesci. «Noi siamo obbligati a venire da te: ogni volta che abbandoniamo le dimensioni dello spirito e dell’anima, sentiamo il tuo richiamo che non possiamo ignorare.»

«Basta, vi prego, andate via!» supplicò il giovane invano.

Gli occhi sbarrati e lucidi, gonfi di sonno e di stanchezza, li chiuse serrando forte le palpebre perdendosi nel loro buio fino a che non cominciò a vedere luminosi cerchi concentrici che restringendo scomparivano uno dopo l’altro.

Quando li riaprì nulla era cambiato, le strane creature erano ancora lì.

«Ho bisogno di rimanere da solo, ho bisogno di dormire!» supplicò.

Risero tutti.

La giovane fata dolcemente, i due pesci rotolando nella pozza luminosa boccheggiando, mentre la donna rapace sgomitò gracchiando con un verso più simile ad una tosse.

«Non ti piace la nostra compagnia?» chiese un pesce.

«Eppure non diamo fastidio…» disse l’altro.

«Pensa che una volta ad uno come te gli abbiamo distrutto mezza casa…» continuò il primo.

«Già ma erano altri tempi quelli…»

«Voglio morire!» esclamò il giovane.

Come in risposta un basso e prolungato suono arrivò da fuori, oltre la finestra, la sagoma di qualcosa di enorme si materializzò di là dei vetri.

«Che cos’è ora?» domandò il giovane.

Si alzò scostando una logora tendina di plastica e vide che davanti, nella strada, scivolava lento un transatlantico, si era ristretto per poter passare nella via, ma la sua altezza era sempre la stessa, i boccaporti illuminati erano a circa due metri sopra la sua testa, così da non poter vedere cosa ci fosse all’interno.

Una scritta in bianco faceva bella mostra di sé sulla fiancata: Sole Nascente, e sul ponte decine di persone in luccicanti abiti di gala, sollevarono un calice verso di lui in segno di saluto.

«E’ opera vostra?» chiese lui.

Tutti negarono.

«Sei tu, mio caro.» disse la fata.

«Sei tu! Sei tu! Sei tu!» ripeté la donna uccello.

Scivolando come una sacco di iuta, il ragazzo si afflosciò per terra, con le mani nei capelli: «Dio mio! Qualcuno mi aiuti. O mi svegli, o mi addormenti. Qualunque cosa basta che tutto questo finisca!» si lamentava.

«Ma perché?» ribatté la fata. «E’ così bello vederti ogni notte, e notte dopo notte stare insieme. Tu non ci vuoi bene?» il suo viso così dolce per una attimo si corrucciò, nonostante la sua fulgida bellezza rimanesse tale.

«Io ho bisogno di dormire, voi mi impedite di chiudere occhio. Ogni notte. Nemmeno i sonniferi mi aiutano più. Che cosa dovrei fare? Uccidermi?»

Tutti i presenti parvero scandalizzati da quella domanda, si ritrassero e tacquero.

Il giovane li guardò.

«Dunque è così che deve andare? Devo togliermi la vita per togliervi dai piedi?»

Nessuno rispose.

Un tonfo ripetuto alla finestra, catturò le attenzioni di tutti: la finestra si spalancò ed una passerella di ferro entrò nella stanza poggiandosi per terra.

Una dopo l’altro le eleganti figure del transatlantico fecero il loro ingresso, stringendo ancora i calici colmi di frizzante champagne.

«Voi che cosa volete?» urlò furente il giovane verso i festeggianti.

«Portiamo la speranza del nuovo anno! Buon anno a tutti signori!» urlò il primo sollevando il bicchiere e tutti quelli che gli erano dietro sulla passerella fecero lo stesso; poi sempre col sorriso stampato sulla faccia rasata che odorava di acqua di colonia, l’uomo, un alto sessantenne dal naso affilato e i capelli impomatati, si avvicinò alla fata, e con un elegante inchino le porse il proprio calice: «Por vous, mademoiselle!»

La fata rise, con quella risata cristallina e sincera che contraddistingue la sua razza, e negò con molto garbo l’offerta, preferendo alzarsi e andare ad abbracciare il giovane, sull’orlo della disperazione più nera.

«Anche se non ti apparteniamo, perché sognati da altri, noi torneremo sempre da te, mio dolce sognatore. Nessuno di noi vuole farti del male, vogliamo solo stare in tua compagnia, giacché sei l’unico che riesce a contenerci in una stanza sola.»

«E’ da quando ero bambino che mi perseguiate. Non solo voi, ma tutti i sogni delle persone. Pensavo che sarebbe finita; pensavo che col tempo tutto si sarebbe aggiustato, e invece tornate ancora.»

«E torneremo ancora.» rispose l’uomo in frac, mettendosi un monocolo per osservare meglio i pesci di rubino che sguazzavano.

«E ancora! E ancora! E ancora!» ripeté l’uccello sbattendo le braccia come fossero state ali.

La fata lanciò un’occhiata penetrante al pennuto che tacque all’istante.

«E’ vero, torneremo ogni notte.»

«Prima il pesce ha detto che siete obbligati: cosa vuol dire?»

La fata sedette sulle ginocchia, scostando una ciocca di capelli dal volto del giovane e asciugandoli con dolcezza le lacrime intorno agli occhi.

«Hai un’anima talmente forte che noi non possiamo andare nei sonni altrui. Vicino a te nessuno sogna, o almeno quelli che non hanno una volontà forte tale da resisterti e purtroppo sono in minoranza.»

«Perché questo?»

La fata fece spallucce.

«A questo potrei rispondere io.» disse l’uomo in frac in maniera distinta e composta. «Esistono persone che hanno una facoltà sognante fuori dal comune; altri che l’hanno nella norma; molti, ahimé invece sognano solo di riflesso. Tu appartieni alla prima categoria, non esiste un vero perché: è come chiedere perché il tuo vicino di casa ha sognato la sua collega di lavoro sottoforma di uccello rapace.» indicò l’uccello sul letto che sorrise malignamente.

«E’ così e basta. Semmai dovresti chiederti perchè divori i sogni altrui. Impedendo a quanti non ci riescono, di sognare liberamente.»

«Ma io non so perché.» ripeté disperato il giovane. «Voi mi parlate come se tutto questo fosse reale, e non un delirio di un malato di mente.»

«I deliri dei malati di mente sono più veri dei pensieri cosiddetti normali!» puntualizzò uno dei due pesci dalla pozzanghera luminosa.

«Ok. Basta così. Fuori da casa mia!» si alzò di scatto agitando le mani come a scacciare mosche invisibili.

«Ehi!» protestò il pesce. «Non puoi!»

«Già!» fece eco il secondo.

«Certo che posso. Anzi lo sto già facendo.» prese i pesci di rubino con entrambe le mani e li buttò fuori dalla finestra, oltre la passerella su cui le altre figure in abiti da sera erano rimasti a conversare.

«Ma che maniere, dico!» protestò scandalizzato l’uomo.

«Dico! Dico! Dico!»

«Ne ho abbastanza di tutti voi. Se ne vada o la strozzo con quel papillon nero!» lo minacciò il giovane puntandolo con il dito indice.

L’uomo fece una smorfia di disappunto e senza replicare girò sui tacchi e risalì sulla passerella, seguito a ruota da tutti gli altri; poi la solita passerella venne ritirata e al suono della sirena, il transatlantico ripartì lungo la via disabitata.

Il giovane si voltò verso l’uccello ingobbito più che mai, i suoi occhi neri erano come due perle di onice lucente che lo fissavano in modo minaccioso.

«Posso tirati il collo e cucinarti come si fa con una gallina.» gli disse.

Il pennuto si gonfiò di rabbia, si dondolò un attimo e volò via dalla finestra:

«Gallina! Gallina! Gallina!» urlò mentre volteggiava nella notte.

«Perché stai facendo questo?» la fata se ne stava in piedi con le mani strette sui fianchi e un espressione di sincera delusione.

«Voglio restare solo e dormire.»

«Tu non resterai da solo. E non dormirai. Tempo dieci minuti e altri sogni arriveranno a frotte qui. Almeno noi non siamo incubi

Il ragazzo deglutì impallidendo: «Come?»

«Credi di attirare solo un tipo di sogni? Per ora hai avuto fortuna, ma quando resterai da solo e il campo sarà di nuovo libero, chi lo sa cosa potrebbe richiamare la tua mente?»

Si guardarono per un attimo intenso e lunghissimo, poi la fata scosse il capo sconsolata:

«Buona fortuna, mio dolce sognatore.» gli disse prima di volare con grazia fuori dalla finestra.

Solo.

Era rimasto solo finalmente. Chiuse la finestra, la notte era ancora lunga e per la città nessun rumore si sentiva, il suo respiro sembrava la cosa più rumorosa in quel frangente di tempo. Sedette sul letto, la luce sul comodino accanto era ancora accesa, il foro nella lampadina stranamente era sparito, così come la luminosa pozza di luce sul pavimento.

Che mi sia sognato tutto? No, non ho dormito, forse ho solo immaginato. E se la fata aveva ragione? Se dovessi attirare un incubo?

Era stanco e gli occhi bruciavano come due tizzoni incandescenti, eppure non riusciva ad addormentarsi, un ticchettio sommesso, che veniva dalla parete accanto alla porta attirò la sua attenzione: le quattro e sedici del mattino.

Tra poco più di tre ore sarebbe suonata l’odiata sveglia e lui per quella notte, come ogni notte, non era riuscito a dormire.

Spense la luce, si sforzò di addormentarsi, sotto le coperte i suoi pensieri vagarono, fino ad arrivare a quanto le aveva detto a fata.

Uno scricchiolio.

La porta?

Come di una superficie di legno che scoppiettando si assestasse.

L’avrò chiusa? Si certo che l’ho chiusa. Questa è solo suggestione.

Poi il cigolio della porta che lentamente si apriva verso l’interno della stanza.

Qualcuno sta entrando…

Si immobilizzò, trattenne il respiro.

Se avessi lasciato accesa la luce forse…

Lentamente il suono di passi strapparono il silenzio: erano passi strascicati, come di qualcuno che trascinasse a fatica qualcosa, mentre un odore nauseabondo si diffuse in tutta la camera.

O mio Dio…

Attese incapace di reagire, incapace anche solo di tremare, mentre i passi si avvicinavano al suo letto, sempre di più.

Sempre di più…

Tuesday, August 11, 2009


Per quanto ancora

Per quanto ancora dovremo ascoltare queste canzoni di morte?
Per quanto ancora dovremo vedere questi festival cimiteriali?
Per quanto ancora dovremo sentire l’odore di sangue nell’aria?

Per quanto ancora i cieli stuprati da aerei e la terra solcata da bombe?
Per quanto ancora maratoneti al tritolo correranno contro il loro destino
A compiere la loro triste marcia segnata da urla e pianti?
Per quanto ancora l’ala protettrice della democrazia oscurerà i nostri cieli
Difendendoci da fantomatici cavalieri armati di scimitarre?

Per quanto ancora pastori d’anime e pantagruelici capi tribù
Indiranno ordalie in nome di un Diritto Innaturale
Inciso nelle coscienze, motori a consuetudine?
Per quanto ancora dovremo resistere prima che questa nostra
Vecchia Sfera di Cristallo, logorata dall’abuso, si frantumi nella sua discesa?

Io non so quanto ancora manchi al termine di questo nostro impietoso ultimo atto,
ma di una cosa mi preoccupo: che fuori da questo immenso teatro fatiscente
io non veda fila per il secondo spettacolo.


Settembre 2005

Monday, June 29, 2009



Sembri finta
millenaria,

che stai fissa all'orizzonte,
di nebbia cinta come una candida matrona.

I tuoi rilievi aspri
suggeriscono una potenza inarrivabile,

le tue cime scale verso iperurani assorti:
bastioni che non posso espugnare.

Thursday, March 05, 2009



Ben ritrovati a tutti voi. Vi propongo un racconto ispirato da un fatto, a detta di chi me lo ha esposto, realmente accaduto.
Buona lettura

La lapide


Lasciato il piccolo paese alle spalle, le due bambine corsero lungo la strada che scendeva il basso colle, aveva fatto caldo anche quella pigra mattina di fine aprile; ora una leggera brezza piacevole, muovendo i rami degli sparuti pini, sembrava accompagnare il gioco del primo pomeriggio.

Lontano all’orizzonte, delle nuvole scure presagivano forse un temporale, ma erano così distanti che sembravano non essere nemmeno vere.

Era l’ora in cui tutto si ferma, l’ora del giorno in cui la gente, dopo pranzo, andava a riposare dalle fatiche per qualche ora, quel periodo di tempo che il paese e la campagna tutta scivola in un silenzio digestivo, e solo gli uccelli ciarlano senza sosta.

Le bambine si fermarono.

Guardando attorno nella campagna, i colori cominciavano ad essere più vivi, dai campi al cielo, dagli alberi alle nuvole, ricreando ancora una volta la fervida atmosfera primaverile.

C’era, di fronte a loro, la strada a sterro che dritta proseguiva fino al paese più vicino, da lì era possibile distinguerne i contorni, tremolanti nella forte luce del primo pomeriggio.

Le bambine si sentivano padrone della loro vita e del loro destino, in quell’arco di tempo nessuno poteva comandarle, nessuno a dirle cosa e quando fare qualcosa, erano libere da tutto, e sarebbero rimaste così per sempre.

«Che facciamo?» chiese la prima bambina.

«Possiamo andare lì!» indicò col braccio il paese.

«Ma sei scema?» trasalì la prima. «Non possiamo allontanarci tanto. Tua mamma ha detto che dobbiamo restare vicine a casa.»

«Ma chi se ne frega? E poi mamma non è qui a vedere quello che stiamo facendo, no?» corse in avanti trotterellando velocemente.

«Dai, aspettami Angela!».

Una serie di alti cespugli spinosi, accompagnavano su ambo i lati la strada sterrata.

«Guarda quante more, Lucia!» esclamò Angela esultante. «Vieni, raccogliamone un po’.»

«E se poi ci fanno male? Come sai che non sono velenose?» rispose l’altra mettendosi alle spalle con le braccia conserte ed un broncio privo di convinzione.

«Come fanno ad essere velenose? E poi le ho mangiate tante volte, sono le stesse che ci sono in campagna da mio padre.»

La bambina restò ancora qualche attimo titubante, mordendosi l’interno della guancia, poi si lasciò convincere.

Affiancò Angela e cominciò a raccogliere le more anche lei.

«Stai attenta, ci sono le spine, ed è facile pungersi…»

«Ahia!»

«Appunto!… Cretina…» rise.

Man mano che venivano raccolte, quelle che non venivano mangiate, finivano nell’incavo della gonna di entrambe. Trascorsero una ventina di minuti abbondanti, e il loro bottino ammontava a circa una trentina di piccole more, alcune rosso scuro altre nere, morbide e profumate.

Stanche della raccolta, continuarono ad avanzare lungo la strada, che poco più avanti curvava verso destra, i cespugli ne nascondevano la fine, ed era come se quel posto non appartenesse a quella zona.

Tenendo con entrambe le mani i lembi della gonna che già si macchiava di un rosso cupo, come piccole gocce di sangue, le bambine camminavano una accanto a l’altra.

«Ma tu c’eri mai venuta qui?» chiese Angela.

«No.» rispose Lucia.

Sopra le loro teste le nuvole, quelle più basse, correvano velocemente, alcune nascosero il sole per qualche attimo, lasciando la campagna in una sospesa luminosità più scura della precedente.

Giunsero oltre la curva, seguendo sempre la strada:

«La vuoi vedere una cosa?» chiese Angela.

«Cosa?»

«Vedi quella pietra che si trova lì?» indicò una lastra grigia a qualche metro da loro.

«Che cos’è?» chiese immediatamente Lucia.

«Vai a vedere…» rispose maliziosamente la bambina.

«Perché?»

«Vai a vedere!» ripeté nello stesso tono Angela.

La bambina distanziò l’amichetta accelerando il passo, quando si trovò proprio di fronte alla lastra sgranò gli occhi sbalordita: «E’ una tomba!» esclamò rivolgendosi verso Angela, sul cui volto si era dipinta un espressione di soddisfazione.

La bambina annuì, come chi la sa lunga.

«Di chi è? Non si riesce a leggere il nome.»

«Però c’è una foto!» rispose mettendosi accanto a lei.

La sottile e bassa lastra di pietra grigia, eretta sul bordo della strada, aveva un aspetto sbiadito ed eroso, come se fosse stata posta lì da chissà quanto, esposta al tempo e ai suoi naturali capricci.

Una foto laccata e screpolata avvisava che commemorava un sacerdote, magro, occhialuto e dalle orecchie vagamente larghe, nel complesso non un bell’uomo, ma sicuramente un uomo buono: lo sguardo sereno e pacato di un prete di campagna.

«E’ un prete!» disse Lucia. «Lo conosci?»

Angela fece cenno di no col capo: «Mamma mi ha detto che era il nostro prete e dell’altro paese tanti anni fa. Che faceva avanti e indietro mattina e sera per dire messa. Un giorno sembra sia morto proprio qui, ma non mi ha detto perché.»

Lucia tornò a guardare la foto, ma non ebbe coraggio di dire nulla.

«Fa paura…» disse in un bisbiglio qualche attimo dopo.

«Scema!» la canzonò Angela. «E’ solo una foto. Non c’è niente lì sotto. Anche se fosse, come dice sempre mamma: “E’ dei vivi che devi avere paura, non dei morti!”»

Lucia deglutì.

Aveva ragione, ma non poteva evitare di provare una strana sensazione di disagio che la infastidiva.

Fu la prima a percepire uno strano e pungete odore, dolciastro e nauseante.

Si voltò mentre Angela si era sporta dietro la lapide a raccogliere un fiore di campagna da deporre alla sua base.

Si bloccò immediatamente, dando una leggera gomitata alla sua amica.

«Cosa c’è?» chiese Angela, guardandola.

Lucia fissando davanti fece cenno col capo diritto di fronte a loro.

Ad una distanza di qualche metro, sul ciglio opposto della strada, un grosso cane nero, sbucò lento e silenzioso dal folto cespuglio di more.

L’animale, dal pelo corto e scuro, aveva lunghe zampe muscolose piantate per terra ed un corpo lucido, il muso pareva schiacciato, corte orecchie e due occhi che rilucevano malignamente e che fissavano attentamente le due bambine; il lato destro del muso era leggermente sollevato, lasciando scoperto una fila di denti aguzzi, mentre un filo di bava trasparente e densa come melassa gli scendeva lungo la parte inferiore del muso.

Non aveva collare e non sembrava fosse lì per mettersi a giocare con le bambine.

Terrorizzate, Angela e Lucia, fecero qualche passo indietro, lasciando cadere le more dalle gonne, mentre il molosso ne fece uno avanti, ringhiando sommessamente.

Non faceva rumore calpestando il terreno, ogni suo passo sembrava soffice e irreale.

«Che…che facciamo?» chiese Lucia terrorizzata come mai prima d’ora.

«Non muoverti veloce. Dammi la mano!»

Lucia strinse la propria in quella di Angela.

«Ora ci muoviamo di lato, ma piano, va bene?»

Lucia annuì, e già qualche lacrima faceva capolino dai suoi occhi.

Si mossero.

Prima un piede.

Poi un altro.

Lo stesso fece il cane, tenendole ancora sotto gli occhi.

C’erano delle mosche che gli ronzavano attorno, ma l’animale non sembrava interessarsene, troppo preso dalle due bambine davanti.

Mentre camminavano lentamente di lato, qualcosa di piccolo e leggero colpì la spalla di Angela, cadendo poi per terra ai suoi piedi.

La bambina d’istinto chinò la testa, un piccolo pietrisco si trovava proprio accanto a lei nella strada di terra battuta.

Un secondo pietrisco, andò a colpirla sulla testa.

E subito dopo un terzo.

Lentamente roteò la testa nella direzione: dietro la lapide, una figura umana alta e magra, vestita di una lunga veste nera.

Il volto magro e severo era incorniciato da un paio di occhiali, le labbra sottili, ferme come marmo.

Anche il cane parve accorgersi della figura.

Ringhiò forte, digrignando le zanne irrealmente lunghe.

Fu sufficiente per Angela.

Con uno strattone deciso, stringendo la mano di Lucia scartò di lato e corse a perdifiato nella direzione da cui erano venute.

Nell’attimo prima di voltarsi del tutto, con la coda dell’occhio, Angela vide il grosso cane nero balzare veloce, ferocemente contro la figura, con un ringhio agghiacciante, che sembrava quasi non appartenere a questo mondo.

Poi Lucia che urlava e che le diceva di continuare a correre la costrinsero a tenere gli occhi sulla strada.

Solo dopo che ebbero girato la curva, Angela si fermò di botto, e guardando nella direzione della lapide, curiosa di capire che cosa fosse accaduto.

Era lì.

Tutto era scomparso e non c’era traccia alcuna del cane o della figura in nero.

Tra il respiro affannato e la saliva da buttare giù, la bambina spaventata si rivolse verso l’amica:

«Andiamo via!» disse in un tono duro che sembrava non ammettere repliche…



Sunday, February 01, 2009


Sono passati due mesi, ed è cominciato un nuovo anno. Ne sono accadute di cose: la prima, forse la più importante è che ho cambiato casa. Dopo 6 lunghi anni, nella dostoevskiana casa di via dei Termini al numero 13, che molti conoscono, mi sono trasferito in una abitazione più piccola, ma luminosa, nuova, pulita e sopratutto distante dal chiassoso centro...
La seconda cosa accaduta è lo sfascio del mio pc, è dall'ultimo post che non funziona, sto infatti scrivendo da quello del mio nuovo coinquilino, in attesa che il mio computer ritorni dal coma cui è scivolato.
In attesa che ciò avvenga, ho deciso di pubblicare un breve componimento satirico, (carico di odio in realtà) verso la mia vecchia padrona di casa, una donna che quanti conoscono, non amano di sicuro...la dedico proprio a te cara "Signora" che continui a tartassarmi di telefonate, non ti auguro male o bene, ma solo tanta indifferenza...buona lettura...

La mia ex Padrona di Casa


Pelle cadente odor Disgusto
a ricoprire un sessantenne busto.


Labbra serrate a trattenere la bile
che macera da sempre nel corpo senile.


Sangue nelle vene più non ha,
solo soldi, cattiveria e tanta avidità.


Ha mille case e un conto in banca sconsiderato,
ma piange miseria col suo costoso avvocato.


Tiene abbracanata alla vita la vecchia madre,
per poterle affibbiare le tasse da versare alle Entrate.


Si crede forte, astuta come una faina,
ma è solo una vecchia e volgare gallina.


Con lo stemma nel soggiorno del Vaticano,
a dimostrare il suo spirito, puro e cristiano.


Povera creatura senza alcun spessore,
che soffirà nel suo dorato torpore,

deperendo, marcendo con grande soddisfazione,
di tutti i locatari della sua vecchia abitazione.


Wednesday, November 12, 2008


Mi sono svegliato con questi versi in testa, anche se stilisticamente non è una poesia...

Scivolai nella melassa della notte,

Pensando già al risveglio dell’indomani,
quando avrei avuto il saporaccio di prima-mattina in bocca,
che avrei lavato con caffè e nicotina.
E invece venni catapultato davanti la Porta,
che silente e megalitica mi osservava di fronte.

E come ogni sogno, troppo strano per essere vero,
mi adeguai alla nuova realtà;
come marionetta avanzavo al suo cospetto,
mentre un uomo ed una donna, ai lati di essa,
mi aspettavano frementi.

Per me non si spalancarono quelle gloriose ante,
giacché troppo indugiai nei piaceri dell’egoismo.
Seppi che ero morto, così come avevo vissuto:

indifferente alla vita.

Ora che come gli altri non ho pace lontano dal Sole,
avvinghiato ad un buio troppo freddo, arranco nel rancore
di quello che non ho potuto, di che quello ce non ho voluto.

Monday, October 27, 2008



Ben ritrovati!
Vi sottopongo un esperimento partito da una parola che da il titolo al componimento.
E' il primo ed ultimo compito che ho svolto per un fantomatico "corso di scrittura creativa" a cui avevo deciso di partecipare ma che è stato terribile: avete presente quelle esperienze felliniane dove tutti sono convinti di essere artisti e di poter fare arte e si vantano, adorando e glorificando il proprio ego?
Bene io dopo la seconda lezione sono fuggito a gambe levate, un misto di new-age, esercizi di respirazione (sic!) e presentazione di vecchie che avevano scritto i loro capitoli. Un mia carissima amica ha dato una definizione calzante: "Corso per impiegati di banca frustrati con velleità da scrittori!"
Questo scritto non è stato degnato nemmeno di considerazione, ma chi sene frega?
Buona lettura!

Torchlusspanic

Ich bin! Questo continuo a ripetermi incessantemente, e questo continuano a ripetermi quelli che mi incontrano, non per monito, nè per precauzione, ma solo per un semplice istinto di auto consapevolezza, forse l’ultimo che rimane a quelli come loro... In realtà non esisto realmente, sono solo parte di tutti coloro che ad un certo punto del loro cammino si accorgono in maniera inevitabile di non poter tornare indietro, e nella loro nuova condizione si lasciano a facili isterismi di coscienza...allora arrivo io!


Heidelberg. Una sera di fine estate, sul balcone di una vecchia villa; un uomo siede su una sedia a legno con un libro tra le mani, un piede è poggiato su una panca, sembra gonfio e arrossato da una malattia; i suoi occhi appesantiti vanno di là verso il sole che all’orizzonte infiamma i contorni della Foresta Nera. Una figura identica a quella sulla sedia si avvicina.


Hegel: «Chi sei?»

Torchlusspanic
: «Te stesso!»


Hegel
: «Io sono me stesso!»

Torchlusspanic
: «Guardami, sono quello che chiamate Doppleganger...»


Hegel
: «Ho freddo.»


Torchlusspanic
: «Lo so.»


Hegel
: «Le mie mani tremano, non ho la forza per...»


Torchlusspanic
: «Lo so.»


Hegel
: «Siedi pure, c’è posto qui accanto a me.»


Torchlusspanic
: «Grazie.»


Hegel
: «Sei vero?»


Torchlusspanic
: «Tu cosa dici?»


Hegel
: «Parli, ti muovi...direi proprio di sì.»


Torchlusspanic
: «Allora sono vero!»


Hegel
: « E’ tempo di morire, immagino, che caduta di stile!»


Torchlusspanic
: «Morire? No, io non sono la Morte, sono una forma concreta delle tue paure!»


Hegel
: «Interessante, davvero! E’ per questo che mi assomigli? Ma se sei la mia sintesi, allora, perchè non hai l’aspetto di cavalli neri? O Serpi minacciose? Sono quelle le mie paure!»


Torchlusspanic
: «No. Quelle non sono le tue paure! Le tue vere paure sono quando ti guardi allo specchio, o quando ne rifuggi, con qualche scusa costruita sul momento e presentata al tuo pensare; le tu paure hanno la forma di solchi sulle tue mani, di rughe intorno agli occhi. Di ossa scricchiolanti che ti risuonano nella mente come moniti più antichi di qualunque legge...»


Hegel
: «Sei uno Spirito? Cosa sei? Perchè continui a martoriarmi in questa maniera?»


Torchlusspanic
: «Io non voglio farti del male, non ne ho mai fatto a nessuno, sono solo venuto per ricordarti cosa sei, e cosa non sei più!»


Hegel
: «E cosa non sarei più?»


Torchlusspanic
: «Un Junggeist! Uno spirito giovane. Ti ostini a guardare ai tuoi più cari ricordi legandoli a te proprio come i fazzoletti alle giostre dei cavalieri! Ricordi la furia dei tuoi pensieri e il rumore delle tue memorie come rievochi le guerre a te sacre e care; sei patetico...ti trascini lento e triste come una figura del folclore popolare...»


Hegel
: «Dici di essere me stesso...allora dovresti conoscere il dolore che si prova a guardare fuori dalla finestra e vedere strade che hai percorso sentendole tue, e ora invece sono così distanti e lunghe da sembrarti sconosciute. Sentire il tempo dilatato e scorrere al ritmo lento di una testuggine, eppure ti accorgi di quanto sia tanto il tempo dietro di te e quanto poco quello davanti. Sai cosa si prova a vedere le tue mani tremare e non avere più la forza di spingere un carretto? No, non lo sai, sei solo una semplice essenza e non puoi conoscere quello che proviamo noi. Và via!»


Torchlusspanic
: «Me ne andrò, non temere. Ho provato ad aiutarti, ma non ti interessa, ti giova di più ripassare tutto quello che hai perduto ieri di quello che potrai trovare ora. Addio, se non vuoi accettarmi accettandoti allora sarà un triste vivere per te.»


Hegel
: «Và via Spirito nefasto! La mia è già una triste condizione ed un triste sopravvivere per sopportare di averti accanto.»


Torchlusspanic
: «Vado via, ma sappi che sarò pronto a tornare se solo ti convincerai di te stesso. Addio ancora!»


La figura esce. L’uomo rimane seduto sulla sedia fissando l’orizzonte che ora è divenuto notte. Una smorfia di dolore di dipinge nei suoi grandi occhi chiari, ma muto e silenzioso continua a guardare verso il buio della Foresta Nera.






Tuesday, October 21, 2008


Dopo il momento entropico torno a voi dinamico! Prima di lasciarvi ad un mio vecchio scritto che ho dedicato alla entropia che mi ha intrappolato proprio in questo periodo, una menzione al sito del mio paese (trovate il link accanto) che sta diventando fucina creativa di una rinascita fermente...con un augurio che questo sia solo l'inizio di una splendida avventura, saluto lo staff del sito (in particolare l'Amministratore) e tutti gli iscritti!


Supplica

Megalitiche luci profetiche
Di Rivelazioni mai scritte,
che circoscrivendo il mondo
lo abbracciate e soffocate.

Ordinato Caos non-primordiale
Di leggi elettroniche
E realtà senza materia,
di sodomia la vostra essenza.

Pianeti senza storia,
mondi senza tradizioni,
vi invoco adesso
e attendo la vostra caduta.

Monday, September 01, 2008

Uno dei migliori film dell'ultima stagione, ed una delle scene più belle, un plauso a Toni Servillo per la sua interpretazione e a Sorrentino per la sua bravura a livello registico. Con la speranza che non si tratti di una meteora nel panorama cinematografico nostrano...buona visione.

Tuesday, August 26, 2008



Dio quanto tempo è passato! Ma tra lavoro e studio (ebbene sì ho ripreso a studiare, dato che non ne potevo fare a meno) non ho avuto tempo e forse anche voglia.
Beccatevi questo racconto...

Dudael

“...E si unirono con loro ed esse rimasero incinte

e generarono giganti, la cui statura, per ognuno,

era di tremila cubiti.”

(Libro di Enoc II vii,2)

“E il Signore disse a Raffaele: «Lega Azazel mani e piedi

e ponilo nella tenebra, e stia colà in eterno, che non veda la luce.”

(Libro di Enoc II x, 2)

I quattro pilastri avevano forma circolare con la punta aguzza rivolta verso il cielo, circondati da una porzione di terreno che era sprofondata a causa delle frequenti scosse sismiche che percorrevano quasi tutta la crosta terrestre, come se l’intero pianeta cercasse di scrollarsi di dosso i germi che l’avevano fatto ammalare.
Muhammed si guardò intorno con desolazione: della splendida Damasco erano rimaste un cumulo di macerie e il grande minareto ovest della vecchia moschea, a testimone, dicevano, che Allah è davvero grande e non aveva abbandonato il suo popolo.
La solitaria torre era a poche centinaia di metri dalla fossa coi pilastri, ormai unico baluardo della memoria del prima; il minareto degli Omyyadi anche se eroso dal tempo e dai venti atomici che ancora soffiavano decisi, era riuscito a resistere e, nonostante fosse consunto, spuntava fiero dai resti della gloriosa città:
«Allah proteggici!» mormorò lui tra i denti fissando il minareto.
La tuta di piombo pressurizzata rendeva i loro movimenti goffi, ma era necessaria, dato che le radiazioni ancora non si erano dissipate del tutto; scintillanti come guerrieri santi avanzarono verso la fossa.
C’erano delle strutture in ferro, simili a impalcature e più in là un rifugio, tutto era stato montato da un gruppo di lavoro alcune settimane prima, gli stessi che erano stati portati via a causa della forte irradiazione, “Imbecilli!” pensò Muhammed “Esporsi così al vento!” .
«Fratello Kelith!» chiamò lui: «Ci accamperemo nel rifugio, occupatene tu! Voi due, seguitemi!» disse rivolto ad altri due membri della spedizione, la sua voce era ovattata e resa metallica dalla tuta.
Avvertì lo sguardo quasi omicida dei confratelli, ma non disse nulla: voleva avvicinarsi alla fossa e vedere da vicino i pilastri, dopo averne sentito parlare per così tanto tempo: erano lì a pochi passi, con la loro luce quasi innaturale che li circondava; studiarli per mesi interi, osservare attentamente le foto scattate, avevano scatenato in lui tutta una serie di sentimenti che oscillavano dal timore reverenziale all’interesse semi scientifico...ed ora erano di fronte a lui, mute e immobili alla stregua di denti scuri innalzati chissà da chi.

Dopo essersi fatto una doccia di vapore, si sentì decisamente meglio, nonostante l’opprimente sensazione che alcuni granelli di sabbia fossero riusciti ad entrare in contatto col suo corpo, ma non era vero.
Nudo con addosso solo un asciugamano in vita, si sdraiò sul letto incassato alla parete nella sua stanza, gocce di acqua condensata erano ancora sulla fronte e sui lunghi riccioli neri, chiuse gli occhi e pensò a casa, e alla guerra che si combatteva di là del mare Mediterraneo: gli eserciti papali di Pietro II che erano effettivamente diventati soldati di Cristo e gli eserciti mussulmani rinuiti sotto l’unico nome di Emirati della Mezza Luna, guidati da Jail al-Tawarikh.
Guardò verso l’oblò alla sinistra: fuori solo una distesa di sabbia rossa, il vento che la schiaffeggiava ne increspava la superficie e a Muhammed diede l’impressione di un enorme serpente che si muoveva veloce sotto di essa. Tra le piccole trombe d’aria sollevate distinse alcune sagome scure: resti umiliati della città, dissolta in un lasso di tempo poco più grande di un respiro, tutto ormai giaceva imobile e morto, i suq non avrebbero più colorato le labirintiche strade, di tutti gli odori rimaneva solo quello della cenere e della desolazione, un odore ferroso, pungente...di morte.
Cercò di non pensarci, mancavano venti minuti alle sette; alla sua destra c’era la quibla, una scritta in plastica nera nella direzione della Mecca, si inginocchiò e si mise a pregare concentrando tutta la sua mente e tutto il suo corpo in uno sforzo estatico verso Dio.

...

«Fratello Muhammed, abbiamo inoltrato i messaggi alla base e ora attendiamo risposta. Qui dentro gli apparecchi sono ancora tutti perfettamente funzionanti, il livello radioattivo è pressocchè nullo, nonostante questo, suggerisco di usare comunque prudenza.» il ragazzo era poco più che diciottenne, come altri anche lui si era votato alla causa, imbracciando le armi della fede e quelle da combattimento.
«Benissimo fratello Rashyd. Hai fatto un buon lavoro, ma ora andiamo a cenare, penseremo al lavoro più tardi o magari domattina, siamo tutti molto stanchi e abbiamo bisogno di riposo prima di metterci al lavoro!»
Il ragazzo annuì ed insieme raggiunsero gli altri cinque membri della spedizione in una stanza oblunga che era il refettorio.
Un tavolo in plastica e acciaio di un banale grigiore si trovava al centro, alto poco più di trenta centimetri, attorno otto sedie circolari prive di schienale su cui già gli altri erano seduti.
Salutarono Muhmammed appenà entrò che ricambiò con un ampio sorriso mentre si accomodava anche lui.
«Fuori comincia a fare buio, ma le colonne sono abbastanza luminose da permettere di vedere intorno.» disse Kelith con una voce nasale che suonava stranamente melodiosa: «Vogliamo fare un giro questa sera prima di cominciare domani mattina?»
Un fremito impercettibile percorse tutti i membri della spedizione, avevano tutti paura.
«Non c’è ne sarà bisogno, fratello Kelith. Questa sera riposeremo tranquilli, dobbiamo recuperare le forze. Come hai già detto tu, fuori è buio e nonostante la luce delle colonne sarebbe complicato trovare qualcosa o procedere a delle ispezioni. Quindi fratelli vi auguro buon appetito!»

“Hanno paura. Hanno tutti una paura incredibile, ed io con loro. Non posso biasimarli, i pilastri hanno qualcosa di strano, e questo posto lugubre non aiuta di certo...Allah dammi la forza, non devo farmi vedere spaventato o potrei perderli...”
«Ho trovato dei dischi nella sala ricreativa, funzionano tutti vi spiace se ne metto su qualcuno, fratello Muhammed?»
«Non siamo qui per ascoltare della musica, fratello Rashyd e tu lo sai!» esclamò freddo Kelith.
«Per me non ci sono problemi Rashyd. Fratello Kelith non credo che della musica possa nuocerci in qualche modo!»
«Un po’ di musica non può farci altro che bene, questo rifugio è un mortorio!» incalzò Gebel, un uomo dai capelli corti scuri e dinoccolato nei movimenti; gli altri annuirono.
Una musica ovattata cominciò a spandersi nell’aria, era un vecchio pezzo famoso circa venti anni fa, tutti per la durata della canzone ritornarono indietro con la mente, con tristezza, rabbia e rimrso,
«Come hai intenzione di procedere fratello Muhammed?» chiese Kelith sul vago mentre giocherellava con un cucchiaio in plastica nella crema verde dal vago sapore di rape selvatiche.
I profondi occhi scuri di Muhamed fissarono a fondo quelli di Kelith: «Abbiamo dei documenti da visionare: si trattano di dati sulla composizione dei pilastri, voglio cominciare da lì; ci sono dei frammenti in vitro delle colonne, se ne occuperà Rashyd. Gebel, tu e Jail invece vi occuperete delle trivelle, assicuratevi che siano ancora funzionanti poi attivatele e continuate con la perforazione del terreno circostante. Fratello Dumann voglio che tu rimanga dentro il rifugio, rendilo vivibile e naturalmente darai un’occhiata a messaggi che ci manderà la base.»
«E io?»
«Dato che hai tanta voglia di fare qualcosa puoi, cominciare con il levare di torno gli avanzi. Poi verrai nella mia stanza, ho alcune cose da dirti. Avete tutti la serata libera, fratelli, riposatevi pure!» detto questo si alzò dal tavolo con gli occhi carichi di odio di Kelith che gli pugnalavano la nuca.

“Dannato Kelith! Perchè rendere le cose più difficili?” ma lui lo sapeva.
Selassie Kelith aveva sino all’ultimo sperato nel posto di capo della spedizione, e fino all’ultimo era stato più che convinto che avrebbero scelto lui: tre anni di leva obbligatoria più cinque passati come capo nella guerriglia nelle cellule lungo lo stretto di Gibilterra; e invece gli ordini erano stati differenti, avevano scelto Muhammed Abu Khaled; lui che a differenza degli altri aveva solo fatto il servizio di leva obbligatoria e poi aveva abbandonato le armi per studiare Filosofia Comparata a Gerusalemme sino a quando le Nazioni Unite Europee non avevano raso al suolo l’intera città, compresi civili mussulmani, cristiani e ebrei, facendo della città santa la città morta!
Ma Kelith poteva risultare un elemento di forte disturbo per la riuscita della spedizione, il suo comportamento, un misto di boria e arroganza accondiscendente, poteva compromettere la missione e in primo luogo l’umore dell’intero gruppo.
Eppure era innegabile che fosse una persona competente, con otto anni più di lui, Kelith era abituato a muoversi in luoghi inospitali come la piana di Damasco, esperto nella sopravvivenza e all’uso di determinati congegni... “Ma allora perchè non mettere lui?”
Nella sua stanza, seduto al tavolino cercò di studiare i documenti, ma era troppo stanco e faceva fatica a concentrarsi.
Bussarono alla porta.
Kelith, senza attendere risposta entrò nella camera chiudendosi la porta alle spalle.
«Volevi vedermi fratello Muhammed?» chiese accigliato.
«Siediti fratello Kelith, voglio parlarti.» cercò di essere gentile.
«Preferisco rimanere in piedi. Ho delle cose da sbrigare e non ho molto tempo!» rispose brusco.
Muhammed tirò un sospiro e scosse leggermente il capo: «Innanzitutto volevo scusarmi per prima. Sono stato uno stupido lo ammetto, chiederti di rassettare la tavola non è stato gentile da parte mia e...»
«Scuse accettate!» tagliò corto Kelith: «Cosa vuoi fratello Muhammed?»
«So perchè ti comporti così, è per via del posto come capo della spedizione. Posso dirti che mi dispiace, non so perchè hanno scelto me, le mie competenze in campo militare sono scarse, mentre le tue be...»
«Questo dovrebbe farmi sentire meglio?»
«Se cercassi di venirmi incontro magari lavoreremmo decisamente meglio, non credi?» rispose calmo evitando la provocazione: «Da solo non credo di potercela fare, per questo ti chiedo di assistermi, farmi da vice; abbiamo già abbastanza problemi che rimanere qui a farci i dispetti non può farci altro che male, a noi e alla spedizione.
«La base operativa non mi ha dato nessuna indicazione sul ruolo militare di ognuno di voi, presumo quindi di avere carta bianca; perciò te lo chiedo ancora una volta...»
Qualcunò bussò alla porta in maniera frettolosa, la testa di Rashyd fece capolino da uno spiraglio:
«Fratello Muhammed! Scusa l’intrusione, devi venire in laboratorio: ho qualcosa da mostrarti!»
Come la maggior parte delle stanze del rifugio, anche il laboratorio era circolare, su una parte della parete in una nicchia erano state messe delle luci che simulassero la luce del sole, evidentemente per piante o erbe, ma non vi era traccia di vegetali; sulla parete di fronte un lungo tavolo che seguiva il perimetro del muro ospitava una quantità di provette, alambicchi, la maggior parte tutti vuoti.
L’odore di ammoniaca si mischiava a quello della polvere aleggiando su ogni cosa.
Rashyd portò Muhammed di fronte al microscopio, lasciando Kelith sulla porta; sul vitro era stato messo un minuscolo frammento di una delle colonne, con la voce eccitata il ragazzo disse:
«Non capisco fratello Muhammed, insomma ho analizzato per tre volte i frammenti ed è strano, insomma io...io...»
«Cosa vuol dire è strano?» chiese Kelith avvicinandosi.
«Date un’occhiata voi stessi!»
Muhammed poggiò l’occhio sinistro sull’oculare, girò la manopola per focalizzare la vista e vide piccoli corpuscoli grigi dalla forma circolare che tremolavano velocemente e a tratti si muovevano come se fossero vivi.
«Rashyd cosa significa?» chiese sollevando lo sguardo verso il ragazzo.
«Ho controllato anche i frammenti delle altre tre colonne ed è la stessa cosa, non vorrei dirlo ma sembra che si tratti di materia organica!»
«Cioè viva?» chiese Kelith mentre guardava nella lente.
«Più o meno. All’inizio ho pensato fosse un problema mio dato dalla stanchezza, poi ho temuto che fossi stato contagiato dalle radiazioni e che erano quelle a darmi delle allucinazioni, ma non è cosi...insomma di qualunque cosa siano fatte quelle colonne è un qualcosa di organico; gli strumenti che abbiamo qui non sono sufficienti per compiere delle anailsi approfondite, questo microscopio non è nemmeno elettronico, qui tutto è in decadenza: scommetto che se povassi a prendere una delle provette in mano si frantumerebbe come fosse sabbia!»
«Rashyd hai fatto un buon lavoro, ora dobbiamo capire solo il materiale con cui...»
«Nessuno!» interruppe il ragazzo.
«Cosa vuoi dire?»
«Quegli organisimi, perchè sono organisimi, non hanno nulla in comune o di simile con quanto conosco: la loro composizione, il loro movimento, tutto insomma è sconosciuto...fratello Muhammed quei pilastri non sono normali!»

Verso le undici un forte stridore proveniente dalla fossa si propagò nel rifugio: le trivelle avevano ripreso a funzionare.
Muhammed daccordo con Rashyd e Kelith aveva deciso di non mettere al corrente gli altri delle analisi condotte sui frammenti, per evitare qualunque tipo di reazione; la base operativa aveva mandato un semplice messaggio col quale avvisava la spedizione di aver ricevuto la loro nota sull’arrivo al rifugio, ma di più non aveva detto.
Il rombo possente e cadenzato delle trivelle, come i battiti di un enorme cuore facevano vibrare il rifugio, dando la sensazione spaventosa che tutto potesse collassare su sè stesso da un momento all’altro.
Gebel, un uomo basso e corpulento dai capelli corti rientrò nel rifugio e si avviò verso la stanza di Muhammed ripulendosi le mani dal grasso:
«Fratello Muhammed le trivelle sono in funzione, non hanno nessun problema erano solo state disattivate manualmente. Vuoi lasciarle accese tutta la notte?»
«No, fratello Gebel. Le accenderemo domattina all’alba, mi interessava sapere solo in che stato erano...»
«A parte la sabbia che è ormai dappertutto, sono a posto. È incredibile come riesca a ficcarsi in ogni angolo, tra un po’ me la sentirò anche dentro il culo!»
Muhammed sorrise: «Bè speriamo proprio di no! Bene, è quasi la mezzanotte e domattina ci aspetta una giornata piena di lavoro, avvisa gli altri che possono anche andare a dormire se vogliono.»
«Allora buona notte fratello, a domani!»
«A domani!»
Rimase seduto al tavolo ritornando a controllare i documenti che gli avevano dato alla base, sperando magari di riuscire a concentrarsi: si trattava di foto satellitari e rapporti circa la struttura dei pilastri: alti una ventina di metri e con un diametro di circa sei, non avevano nulla di particolare se non la loro età che sembrava risalire a circa un milione di anni fa, la loro forma perfetta, tutte erano praticamente identiche tra loro, aveva acceso la fantasia degli scienziati che avevano sostenuto come esse fossero la prova dell’esistenza dei giganti. Ma oltre a questo, Muhammed si chiedeva come potevano risultare utili nella guerra contro gli infedeli, e sopratutto che cosa avrebbe potuto fare lui!
Quando i dati e le cifre cominciarono a danzare davanti agli occhi quasi in fiamme, decise che era meglio mettersi a letto.
Lasciò i fogli sul tavolo e si coricò, mentre fuori il vento ancora ululava come un enorme lupo famelico impazzito.

...

Vide le mura di una città antica quanto il mondo, la vide come se si trovasse dall’alto e lui fosse una vista a trecentosessanta gradi, riconobbe la cupola di una moschea e un enorme minareto ma non sapeva dire a quale luogo appartenessero; il sole luccicava sulla distesa di sabbia fuori dalla città facendola rilucere come se si trovasse su un gigantesco specchio di acqua calda. Sugli spalti vi erano figure appollaiate, figure umane, ma erano così lontane da non riuscire a distinguerne i tratti.
E vide le porte spalancarsi, e dalle porte uscire una capra, appena l’animale fu fuori, le porte si
richiusero e subito le figure umane cominciare a lanciare sassi contro di essa. La capra allora per evitare di essere colpita cominciò a correre verso l’infinità del deserto e tutta la gente che assisteva, esultare festosamente.
La capra si fermò esattamente sotto la sua vista, guardandosi spaesata, cercò di brulicare, ma trovò solo sabbia.
Allora cominciò a belare, e il suo belato era come un vagito di bimbo, disperato e altisonante e contnuo, fino quasi a perdere fiato.
Lui ascoltò il verso della bestia che si faceva più forte, sempre più forte, fino ad entrare dentro le sue invisibili orecchie e si accorse, capì che il verso diceva una cosa, sempre la stessa cosa:
«Elbis! Elbis! Elbis!»

...

Non fu tanto lo strano sogno a svegliarlo, quanto il continuo battere che proveniva da fuori sovrastando il soffiare del vento: “La trivella!” pensò subito dopo essersi conto di dove si trovava, l’orologio meccanico al suo polso segnava la mezzanotte, e si rese conto solo ora di non averlo caricato.
Nel rivestirsi maledì con forza le Nazioni Unite Alleate che avevano bombardato con la nucleare, impedendo con le radiazioni l’utilizzo di qualsiasi oggetto elettronico.
Uscì nel corridoio dove trovò gli altri più o meno nelle sue condizioni:
«Fratello Muhammed, cosa succede? La trivella si è messa in funzione!» disse Gebel, poi aggiunse: «Ma l’avevamo spenta!»
«Prendete le armi e seguitemi!»
Indossarono le tute e si avviarono verso l’uscita: “Dov’è Kelith?” si guardò intorno, ma forse sapeva dove si trovava.
«Jail vai a svegliare Kelith e raggiungeteci alla fossa!»
Fuori la notte era nera come l’inferno, il vento radioattivo aveva il rumore di mille lamenti, ma le trivelle quasi lo sovrastavano, le luci alle impalcature erano accese, così come quelle montate attorno alla fossa dei pilastri.
«Fratello Muhammed!» Jail gli venne incontro trafelato: «Kelith non è nella sua camera!»

“Sapevo che saremmo arrivati a questo punto! Allah aiutaci!”
«Andiamo fratelli, e che Allah sia con noi!»
E lì proprio al centro, la figura di un uomo in tuta armeggiava tra i pulsanti dei macchinari.
«Kelith!» urlò Muhammed cercando di farsi sentire: «Kelith cosa stai facendo, in nome di Allah!»
Ma Kelith non sentiva, era troppo preso a controllare che tutto andasse perfettamente.
Muhammed fece cenno agli altri di seguirlo. Una scala era stata scavata attorno alla fossa, ricavata direttamente dalla roccia intorno; in fila scesero uno dopo l’altro.
«Fermi dove siete!» urlò Kelith con un fucile a granate puntato contro di loro: «Non avvicinatevi o vi faccio saltare in aria!»
Si bloccarono.
«Cosa credi di fare?» domandò Muhammed.
«Quello che tu non hai voluto fare! Sotto i pilastri c’è una cupola e va aperta! La guerra con gli infedeli è a nostro svantaggio e tu vuoi aspettare fino a domani?»
Il boato delle trivelle da dove si trovavano era più forte, quasi a spaccare i timpani...

DOOM! DOOM! DOOM!

«Kelith sei pazzo! Una notte in meno non cambierà le sorti della battaglia!»
«Cosa ne sa di strategia militare un filosofo?» chiese lui con tono beffardo: «Qui sotto si trova l’arma che ci farà vincere la nostra guerra santa! E ora allontanatevi, la cupola è quasi aperta!»
Come enormi zanne metalliche le trivelle procedevano nella loro discesa, le luci fredde e gialle illuminavano una porzione di terreno ai piedi delle colonne, la roccia era stata spaccata e si intravedeva qualcosa dello stesso colore dei pilastri: “Kelith aveva ragione! Perchè non ero stato avvisato di questo!” si chiese.

DOOM! DOOM! DOOM!

«Kelith allontanati da lì, è un ordine!» tuonò Muhammed.
Rashyd si sporse in avanti puntando la pistola.
«No!» urlò Muhammed, cercando di deviare il colpo, lo sparo risultò quasi silenzioso tra il vento e le trivelle, il proiettile colpì un angolo delle impalcature con un debole suono di metallo contro metallo.
Kelith sparò.
La granta uscì dalla canna con un flop che aveva dell’irreale, avanzò nella sua traiettoria, gli occhi di tutti erano punati su di lei.
Non urlò nessuno, forse la paura, forse l’incomprensione del momento.
Muhammed abbassò l’arma, nell’ultimo istante ricordò il suo professore di teologia che discuteva di Averroè e del suo “Distruzione della Distruzione”, ma a parte il titolo, così indicativo della situazione, non ricordò nulla di più; chiuse gli occhi, quasi con rassegnazione: “Allah accoglici nelle tue file!”
L’esplosione si propagò con un suono cupo e tremolante, lo spostamento d’aria mandò per terra Kelith ad alcuni metri di distanza.
Pezzi di roccia, polvere e carni cominciarono a spandersi nell’aria ricadendo in vari frammenti.

DOOM! DOOM! DOOM!

Il vento e le trivelle, e nientaltro.
Le scale erano frantumate in vari punti, dei membri della spedizione non c’era più nessuna traccia.
Kelith si sollevò da terra, un frammento lo aveva colpito alla gamba, ma la tuta aveva attutito il colpo, sporco di polvere e detriti si sollevò da terra, trionfante.
Udì il suono della roccia scura che si frantumava, un rumore più forte delle trivelle e del vento stesso.
«Ci siamo! Allah sia lodato!»
Spense le macchine.
Il foro era largo quasi un metro, c’era ancora della polvere che cominciava a dileguarsi, portata via dal vento; Kelith col respiro reso affannoso dall’eccitazione, prese una torcia che si trovava sulla consolle di attivazione delle trivelle e fece alcuni passi verso il buco, che nero giaceva lì, a poco da lui.
La base operativa gli aveva detto bene: esisteva uno strato di roccia scura che ricopriva come una sfera qualcosa alla base dei pilastri, e ora quella sfera era stata aperta e lui era lì a vedere che cosa custodiva.
Illuminò dentro la spaccatura, quasi perfetta nella sua circolarità, la luce si perdeva dentro di essa, illuminando la sagoma di qualcosa che sembrava giacere lì dentro, qualcosa di enorme.
A Kelith sembrò udire come dei sussurri intorno a lui, come se il vento avesse smesso di soffiare immediatamente, illuminò intorno ma non c’era nulla, ritornò a guardare la sagoma dentro il buco, riconobbe come delle dita, delle enormi dita legate a qualcosa simili a catene, poi quelle dita parvero muoversi, ma Kelith non ne era sicuro, i sussurri attorno lo distraevano, si facevano più forti e cominciavano quasi ad avvicinarsi...